I razzismi strisciano o galoppano?

Recensione a «La macchia della razza» di Marco Aime e tre domande all’autore (*)

Dragan ha un dito – anzi «un ditino» – nero. Non si è sporcato come capita ai bambini ma gli hanno preso le impronte digitali. Parte da qui in dialogo con un ragazzo straniero (rom o supposto tale) «La macchia della razza» di Marco Aime, pubblicato da Eleuthera (104 pagine per 8 euri) con una breve premessa di Marc Augè e la postfazione di Guido Barbujani che è in pratica una vera auto-intervista «alla ricerca delle introvabili razze umane» con 13 domande e «qualche risposta».

Il sottotitolo parla di «storie di ordinaria discriminazione» che però la politica, i media, gli intellettuali non “possono” chiamare così’ perché (scrive Augè) siamo davanti «alla stupidità, alla malafede, alla banalità del male, alle ipocrisie del linguaggio» e loro sono interamente coinvolti. Per questo Aime spesso urla.

Un libretto indispensabile. Per la memoria e per recuperare la capacità di pensare. Il 2 agosto 1944 è lontano come l’ottobre 1912 e fatichiamo a ricordare. Ma il 14 marzo 2007 o il 30 aprile 2008 sono date vicine eppure abbiamo dimenticato, forse qualcuno stenta a credere che i fatti citati da Aime siano veramente accaduti. «Quando la memoria va a raccogliere rami secchi ritorna con il fascio di legna che preferisce» scrive Aime, riprendendo un proverbio africano.

Colonna sonora consigliata: Bob Dylan (grande poeta… quando non era ancora una spa) con «quante volte un uomo può girare la testa e fare finta di non avere visto?» e De Andrè con «Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti».

Non siamo mai stati del tutto «brava gente», noi italiani, come ci piace credere. Ma certo negli ultimi anni ci siamo incarogniti. Un esplosivo mix di ignoranza e soldi forse, come cantavano (a proposito di Pietro Maso) i Pitura Freska. O un insieme di paure e di egoismi cresciuto lentamente perché – scrive Aime – «il razzismo è una malattia sottile, scava nei cuori della gente, cancella pezzi di memoria, deforma lo sguardo». A spaventare Aime sono i cattivi ma anche «i complici silenziosi» o quelli che pensano sia ingiusto ma «cosa ci posso fare io? E’ il sistema che è sbagliato, è la sinistra che non c’è più».

A partire da questo doloroso, necessario urlo ho rivolto ad Aime tre domande.

 

Sono molte le rimozioni della storia italiana ma le due che più entrano nel suo ultimo libro sono la nostra emigrazione e il colonialismo. Ai nostri migranti dimenticati lei qui dedica molte riflessioni mentre ai nostri orrori africani accenna solo. Un problema di spazio o ritiene che i nostri orrori africani (con le successive bugie e censure) abbiano contato relativamente poco nella costruzione di una mentalità razzista?

«Assolutamente no. Credo, al contrario, che viviamo in un Paese che non ha mai saputo fare i conti con il passato. Non li ha fatti con il fascismo, con le leggi razziali, con l’emigrazione e con il colonialismo. A proposito di questa esperienza, è evidente come venga sottaciuta persino nei testi scolastici, che dedicano pochissimo spazio, spesso all’ultimo anno, negli ultimi giorni dell’anno scolastico dove gi argomenti si trattano frettolosamente. Anche nei dibattiti politici nessuno rievoca mai le violenze e le angherie commesse in Etiopia e in Libia.

Al contrario ci siamo costruiti il mito degli “italiani brava gente”, alimentato da certo cinema e certa letteratura, dove veniamo descritti come colonizzatori un po’ ingenui, sprovveduti, con la tendenza a familiarizzare con i nativi. Senza contare poi il luogo comune per cui “noi siamo andati là a costruire strade e scuole”. Siamo rimasti a questa lettura ottocentesca, che spiega anche un certo nostro atteggiamento nei confronti degli immigrati. Il non avere mai ammesso le nostre colpe ci fa sentire innocenti e senza nessun debito nei confronti dei Paesi invasi. Ogni tentativo di muovere accuse di razzismo viene eliminato alla radice, minimizzato, riportato a quell’immagine della brava gente, che forse insulta e maltratta gli stranieri, ma in modo bonario. Non riusciamo e non vogliamo pensarci “cattivi”».

 

I razzismi sono molti, ora si intrecciano e ora corrono in parallelo o persino si contrappongono. C’è chi crede non sia un caso se nelle società europee il riemergere del razzismo “classico” si accompagni alla crescita di omofobia e misoginia mentre altri li giudicano fenomeni del tutto diversi. In riferimento soprattutto all’Italia, lei vede queste diverse (ma tutte brutte) facce connesse o distinte?

«Ci sono aspetti comuni, ma forme e modalità diverse. Innanzitutto credo che occorra fare una precisazione terminologica: la parola “razzismo” fa riferimento al concetto di razza e non può essere usata per indicare ogni forma di discriminazione. Detto questo è vero che dopo un paio di decenni in cui dominavano ideali universalisti, ci si è progressivamente chiusi, seguendo narrazioni che riportano all’etnia, a quel tragico binomio “terra e sangue” e all’esclusione di chiunque non risponda a un criterio arbitrario di “normalità”. Credo che ci sia una matrice comune a tutte queste forme di chiusura. Il dominio del mercato ha cancellato ogni ideale che non sia quello del guadagno e allo stesso tempo ha innescato nuove paure. Paura di perdere ciò che si crede di avere. Ecco allora che ci si arrocca e si comincia a temere ogni forma di differenza, sia essa di pelle, di religione, di sessualità. Si ritorna a una sorta di tribalismo che giudica gli altri solo sula base del proprio etnocentrismo».

 

Contro gli “stranieri” c’è il razzismo organizzato e quello con pretese scientifiche; c’è l’intreccio di paure e ignoranze o quello che Kossi Komla-Ebri definisce «imbarazzismo»; c’è persino (come ha scritto anni fa Giuseppe Faso) un «razzismo democratico»; c’è la ricerca di un capro espiatorio, quale che sia, degli ultimi che vorrebbero passare… penultimi nella scala sociale. Poi c’è il razzismo dall’alto, legislativo e poliziesco, il mobbing istituzionale contro gli stranieri che in Italia ha preso soprattutto il volto della Lega. Davvero il leghismo ha “soddisfatto” un sentire comune o piuttosto lo ha “allevato” dando ai razzisti un diritto di cittadinanza che 20 anni fa non avevano?

«Dovremmo interrogarci sul ruolo della politica: deve costruire una società etica oppure seguire gli umori della gente? È chiaro che pulsioni di tipo razzista o discriminatorio esistono in ogni comunità. È fisiologico, però chi deve guidare un Paese, una comunità ha il dovere di isolarle, colpirle, attenuarle. Non di esaltarle, come ha fatto la Lega in prima persona, ma grazie anche alla compiacenza di altri gruppi politici. Quando negli anni Cinquanta e Sessanta ci fu una forte immigrazione dal sud Italia verso il nord, si assistette anche allora a episodi di razzismo e ad attriti fra le diverse comunità, ma la classe politica di allora fece di tutto per attenuare le tensioni. Nessuno si sognava di cavalcare i mal di pancia della gente del nord e usarlo come arma politica.

La Lega si è inserita in un vuoto politico lasciato dal crollo delle grandi narrazioni del Novecento e ha lanciato la carta dell’etnicità, sostituendo la complessità dell’analisi sociale con slogan semplicistici e populisti. Intuendo e intercettando un disagio reale, ma incanalandolo tutto nell’opzione razzista e xenofoba, costruendo via via un nemico necessario (il meridionale, lo straniero, il musulmano…) necessario alla propria sopravvivenza. Inoltre ha sdoganato un linguaggio triviale e scorretto presentato come “popolare”, finendo per dare all’idea di popolo un’immagine retriva e becera. Estendendo la visione stretta e limitata di una minoranza all’intera popolazione dell’Italia settentrionale».

(*) Questo mio post è uscito il 1 febbraio su «Corriere dell’immigrazione» con il titolo «Il male sottile e la cura della memoria». (db)

 

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