Le intercettazioni sostituiscono la politica migratoria

Un’intercettazione al giorno leva il migrante di torno?

articoli di Umberto De Giovannangeli, Filippo Miraglia, Graziella Di Mambro e da globalist.it

Nell’inchiesta contro Mimmo Lucano intercettati 33 giornalisti e anche il portavoce della Boldrini

(da globalist.it)

Una vera e propria vergogna sostanziale, anche se a norma di legge: la Procura di Locri ha intercettato 33 giornalisti, un viceprefetto, tre magistrati e pure la portavoce dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini.
La Guardia di Finanza ha ascoltato finanche le conversazioni tra l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, coinvolto nell’inchiesta “Xenia”, e uno dei suoi avvocati difensori.

Lo scrive il quotidiano “Domani”. Il “sistema Trapani” sarebbe stato adottato anche in Calabria dove nell’ottobre 2018 è stato arrestato Lucano, principale imputato nel processo in corso davanti al Tribunale di Locri sulla gestione dell’accoglienza nel piccolo comune dell’alto Jonio reggino.

Dopo aver dedicato numerosi articoli alla vicenda dei giornalisti intercettati nell’indagine della Procura di Trapani sulle ong, il quotidiano diretto da Stefano Feltri pubblica un articolo di Enrico Fierro secondo cui «c’è una costante nelle inchieste che riguardano il sistema dell’immigrazione nel nostro Paese. Il metodo di conduzione dell’inchiesta – è scritto nel pezzo – appare lo stesso.
A Riace sono state ascoltate, e scritte nei verbali, le conversazioni che giornalisti, avvocati e magistrati avevano con il maggiore indagato, Mimmo Lucano. Le testate coinvolte vanno da Famiglia Cristiana alla tv Svizzera, passando per Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Quotidiano del Sud, la Rai, Mediaset, La7, più una lunghissima teoria di giornali, tv e siti locali, dall’Ansa al Corriere della Calabria, alla Gazzetta del Sud».
Tra i magistrati intercettati perché si sentivano con Lucano ci sono il presidente della Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria Roberto Lucisano, il giudice Olga Tarzia della Corte d’Appello di Reggio e il giudice Emilio Sirianni che lavora a Catanzaro.

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L’accusa di Zanotelli: “Lamorgese trattiene le navi delle Ong nei porti e tanti muoiono in mare

(da globalist.it)

Padre Alex Zanotelli, da sempre sostenitore di politiche di accoglienza e solidarietà verso i migranti, ha deciso di indire un “digiuno di giustizia” contro l’immobilismo del Viminale guidato dall’ex prefetto Luciana Lamorgese, rea secondo Zanotelli, di trattenere nei porti le navi delle Ong che potrebbero invece salvare molte vite umane: “Le politiche migratorie del governo attuale sono sempre più pesanti.
Draghi appoggia con fermezza l’agenzia europea Frontex che ha il compito di pattugliare i confini europei (quest’anno spenderà oltre un miliardo di euro!), ma non muove un dito per salvare vite umane nel Mediterraneo”.
Dati alla mano, il sacerdote ricorda che “nei primi tre mesi di quest’anno sono già state inghiottite dal mare dai 640 ai 1200 migranti.
Invece è sempre più attiva la Guardia costiera libica (creata e finanziata dall’Italia!) che, in questi mesi primi tre mesi ha intercettato in mare, (con l’aiuto dell’Italia!), 5.400 rifugiati e li ha riportati nei lager libici, veri e propri inferni”.
Denuncia in proposito padre Zanotelli che “in questa grave situazione diventa ancora più micidiale la politica della Ministra degli Interni, Lamorgese, che trattiene nei porti italiani, per banalità burocratiche, le navi delle Ong”.
Da qui la nuova protesta davanti ai Palazzi del potere il prossimo 7 aprile.
“Come ogni mercoledì del mese (da ormai 3 anni), – ricorda Zanotelli- saremo dalle 15 alle 18 in piazza Montecitorio , davanti al Parlamento, per contestare le politiche migratorie, razziste e xenofobe, del governo italiano e di Bruxelles.
Un digiuno, questo, rilanciato la scorsa settimana con forza anche dal Cantiere Casa Comune della famiglia comboniana, a cui si è aggiunto anche un digiuno a staffetta”.

Padre Zanotelli non condivide il modus operandi del ministro dell’Interno: ” Ora le navi salva-vite vengono anche trattenute nei porti italiani per la quarantena, disposizioni sanitarie che però non vengono applicate alle navi commerciali.
Quello che la ministra degli Interni pensa a tal riguardo lo si evince dalle sue dichiarazioni, a Catania, per il processo a Salvini: ‘Le navi stazionano per giorni nelle acque libiche per caricare più persone possibili e aspettano altri carichi prima di ripartire per l’Italia’.
Il ‘Giornale’, da pari suo, ne ha tirato subito le conseguenze: ‘ I taxi del mare non recuperano naufraghi, ma immigrati clandestini”.

– Denuncia ancora una volta il missionario comboniano: ” Questa è una politica razzista e xenofoba che il governo porta avanti in nome della Ue per costruire il grande muro attorno all’ Europa per salvarci dagli invasori.
E questa stessa politica la si vede anche nel tentativo, da parte della Lamorgese, di piazzare aerei e navi italiane nelle acque di fronte alla Tunisia, per bloccare i barchini in partenza per l’Europa.
E’ la stessa politica che viene eseguita sui nostri confini occidentali e orientali.
Il Ministero degli Interni sta lavorando per piazzare poliziotti italiani a Bordenecchia per bloccare migranti che tentano di arrivare in Francia.
Nell’ultimo anno la polizia francese ha respinto 21.000 migranti, mentre a Trieste l’Italia sta respingendo migliaia di profughi della rotta balcanica, in Slovenia, la quale li deporta in Croazia e questa in Serbia dove finiscono nell’orribile campo di Lipa.
Sempre a Trieste la mano dura del governo è caduta sull’associazione Linea d’ombra, fondata da Gian Andrea Franchi e sua moglie Lorena Fornasir: sono loro che lavano i piedi ai migranti in arrivo.
Ora sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione illegale per aver ospitato per una notte una famiglia iraniana”.

Per Zanotelli è altrettanto inaccettabile che si arrivino a intercettare le conversazioni dei giornalisti: “Questo clima minaccioso si sta ora estendendo sia sulle navi Ong come Medici senza frontiere e Save the Children, ma anche sui giornalisti che seguono le vicende della Libia! Infatti le conversazioni telefoniche di una serie di giornalisti sono state intercettate dalla Procura di Trapani per il processo in atto contro la Ong tedesca Jugend Rettet che sosteneva la nave Juventa.
E’ inaccettabile che lo Stato metta sotto processo chi espleta un compito che spetta proprio al governo: salvare vite umane.
Queste persone che fuggono da guerre, fame e cambiamenti climatici, di cui noi paesi ricchi siamo responsabili, non sono migranti, ma profughi, rifugiati che hanno diritto all’accoglienza.
E’ quanto ci insegna con forza Papa Francesco: Per tutte queste ragioni digiuneremo mercoledì 7 aprile”

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L’Italia intercetta i giornalisti e la Libia libera e promuove il capo dei trafficanti – Umberto De Giovannangeli

 

I giornalisti italiani intercettati perché testimoni scomodi, mentre a Tripoli viene scarcerato uno dei capi del traffico di esseri umani. Questo è il rapporto tra l’Italia e la “nuova Libia”. Una vergogna.

Che Nello Scavo, uno dei giornalisti intercettati, ricostruisce così in un articolo su Avvenire: “ “Prima ancora di venire scarcerato, il comandante Bija aveva già incassato la promozione al grado di maggiore della guardia costiera libica. E domenica, come oramai appariva scontato, Abdurhaman al-Milad è tornato trionfalmente per le strade di Zawyah, in un tripudio di abbracci, auto in corteo, danze e lodi ad Allah… Riabilitato con tanto di firma del procuratore generale di Tripoli, ora molti si interrogano sul futuro del guardacoste indicato dagli ispettori Onu alla testa del traffico di petrolio, armi ed esseri umani nel potente “mandamento” di Zawyah. Lì il capo dei capi è Mohamed Kachlav, anch’egli come Bija inserito nella lista nera di Onu, Unione Europea e Dipartimento di Stato Usa. Domenica Kachlav è apparso in quasi tutte le foto del redivivo al-Milad, a segnare l’inossidabile alleanza tra le tante famiglie della milizia, gestita secondo uno schema che prende a prestito l’organizzazione e i legami politici di Cosa nostra siciliana e l’apparente anarchia sul campo delle paranze di Scampia.

“Come se da noi la camorra fosse riconosciuta ufficialmente e si affiancasse apertamente alle istituzioni governative”, sintetizza da Roma un ammiraglio di lungo corso che mal sopporta i colleghi di Tripoli. Sei mesi di carcere, per quella che da subito era apparsa come una consegna concordata, sono serviti a ripulire la fedina penale del poco più che trentenne Abduraman e accrescere il suo carisma tra i miliziani di al-Nasr, il clan pagato per sorvegliare la raffineria di Zawyah,, il porto petrolifero di cui Bija è stato il supervisore, e il campo di prigionia ufficiale diretto dal cugino Osama, descritto dai magistrati italiani come “il peggiore” di tutti i torturatori finora identificati. Tre scagnozzi nordafricani di Osama un anno fa sono stati condannati a 20 anni di carcere ciascuno dal Tribunale di Messina.

Doveva rispondere dell’accusa di traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio. Ma la procura lo ha rilasciato per mancanza di prove. Le prove sono in fondo al Mar Mediterraneo e in molti Paesi europei’, ha reagito Vincent Cochetel, inviato speciale dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acrnur)

A ottenere nell’ottobre scorso l’arresto di Bija era stato il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, che nelle scorse settimane ha denunciato un attentato da parte delle milizie di Zawyah. I misteri di Bija non sono pochi. E non sono neanche pochi quanti in Italia temono che possa vuotare il sacco. Ricatti incrociati che il miliziano guardacoste ha saputo fino ad ora padroneggiare. La settimana scorsa il premier Mario Draghi aveva elogiato l’operato della cosiddetta guardia costiera libica. Ma dopo avere creato imbarazzo ai governi Conte e Gentiloni, al-Milad ora riesce a fare altrettanto con l’esecutivo Draghi, che presto dovrà rifinanziare proprio i guardacoste tripolini..”.

Così stanno le cose.

 

Un po’ di storia.

Comandante delle brigate “Anas al-Dabbashi”, dal nome di un familiare martire della jihad, Ahmed al-Dabbashi detto “Ammu’” (lo zio), opera a Sabratha e fino al 2016 aveva saldi legami con lo Stato islamico in Libia, che dice di combattere mentre secondo il Palazzo di Vetro farebbe il doppio gioco. La sua è una delle famiglie più in vista del Paese. La rotta migratoria dal Niger è appannaggio dei suoi uomini che si occupano anche della sicurezza della Mellitah Oil&Gas, legata all’Eni. È accusato di guidare una rete di traffici sovranazionali di esseri umani, armi e greggio. A Zawiya controllerebbe spiagge per la partenza di migranti, case per la detenzione anche di minori e barche. Avrebbe sulla coscienza morti in mare e nel deserto.

Ed è da questo territorio che partivano, tra il 2016 ed il 2017, la gran parte dei barconi che in Italia hanno comportato numeri da record di sbarchi.

Un’emergenza, quella creata nel nostro Paese, che costrinse il governo Gentiloni a provare a correre ai ripari. E così, ecco che nella primavera del 2017 sotto la regia del ministro dell’Interno Marco Minniti iniziarono le trattative con Tripoli per provare a frenare il flusso migratorio. In questo contesto sono state poste le basi per il memorandum con la Libia, che ha previsto soldi al governo di Tripoli in cambio dello stop alle partenze.

Un reportage della Reuters ha successivamente accusato il governo italiano di aver fatto finire quei soldi nelle casse dei  clan che organizzavano i viaggi della speranza, che in molti casi si trasformavano in viaggi della morte. Tra questi, clan, ovviamente, figurava anche il gruppo degli al- Dabbashi. Roma ha sempre smentito, fatto sta che le partenze dall’autunno del 2017 sono diminuite ed a Sabratha è scoppiata una faida. Alcuni clan rivali degli al- Dabbashi hanno ingaggiato una vera e propria battaglia contro gli uomini di “ Ammu”.

 

La “Dabbashi &Co.”

I fratelli Dabbashi erano,e forse sono tuttora, i “re dei trafficanti” di esseri umani: Ahmad e Mehemmed erano infatti responsabili dell’80 % delle partenze di migranti dalle coste libiche in direzione Italia, un “affare milionario”. La quota minima da pagare per salire a bordo dei barconi della “Dabbashi & Co.” era 1000 dollari: questo il prezzo di un biglietto della speranza che tuttavia non comprendeva l’assicurazione sulla vita in caso di annegamento.  Da trafficanti di esseri umani i fratelli Dabbashi sono diventati dei perfetti poliziotti anti-migranti, e lo dimostrano i numeri degli sbarchi che sono crollati notevolmente nel giro di pochi mesi. Per convincere l’impresa familiare a cambiare attività sono serviti 5 milioni di euro, gentilmente elargiti dal governo libico e forse quello italiano, con la promessa che Ahmad e Mehemmed ne usciranno puliti e le loro milizie verranno legalizzate. ”Chi avrebbe mai detto che in pochissimi anni sarebbe diventato il bandito più famoso della regione, contrabbandiere di petrolio e trafficante di esseri umani, sino a trasformarsi adesso in poliziotto anti migranti per eccellenza, che tratta con il governo di Tripoli e persino con quello italiano ?” dice Mohammad, vecchio vicino di casa di Ahmad, ma sono in tanti a Sabratha a condividere queste parole.

 

Relazioni pericolose

Come ricorda l’Agenzia Nova, la famiglia Dabbashi è uno dei clan più noti di Sabratha. Uno zio di Fitouri Dabbashi, -il capo clan morto in uno scontro a fuoco l’11 settembre 2019 ad Ain Zara, a sud di Tripoli- Ibrahim al-Dabbashi, è stato ambasciatore alle Nazioni Unite. Il fratello di” al-Ammu”, Emhedem, guida la Brigata 48, forza nata da un accordo con il ministero della Difesa e che, secondo fonti libiche riportate da L’Espresso, aveva come unico scopo quello di proteggere gli interessi di “Al-Ammu “e gestire la sicurezza al compound di Mellitah, joint venture tra Eni e la società petrolifera nazionale libica Noc. Non è chiaro, invece, quale sia stato il ruolo della famiglia nel sequestro dei quattro tecnici italiani della Bonatti nel 2015, due dei quali morti nella sparatoria per la loro liberazione.

 

Segreti inquietanti

Quattordici settembre 2017. Fra i trafficanti libici e l’Italia sono stati stipulati piccoli accordi contro i migranti”. Dopo i reportage di Reuters e Associated Press anche Le Monde accende i riflettori sui motivi che starebbero dietro allo stop delle partenze di migranti dalle coste libiche. Il quotidiano francese dedica all’argomento il titolo di apertura dell’edizione del pomeriggio e le prime due pagine interne.

Le Monde spiega di aver parlato al telefono con una personalità di Sabratha, la città costiera della Tripolitania diventata l’hub principale del traffico di esseri umani in Libia. “C’è un accordo tra gli italiani e la milizia di Ahmed al-Dabbashi. L’ex trafficante oggi fa la guerra contro il traffico di esseri umani”, scrive il giornalista citando la fonte, che vuole rimanere anonima. L’articolo spiega che “al-Dabbashi, soprannominato al-Ammu (lo zio), è il capo della brigata dei martiri Anas al-Dabbashi, che fino a luglio dominava il traffico di migranti da Sabratha”. Le informazioni coincidono con quelle contenute nel reportage di Associated Press e anche del Corriere della Sera. Una fonte di AP aveva definito al-Dabbashi e il fratello “i re del traffico” di migranti.

Abdel Salam Helal Mohammed, un dirigente del ministro degli Interni del governo di Tripoli che si occupa di immigrazione, ha raccontato che l’accordo è stato raggiunto durante un incontro fra italiani e membri della milizia Al Ammu, che si sono impegnati a fermare il traffico di migranti (cioè loro stessi o dei loro alleati, in sostanza). Dell’incontro aveva parlato anche la giornalista Francesca Mannocchi in un articolo pubblicato pubblicato da Middle East Eye il 25 agosto 2017, senza però trovare conferme ufficiali. Anche il portavoce di Al Ammu, Bashir Ibrahim, ha confermato ad Associated Press che circa un mese fa, luglio 2017,  entrambe le milizie hanno stretto un accordo “verbale” col governo italiano e quello di Sarraj per fermare i trafficanti. Sempre secondo Bashir, l’accordo prevede che in cambio del loro aiuto le milizie ottengano soldi, barche e quello che Associated Press definisce “equipaggiamento” (non è chiaro se si tratti o meno di armi).

Il servizio di intelligence della polizia locale ha spiegato al Corsera che “che ultimamente (lo “Zio,” ndr) avrebbe ricevuto almeno 5 milioni di euro dall’Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez al Sarraj”.

L ’articolo, di AP, intitolato “Backed by Italy, Libya enlists militias to stop migrants”, attribuisce questa notevole diminuzione di arrivi ad un’intesa sottobanco tra il governo italiano e alcuni gruppi armati libici: “Il calo sembra essere in gran parte dovuto ad accordi con le due milizie più potenti della città occidentale libica di Sabratha”. Le due milizie in questione sono la Brigata 48 e la Brigata del martire Anas al-Dabbashi, guidate da due fratelli dell’influente clan al-Dabbashi. “I funzionari della sicurezza e gli attivisti di Sabratha intervistati dall’AP hanno affermato che dirigenti italiani si erano incontrati con i leader della milizia”, si legge nello stesso articolo. Inoltre, sempre secondo la AP, “dal 2015 (quando Matteo Renzi era primo ministro, ndr), la sorveglianza del sito petrolifero di Melitah, dove opera l’Eni, è affidato alla milizia di al-Ammu”. Da questo quadro remerge chiara l’ambiguità dello Stato italiano nei confronti della situazione in Libia. Questa ambiguità è stata evidenziata da un’inchiesta pubblicata il 4 ottobre di quest’anno dal quotidiano l’Avvenire intitolata “La trattativa nascosta.. Dalla Libia a Mineo, il negoziato tra l’Italia e il boss”. Da questa inchiesta risulta che l’11 maggio 2017 funzionari dello Stato italiano incontrarono rappresentanti delle autorità libiche per discutere del blocco delle partenze di profughi e migranti. Alla riunione partecipò Abd al-Rahman al-Milad, alias “Bija”, capo della Guardia costiera libica della zona Ovest.

Quest’uomo è “accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawiya, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare il ‘modello Mineo’”, scrive Nello Scavo, autore dell’inchiesta.

Ora “Bija” è tornato in libertà. E addirittura promosso di grado in quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica. Un’associazione finanziata dall’Italia ed elogiata dal premier Draghi nella sua recente visita a Tripoli.

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Decine di giornalisti e un avvocato intercettati illecitamente. Il lato oscuro dell’inchiesta sulle Ong – Graziella Di Mambro

 

L’inchiesta di Trapani sulle Ong svela una tecnica di intercettazioni a strascico che coinvolge decine di giornalisti e un avvocato, tutti ascoltati su dati sensibili e personali, assolutamente ultronei al procedimento. Il racconto, raggelante, è contenuto nell’articolo pubblicato da Andrea Palladino su “Il Domani” e parte dal “pedinamento” di Nancy Porsia, massima esperta di Libia e tra i cronisti che con costanza seguono cosa sta accadendo nel Mediterraneo nonché  il lavoro delle Ong. Per questo era già finita finita nel mirino di oscuri personaggi vicini al regime libico. La Porsia come freelance salì sulla Iuventa per documentare i salvataggi e in generale l’inferno che si crea in quel corridoio del Mediterraneo. Bastò quello perché fosse inserita anche lei nel lungo elenco delle persone intercettate nell’ambito dell’indagine di Trapani. L’informativa, di cui stanno venendo fuori solo ora i dettagli, voleva dimostrare la complicità tra chi salva vite umane e i trafficanti. Un filone caro ad alcuni partiti italiani, compresa la Lega e il suo capo che di lì a poco diventerà Ministro dell’Interno. Si cercavano, nel 2016, dati per corroborare quella tesi. E lo si è fatto con metodi non formali, anzi palesemente illeciti come nel caso delle intercettazioni a carico di Nancy Porsia, la quale non risulta indagata nel fascicolo. Ciò nonostante viene ascoltata mentre parla con il suo legale, l’avvocato Alessandra Ballerini. Viene registrato e riportato in atti di tutto: dalle informazioni personali della Porsia agli spostamenti prossimi dell’avvocato Ballerini in Egitto, Paese dove si dovrebbe recare per un altro caso scottante che segue, quello della morte di Giulio Regeni. Informazioni delicatissime. Chi le cercava davvero? E perché? Nelle telefonate si fa riferimento anche al ruolo di “scorta mediatica” dell’Associazione Articolo 21 e a quello del Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana Giuseppe Giulietti, che in effetti si sono sempre occupati del dramma dei migranti e degli attacchi ai giornalisti che fanno un resoconto dettagliato dei salvataggi. Non solo: Articolo 21 ha seguito le minacce ai giornalisti che fanno una narrazione non condizionata politicamente dei naufragi nel Mediterraneo e su questo punto specifico a settembre scorso ha consegnato un dossier al Ministero dell’Interno, sollecitando approfondimenti. La cronaca dei naufragi e del ruolo delle Ong è da tempo oggetto di scontro politico e mediatico ma nessuno poteva immaginare che un’inchiesta giudiziaria potesse intercettare i giornalisti che si occupano di immigrazione forse nel tentativo di svelare le loro fonti. In quella “rete” illegale gettata sui cellulari dei cronisti sono finiti indirettamente anche Nello Scavo di Avvenire, Sergio Scandurra di Radio Radicale, Francesca Mannocchi de L’Espresso, Claudia Di Pasquale, collaboratrice di Report, Fausto Biloslavo de Il Giornale. Cosa stavano cercando gli investigatori? E’ davvero possibile pensare che si stesse indagando su una “collaborazione” tra i giornalisti, i trafficanti e le Ong sugli sbarchi? Oppure è stata semplicemente una prova di forza tra apparati investigativi e diritto all’informazione in Italia? Questa inchiesta anziché dare risposte al filone iniziale ha prodotto domande molto complicate e rivelato il lato fragile della democrazia italiana, dove i giornalisti sono, troppo spesso, un bersaglio.

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La Bottega del Barbieri

Un commento

  • domenico stimolo

    L’ex ministro dell’interno e senatore rinviato a giudizio nel processo all’odio!

    “Si dispone il rinvio a giudizio. Non ci sono elementi per il non luogo a procedere” sono le parole del giudice dell’udienza preliminare Lorenzo Jannelli del tribunale di Palermo. È una notizia che abbiamo accolto con soddisfazione nella piazza antistante l’aula bunker dell’Ucciardone di #Palermo, dove eravamo in attesa della decisione.

    L’ex ministro dovrà presentarsi davanti la seconda sezione del tribunale di Palermo il 15 settembre, con l’accusa di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio, per aver bloccato in mezzo al mare, per diversi giorni, 147 persone salvate dall’Ong spagnola Open Arms, nell’agosto 2019.

    La nostra soddisfazione nasce proprio perché finalmente queste 147 persone, e tutte le altre che hanno dovuto subire situazioni simili, potranno – speriamo! – avere giustizia.

    Abbiamo seguito l’intervento fatto oggi in aula dalla difesa che neanche in questa occasione si è astenuta dal fare propaganda politica, dall’attaccare cinicamente i soccorsi in mare e gli operatori delle organizzazioni che sono presenti – uniche – nel Mediterraneo, con il solito linguaggio violento e sprezzante. È questa violenza che da tempo denunciamo, una violenza istituzionalizzata che attacca persone innocenti ed estremamente vulnerabili i cui diritti umani sono totalmente calpestati.

    Sarà un processo lungo e sicuramente complesso, in cui forse si farà giustizia e in cui forse si farà chiarezza sui meccanismi di chiusura, criminalizzazione e disprezzo per riaffermare la dignità e i diritti delle persone.

    Ribadiamo, quindi, la nostra assoluta vicinanza alla ONG Open Arms, all’equipaggio e a tutti le/gli attiviste/i e le persone solidali che continuano a credere nel diritto internazionale e nel rispetto -prima e innanzitutto- dei diritti umani di tutti e ciascuno.

    Noi ci saremo e aspetteremo assieme a tutti coloro che anche a nome nostro si sono costituiti parte civile in quello che abbiamo definito processo all’odio.

    *Forum Antirazzista Palermo, ADIF, Associazione Antimafie Rita Atria, Cobas scuola Palermo, Comitato di base No Muos Palermo, Rete antirazzista catanese, LasciateCIEntrare*

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