La vita irripetibile – di Mark Adin

Aver trasformato in un incubo le vite meravigliose, singolarmente dotate di bellezza, di ciascuno e di ciascuna, è uno scempio incomprensibile. Ci si è riusciti grazie all’impegno che, nei secoli dei secoli (in saecula saeculorum, che il latino rende meglio l’idea), ci ha messo l’umanità.bimbe

Chi con l’alibi della vita eterna, sprecando quella confezionata dai ventri delle madri, chi per mitezza trasformatasi in incapacità di reazione, chi perché malato di potere e di fama, chi per insufficienza di mezzi, riscriviamo all’infinito l’ “Antologia di Spoon River”.

Chi, come me, si appassiona alla lettura delle biografie, e chi è più semplicemente attento a quanti gli passano vicino, si può rendere conto di quanto donne e uomini distino anni luce dalla ricerca della felicità, e soprattutto dal suo raggiungimento. Eppure dovremmo esserci vocati naturalmente, eppure potremmo capire che il tempo a noi destinato non è molto, e andrebbe vissuto per realizzare non un compito o una missione, bensì noi stessi.

Prima che ci sorga una comprensibile obiezione di banalità per questo ragionare, si può agevolmente riflettere sulla propria giornata, e su quanto tempo dedichiamo davvero a noi stessi o a chi vogliamo bene, a quale scopo consacriamo il nostro tempo, e scopriremo che la molla che ogni mattino ci fa scattare all’impiedi, ci spinge giornalmente a essere impegnati, mentalmente e fisicamente, nel fare qualcosa attraverso cui ottenere gli spiccioli che ci servono per sopravvivere, o affannarsi per costituire riserve delle quali comunque non ci gioveremo. In questa frenesia non riusciamo a essere felici se non per sporadici momenti.

L’atto più eversivo che  conosca è il rifiuto di questa follia.

E’ formidabile constatare come chi viene colpito da qualche accidente, ad esempio una grave malattia, oppure una improvvisa vicenda che crei uno shock nella propria esistenza, sia indotto al cambiamento del suo punto di vista e, da quel momento, si porti su un asse di maggiore apprezzamento del proprio essere, di ridimensionamento dello scialo del tempo che gli resta. Già, proprio così: il tempo che gli rimane.

Poco ha a che vedere con tutto ciò la retorica dell’accontentarsi come strada maestra per raggiungere la felicità. Non è di questo che si parla. Ribaltando il concetto, è proprio l’accontentarsi che nuoce: l’accontentarsi del successo, ad esempio, di ciò che consideriamo tale. Un bel giorno ci si può risvegliare e capire che per decine e decine di anni non abbiamo vissuto, non ci siamo accorti di niente. Ritenendolo indispensabile, abbiamo corso come dei matti e siamo prossimi alla morte, e non ci sarà un dopo che possa riscattare il fallimento.

Qualcuna, o qualcuno, dirà che non solo ci sarà un prosieguo, ma sarà pure eterno, senonchè non sembra una buona ragione per dissipare le possibilità di fare della fugace esistenza, l’unica certa che per il momento ci accompagna, un momento per assaporare il bene che ci offre, senza oneri, senza pagare il biglietto a nessuno.

Tutto gratis, tutto a portata di mano.

 

Mark Adin

Redazione
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2 commenti

  • grazie Mark
    bellissimo pezzo (e mi sento un po’ colpito… come a “Battaglia navale”…. se non affondato)
    temo a volte di dare troppo poco alle persone amate
    però
    io sono abbastanza convinto che al prossimo giro sarò nuvola, sassofono, albero, bicicletta o formica
    meglio così anche per l’amore?

    sento nell’aria dire: pagano
    in effetti sì
    che poi sarebbe paga NO
    (db)

  • Molto interessante il tuo punto di vista, Mark, ma non lo condivido. Penso che ciascuno, qualora le circostanze glielo permettano, abbia il diritto di scegliersi il tipo di vita ideale, e poi fare di tutto per realizzarlo. Può darsi che la vita scelta dal nostro prossimo non ci piaccia, può darsi che il nostro ideale sia diverso, ma ciò non toglie che quel tale possa sentirsi appagato, soddisfatto di sé. Uno shock, una grave malattia può farci cambiare idea, punto di vista, ma non necessariamente il nuovo deve essere migliore del vecchio. Ho un amico che a 66 anni, pur non avendo problemi economici, lavora 10 ore al giorno, sabato compreso. È una cosa lontana anni luce dal mio modo di pensare, eppure lui ne è appagato. Quando ci vediamo, il suo tema è il lavoro. Al conseguimento dell’età pensionabile il suo principale gli parlò di pensione e lui ne fece una malattia. Forse malato lo è davvero, ma sicuramente è soddisfatto. Ho avuto un grande insegnante di lettere, prete, amatissimo dai suoi allievi, che ha dedicato tutta la vita all’insegnamento. Si capiva chiaramente che la scuola era il suo ideale di vita. Quando dovette ritirarsi in pensione si sentì perso, e alla prima contrarietà si suicidò. Forse era esaurito, malato, chissà… Cosa dire poi di quei santi che hanno volutamente speso la vita in privazioni e penitenze, offerte a dio per la redenzione dell’umanità. Sofferenze inutili, dal mio personalissimo punto di vista, ma per loro fonte di appagamento. Malati anche questi? Probabilmente si. Ma continuando così, ci avviciniamo pericolosamente a considerare “malati” tutti quelli che la pensano o che agiscono diversamente da noi. Perciò che ciascuno viva la vita che vuole, se ciò non nuoce al prossimo, propri cari compresi, e un pensiero vada ai tanti sfortunati che invece non possono scegliere, e sono costretti per necessità a vivere diversamente da come vorrebbero.

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