Legge di Bilancio? No, test di fedeltà
articoli di Rocco Artifoni, Franco Astengo e Mario Sommella
Il Parlamento ridotto a tappetino del Governo
di Rocco Artifoni (*)
(Foto di Camera dei Deputati)
La fine di un anno è un tempo di bilanci. Bene ha fatto Angelo Greco nel sito laggepertutti.it a riportare e commentare i dati delle norme approvate nella legislatura corrente, verificandone la provenienza. Il risultato dell’analisi è già chiarissimo nel titolo dell’articolo: “Parlamento esautorato: il Governo comanda e le Camere obbediscono”.
I dati del servizio studi di Montecitorio rivelano che – dall’inizio dell’attuale legislatura (13 ottobre 2022) ad oggi – il Parlamento ha approvato 269 leggi. Il Governo Meloni ha firmato 200 di questi provvedimenti, che corrispondono al 74,3% del totale: 98 sono leggi di conversione di decreti-legge governativi e 102 disegni di legge di iniziativa ministeriale. Le proposte presentate dai parlamentari che sono riuscite a completare l’iter legislativo sono appena 65, ovvero il 24,2%. Soltanto 4 sono leggi di iniziativa popolare o mista.
È evidente che siamo in presenza di un ribaltamento delle funzioni dei poteri sancite dalla Costituzione. Il potere legislativo è per lo più esercitato dal Governo, mentre il Parlamento è spesso ridotto a mero esecutore. A confermare questa prevaricazione governativa sono i tempi dell’iter legislativo: un progetto di legge di iniziativa parlamentare richiede mediamente 384 giorni per essere approvato, mentre i testi presentati dal Governo viaggiano su una corsia preferenziale con una media di 239 giorni.
Di fatto in Italia non esiste più il bicameralismo parlamentare, perché il Governo è diventato la prima Camera. Infatti, oltre il 90% delle leggi approvate non subisce alcuna modifica nel secondo passaggio parlamentare: un dato clamoroso che riguarda 97 decreti-legge su 98 e ben 96 leggi di iniziativa governativa su 102. Il confronto tra deputati e senatori è stato sostituito da un sistema “alternato”, dove a turno una delle due Camere viene totalmente esautorata della sua funzione di revisione legislativa. «Si tratta – scrive giustamente Angelo Greco – di una violazione sostanziale dello spirito costituzionale, che richiederebbe una doppia deliberazione meditata».
A peggiorare la situazione si possono indicare due questioni: l’abuso dei decreti-legge e della questione di fiducia. La Costituzione prevede la possibilità che il Governo emani decreti-legge, ma soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art. 77 Cost.). Spesso i decreti presentati non mostrano queste caratteristiche. Inoltre, durante l’iter parlamentare subiscono un incremento del numero di commi pari al 61,9% durante la loro conversione in legge, trasformandosi in provvedimenti “omnibus”. Infine, va segnalato che 54 dei 98 decreti-legge sono stati approvati con la questione di fiducia posta dal Governo, di fatto un diktat ai parlamentari che devono ratificare le decisioni prese dal Consiglio dei Ministri.
Questa impostazione distorce la dialettica parlamentare, in particolare quando si tratta della legge di bilancio, che non è più relativa al merito delle norme in discussione, ma viene trasformata in un test di fedeltà alla coalizione di maggioranza, pena la caduta del Governo stesso.
In questo scenario, nel quale il decisionismo governativo ha sostituito la democrazia parlamentare, è opportuno ricordare il monito di Montesquieu: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro».
(*) ripreso da https://www.pressenza.com/
vignetta di Benigno Moi
LEGGE DI BILANCIO: ESITO POLITICO
di Franco Astengo
Un quadro non esaltante anzi piuttosto deprimente alla vigilia di una prova molto difficile come quella del referendum sul ruolo della magistratura in una democrazia italiana in cui sono in pericolo la Costituzione e lo stesso principio illuminista della separazione dei poteri.
L’esito concreto della vicenda riguardante la legge di bilancio, almeno nella versione approvata dal Senato (e qui si apre il discorso del bicameralismo) può essere riassunta in 3 punti:
a) un decreto aggiuntivo per soddisfare gli appetiti della Confindustria;
b) la spesa militare ricondotta nell’alveo della crescita fino al 5% sul Pil come indicato dal piano di guerra targato Von der Leyen;
c) l’evidente sbilanciamento a favore dei ceti sociali più forti.
Scusandomi per la personalità della sintesi credo si debba prestare attenzione agli esiti politici di questa fase convulsa e tormentata:
1) Si è verificato un ulteriore passaggio sopravvenienza della “Costituzione materiale” sulla Costituzione repubblicana. Un passaggio cruciale effettuato soprattutto sotto l’aspetto della riduzione di quella che un tempo era definita “centralità del parlamento” (lo ha anche fatto notare con crudezza lo stesso ministro Giorgetti). Una riduzione nel ruolo del parlamento (elemento non secondario di una riduzione complessiva nel rapporto politica/società) che si è realizzato sotto due aspetti: il “salto del dibattito” ponendo la fiducia sulla decretazione; il concreto ridimensionamento del bicameralismo a monocameralismo con la seconda camera chiamata in causa (in questo caso quella dei deputati) semplicemente per “ratificare”. Senza voler forzare alcunché è comunque il caso di richiamare questi passaggi in previsione del referendum sulla magistratura : i provvedimenti che saranno oggetto del voto fanno parte dello stesso pacchetto di costruzione di una “Costituzione Materiale” (già avviato ai tempi delle presidenze Berlusconi e poi in parte stoppata dall’improvvidezza del tentativo di rafforzamento attuato con la presidenza Renzi) di accentramento dei meccanismi di governabilità utilizzati per aprire la strada al presidenzialismo (che nella versione della destra ha assunto la veste del premierato). Tutta questa partita si tiene e deve essere oggetto del contendere nel corso della partita referendaria. Se si abbassa il tono e ci si riduce al fatto tecnico della separazione delle carriere oppure se si invocherà semplicisticamente una “spallata” verso il governo le possibilità di spuntarla risulteranno sicuramente ridotte;
2) L’opposizione. Al principio di questa brutta storia vissuta nelle ultime settimane alcune associazioni di cultura politica legate alla storia della sinistra italiana e operanti sul piano nazionale avevano proposto alle opposizioni di non tenere un atteggiamento “emendatario” ma di adottare uno schema pienamente alternativo facendo riferimento alla “Controfinanziaria” che ogni anno prepara il gruppo di “Sbilanciamoci” (cosa avvenuta anche quest’anno con un documento presentato alla Camera dei Deputati il 4 dicembre). L’obiettivo era quella di proporre un intervento che anche su specifici aspetti fosse basato su di un progetto complessivo. Questo non è avvenuto, la proposta delle associazioni non è stata considerata . Soltanto la CGIL è stata in grado di sviluppare una mobilitazione di massa e alla fine per arrivare al ritiro di alcuni provvedimenti del tutto sballati (e fortemente impopolari) si è dovuto assistere ad un duro scontro interno alla maggioranza stessa e a interventi “esterni” (quello della Confindustria prontamente ascoltato con l’emanazione del decreto già citato). Neppure c’è stata la volontà di intervenire nel dissidio interno che ha avuto protagonista la Lega che come sappiamo è molto sensibile alla questione pensionistica.
Al riguardo dell’opposizione rimane da comprendere un punto nodale: se si ritiene possibile un’alternanza a “bipolarismo temperato” oppure se si pensa, nel 2027, di andare a un confronto personalistico che oggi come oggi apparirebbe comunque perdente.
Insomma: una situazione quanto mai problematica nella quale si sono posti da parte delle opposizioni evidenze di nodi non sciolti cui si aggiungono le esitazioni riguardanti la politica estera.
Ripetiamo quanto già scritto in epigrafe:
Un quadro non esaltante anzi piuttosto deprimente alla vigilia di una prova molto difficile come quella del referendum sul ruolo della magistratura in una democrazia italiana in cui sono in pericolo la Costituzione e lo stesso principio illuminista della separazione dei poteri.
vignetta di Altan
Manovra 2026: il Paese in saldo, la democrazia in affitto |
di Mario Sommella (*)
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C’è un’immagine che fotografa meglio di mille slogan la finanziaria che sta passando in Parlamento: un maxi-emendamento scritto all’ultimo, blindato con la fiducia, e attorno un contorno di “aggiustamenti” che non correggono nulla, ma spostano il peso sempre dalla stessa parte. È il vecchio trucco: chiamare “responsabilità” ciò che è una scelta di campo, e chiamare “semplificazione” ciò che assomiglia a un condono. E mentre il governo si racconta come il presidio dell’ordine, prepara una politica che disciplina i deboli e premia chi può permettersi di ignorare le regole. |
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Il Parlamento ridotto a notaio, la manovra ridotta a prova di forza |
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La prima notizia, prima ancora delle cifre, è il metodo. La legge di bilancio dovrebbe essere il luogo massimo della decisione pubblica: si discute, si corregge, si bilancia. Qui invece si procede per compressione. Il testo viene chiuso con un maxi-emendamento e il “lucchetto” della fiducia, dopo giorni di caos procedurale e scambi interni alla maggioranza. Lo denuncia Maurizio Landini con parole nette: “spettacolo indegno”, un governo che “non vuole discutere con nessuno, né con il Parlamento né con le parti sociali”. |
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Non è solo un problema di stile. È sostanza politica: quando la manovra diventa un atto “prendere o lasciare”, si trasformano i diritti sociali in variabili di contabilità, e la democrazia in una formalità. |
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Il condono come segnale: legalizzare l’abuso e chiamarlo “primo treno utile” |
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Dentro questa logica, il capitolo più rivelatore è la mossa sul condono edilizio. Non un dibattito trasparente, non una scelta motivata da un’emergenza reale, ma un ordine del giorno alla manovra che “impegna il governo ad adottare” un nuovo condono “nel primo provvedimento utile”. Il contenitore sarebbe la riforma del Testo unico dell’edilizia, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa del Parlamento. |
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Qui la politica parla un linguaggio chiarissimo: non si affronta l’emergenza abitativa con case popolari, affitti sostenibili, recupero serio e trasparente del patrimonio pubblico. Si manda un messaggio culturale: “se hai violato le regole, prima o poi arriva una sanatoria”. In Italia non sarebbe neppure una novità: i grandi condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 sono il precedente storico che pesa come un macigno, perché hanno sedimentato l’idea che l’abuso non è un reato sociale, ma un investimento in attesa di sconto. |
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E mentre la maggioranza si contende la bandierina del “Piano casa”, la traiettoria che emerge è quella denunciata da più osservatori: condoni, sanatorie, semplificazioni “a favore”, e pochissimo per chi una casa deve prenderla in affitto senza essere strozzato. |
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Tagli e spostamenti: meno coesione, più rendite di fatto |
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Poi ci sono i numeri che raramente finiscono nei titoli, ma decidono la vita concreta. |
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Sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, nel testo approdato in Commissione Bilancio al Senato compare una riduzione delle risorse (almeno 300 milioni per il 2026, secondo l’anticipazione ANSA). E diverse analisi segnalano un disegno più ampio di riduzione/riassorbimento di risorse FSC lungo più anni, con impatto potenziale soprattutto sui territori già fragili. |
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Sull’Assegno di inclusione, il meccanismo viene “aggiustato” in modo che suona quasi beffardo: da un lato si elimina il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro, dall’altro il primo mese del rinnovo verrebbe pagato al 50%. Tradotto: si evita il buco, ma si mette una toppa più piccola proprio quando le famiglie arrivano già in apnea. |
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Questo è il filo che lega i pezzi: non si nega il welfare in modo clamoroso, lo si consuma a cucchiaini. Tagli qui, ritocchi là, un’eccezione oggi, una “revisione” domani. E intanto si normalizza l’idea che la protezione sociale sia un costo da limare, non un diritto da garantire. |
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Lavoro: quando il “mercato” diventa una scusa per togliere tutele |
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Nell’intervista, Landini punta il dito su un passaggio che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia lavorato davvero: il ritorno dell’emendamento Pogliese, già contestato e poi rispuntato. La sostanza, semplificando: rendere più difficile recuperare crediti di lavoro e arretrati, spostando la prescrizione “in costanza di rapporto”, cioè mentre sei ancora dipendente, quando molti non fanno causa per paura di ritorsioni. Questo impianto è stato descritto da più fonti come un colpo ai diritti dei lavoratori, e nel 2025 aveva già acceso polemiche e ritiri tattici. |
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È un punto politico enorme: se tu indebolisci la possibilità di ottenere giustizia sul salario dovuto, stai dicendo che il conflitto tra impresa e lavoratore si risolve sempre con la forza contrattuale, cioè quasi sempre a sfavore di chi ha meno potere. |
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Fiscal drag: la tassa invisibile che resta anche quando “ti dicono” di averti aiutato |
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Qui entra il tema del fiscal drag, che Landini liquida con una parola sola: “balle” quando il governo sostiene di averlo “recuperato”. Al di là della polemica, il punto è serio: il fiscal drag è quel meccanismo per cui, con inflazione e progressività Irpef, puoi finire a pagare più imposte anche se il tuo reddito reale non cresce. Diversi osservatori hanno quantificato effetti rilevanti negli ultimi anni e spiegano perché gli interventi parziali non equivalgono a sterilizzare davvero il fenomeno. |
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E allora la frattura diventa morale prima che economica: se la propaganda ti vende “meno tasse”, ma il carico reale su dipendenti e pensionati resta pesante e scivola su meccanismi automatici, la politica sta chiedendo fiducia mentre svuota la busta paga. |
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Un Paese che si assottiglia: produzione in calo, povertà strutturale |
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Tutto questo avviene mentre l’Italia non è esattamente in una fase di benessere diffuso. |
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L’ISTAT continua a registrare debolezza nella produzione industriale: solo per citare l’ultimo dato disponibile, a ottobre 2025 l’indice destagionalizzato è stimato in calo rispetto a settembre, con flessioni in vari comparti. |
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E sulla povertà assoluta, l’ISTAT stima per il 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di individui in povertà assoluta (quasi il 10% dei residenti). Non un incidente di percorso: una condizione che si stabilizza, cioè si normalizza. |
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Se metti insieme questi due dati, capisci perché l’idea di “tirare a campare” con piccoli ritocchi e grandi slogan è micidiale: quando la base economica si indebolisce e la povertà resta alta, ogni taglio al welfare e ogni favore all’irregolarità (come un condono) non sono semplici misure tecniche. Sono un modo di riscrivere il patto sociale: chi sta sotto deve arrangiarsi, chi sta sopra può permettersi di aspettare la prossima sanatoria. |
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La domanda che resta sul tavolo |
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La domanda, alla fine, è brutale e semplice: che cosa sta finanziando davvero questa manovra? |
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Se il governo sceglie di correre sul binario dei condoni e di una politica industriale lasciata al “trasferimento senza condizioni”, mentre stringe su pensioni, welfare, sanità pubblica e coesione territoriale, allora non sta “mettendo in sicurezza i conti”. Sta mettendo in sicurezza un rapporto di potere. |
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E qui la critica non è ideologica: è concreta. Un Paese non va in declino perché sciopera chi lavora. Va in declino quando il lavoro povero diventa la normalità, quando la casa diventa un lusso, quando la povertà diventa statistica, e quando il Parlamento diventa un passaggio formale per decisioni già prese altrove. |
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FONTI PRINCIPALI |
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Manovra e ordine del giorno sul condono edilizio (Repubblica, 22 dicembre 2025). |
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Intervista a Maurizio Landini sulla manovra (Repubblica, 22 dicembre 2025, anche in PDF CGIL). |
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Taglio FSC (ANSA rilanciata da La Gazzetta del Mezzogiorno). |
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Assegno di inclusione e primo mese dimezzato (Sky TG24). |
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Povertà assoluta 2024 (ISTAT). |
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Produzione industriale ottobre 2025 (ISTAT). |
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Fiscal drag: stime e chiarimenti (Osservatorio CPI, lavoce.info). |
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Emendamento Pogliese e crediti di lavoro (Corriere della Sera, Fisac-CGIL). |
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Precedenti condoni edilizi (normativa e sintesi). |
(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com


