Leggi le mie labbra

di Maria G. Di Rienzo

Un buon numero di voi, amate lettrici (e amati lettori, ma credo che in questo caso la vostra percentuale sia più bassa) arriva qui inserendo nei motori di ricerca frasi correlate alle molestie sessuali in spazi pubblici: molestie in strada, molestie sull’autobus o sul treno, e via così. Azzardo l’ipotesi che il problema vi riguardi personalmente o molto da vicino e che non abbiate trovato nessuno con cui parlarne, o che parlarne vi metta a disagio.

Okay, come forse saprete già uno dei miei “mestieri” è la formazione alla nonviolenza: la quale NON consiste nel subire passivamente la violenza alzando gli occhi al cielo e ringraziando qualche potere superiore per l’alto onore di essere martirizzate anche oggi. La nonviolenza contrasta attivamente la violenza, la smantella, la trasforma, non la condona e non la imita. E poiché le molestie sessuali, in privato o in pubblico, sono violenza, ho di sicuro qualcosa da dirvi al proposito.

Innanzitutto: non è colpa vostra. Voi siete responsabili di quel che voi fate, non di quello che fanno gli altri. Non è stata la vostra gonna, non il vostro aspetto, non l’essere sedute a gambe incrociate, non l’aver risposto gentilmente alla richiesta di informazioni, non aver sorriso alla tale persona o l’averci bevuto una birra insieme. Il vostro aggressore ha scelto scientemente di molestarvi, e non importa quali scuse possa tirar fuori dal cappello per la violenza che usa su di voi: la violenza è sbagliata e la violenza è reato. Il biasimo per le sue azioni ricade solo su di lui.

Le cose che vi dirò di seguito non sono “soluzioni” alla violenza, ne’ funzionano sempre in tutti i casi. Sono dei sistemi per cominciare a lavorare al problema e liberarsi di situazioni sgradevoli: sarete voi a dover valutare quale sistema si adatta meglio a ciò che volete ottenere. Innanzitutto: non abbiate dubbi nell’identificare la violenza come tale.

Sono molestie sessuali:

i gesti volgari;

i commenti sessuali espliciti, o i commenti sul vostro aspetto, sul vostro orientamento sessuale, sul vostro genere;

il fischiarvi dietro (alcuni ululano, altri persino abbaiano…);

il seguirvi e il bloccarvi la strada;

il toccarvi seni, gambe, didietro eccetera;

il togliervi di dosso degli indumenti o lo spogliarsi davanti a voi;

il masturbarsi in pubblico.

In secondo luogo, non importa quanto soffrite per quel che vi accade e quanto ci rimuginate su (lo so, sembro spietata, ma vedrete che non è così); potete piangere o pregare e le molestie negli spazi pubblici non se andranno. C’è una sola cosa che può farle sparire ed è agire per fermarle. Affinché le molestie avvengano in spazi pubblici sono necessari due fattori: che una persona o un gruppo di persone scelgano di molestare qualcuno e che tutti gli altri – passanti, passeggeri dello stesso autobus o dello stesso treno, colleghi, commessi, bigliettai… – facciano finta di niente o ci ridano addirittura sopra.

Quindi, che siate vittime delle molestie o che ne siate testimoni, cosa vi impedisce di agire? Siete timide, non sapete cosa fare, avete paura di reazioni peggiori, avete paura del ridicolo, avete paura che se chiamate il vigile o il poliziotto (qualora sia nei paraggi) questi non vi aiuterà comunque, avete persino paura di sbagliarvi e di urtare il farabutto o i farabutti che vi stanno molestando: tanto è il potere che millenni di bugie sulle donne e di infamie dirette alle donne hanno sulle nostre menti. Chiariamo subito che ci sono due cose importantissime in queste situazioni, e sono i vostri sentimenti e la vostra sicurezza. Fidatevi di voi stesse. Se siete a disagio, se vi sentite insultate, assalite, ferite: questo è reale, e nessuno ha il diritto di farvi sentire così. Nessuno. Non i vostri amici, non il vostro ragazzo, non i vostri parenti, non i vostri colleghi, non i vostri compagni di scuola e tanto meno dei perfetti sconosciuti. Valutate le situazioni ed il loro grado di pericolo: se siete sole è possibile unirvi ad un gruppo, chiedere aiuto a chi vi sta vicino, chiamare al telefono qualcuno in grado di raggiungervi in tempi brevi, chiamare il 113? Ascoltatemi bene: chi se ne frega se dopo diranno che siete esagerate e che loro stavano solo scherzando. L’importante è farli smettere senza che a voi tocchi alcun danno ulteriore.

E adesso passiamo alle piccole azioni dirette nonviolente. Uno dei modi più facili di allontanare la violenza è spostare l’attenzione. Ad esempio: se siete su un autobus, un vagone o un locale chiuso e avete in mano una bibita o una tazza di caffè rovesciatele “accidentalmente” o fate cadere “per sbaglio” eventuali borse, libri, pacchi sul pavimento. Più fragore causate e più vi scusate ad alta voce e meglio è. L’attenzione di chi vi circonda sarà attratta dal vostro gesto: se siete vittime delle molestie è più facile che qualcuno, sentendosi protetto dalla scusa di aiutarvi a raccogliere o pulire, venga da voi; se siete testimoni, spostando l’attenzione avrete interrotto la violenza – anche se solo per pochi attimi: in quegli attimi la vittima può aver modo di spostarsi o di usare il cellulare. Se state testimoniando le molestie a bordo di un mezzo pubblico potete farle notare a bigliettai e controllori (se ci sono), potete alzarvi ed offrire alla persona bersagliata il vostro sedile o potete dirle con voce squillante ed un sorriso che va da un’orecchia all’altra: «Caterina! Da quanto tempo non ci vediamo, come stai?» (questo va benone anche per strada), oppure «Maddalena, santo cielo, ecco dov’eri finita! Ti ho cercata per tutto il treno, mannaggia. Dai, vieni a sederti».

Se vi stanno molestando per strada: fermate il primo passante a portata di mano e chiedete qualsiasi cosa, che ora è, se il tal autobus passa proprio di lì, come si arriva alla tal piazza; se vi è possibile, continuate a camminare con questa persona. Se la timidezza non vi frena, e siete di età adeguata, fate come ha fatto una mia amica 16enne dopo essere stata seguita e molestata da un gruppetto di ragazzi per almeno mezz’ora: ha individuato una signora in attesa alla fermata dell’autobus ed è corsa verso di lei gridando «Mamma! Questi tizi continuano a venirmi dietro!». Lo scenario è stato provato più volte e in tutti i casi la sconosciuta signora ha preso la parte della ragazza (a volte persino apostrofando i farabuttelli come una vera madre oltraggiata).

Ci sono situazioni e momenti in cui spostare l’attenzione non basta e l’intervento deve essere diretto. Fa differenza se a dire «Piantala» o «Se non la smettete chiamo la polizia» è solo la persona che subisce le molestie o sono anche parte di quelli che le stanno intorno (il massimo sarebbe che lo dicessero tutti quelli che le stanno intorno). Ma credetemi, persino uno solo nella maggior parte dei casi è sufficiente a frenare o addirittura a fermare del tutto la violenza. I molestatori si nutrono della convinzione che l’ambiente circostante li legittimi e li approvi: quando questa loro idea viene sfidata cominciano a non sentirsi più tanto sicuri di quel che fanno.

Una buona tecnica consiste nel trasferire questa sicurezza a chi sta subendo le molestie. Le si può chiedere: «Stai bene?», «Signora, la stanno disturbando?», «Vuole che chiami qualcuno?». Si può andare a sedersi accanto a lei o stare in piedi al suo fianco per mostrare che non è sola. Oppure ci si può rivolgere al mondo intero e al cielo infinito, a voce alta e occhi sgranati, nello stile “anziana signora petulante e un po’ perfida”: «Che volgarità, che maleducazione. Non ho mai visto niente di più schifoso in vita mia!» e agganciando lo sguardo di un altro passante, o passeggero, «Mi scusi, non trova anche lei che dovrebbero smettere? Vorrei vedere se la ragazza – o la signora – fosse la loro sorella, la loro fidanzata, la loro madre… Come si può trattare così un altro essere umano?». Convincere altri testimoni ad agire con voi per interrompere la violenza, dicendo loro qualcosa del tipo «Non pensa che dovremmo intervenire? E’ un pezzo che tormentano quella ragazza» può risultare in un’azione molto efficace: se a dire «Basta!» è il coro dei passeggeri dell’autobus, che magari fotografano pure i violenti con i loro telefonini (deterrente efficace, perché può divenire prova legale) c’è il caso che persino l’autista intervenga, eccetera, eccetera. Una volta che i molestatori sappiano di essere minoranza scenderanno velocemente alla prima fermata utile. Per strada, un altro sistema può essere quello di rivolgersi ai molestatori: «Scusate, ho visto che sta arrivando un’auto dei carabinieri in questa direzione. Li avete chiamati voi? Ho sentito che c’è stato un episodio di violenza sessuale, o di molestie, non so…».

Ultima cosa. Una volta che si abbia avuto successo nell’allontanare i molestatori, il loro bersaglio non sta automaticamente bene. Nella maggior parte dei casi sperimenta ancora angoscia, tristezza, paura, senso di colpa, rabbia, debolezza fisica, stordimento. Se vi sentite così non esitate a chiedere aiuto a chi vi sta vicino; se siete sole chiamate immediatamente qualcuno che sapete disposto ad ascoltarvi. Se avete fatto parte dei testimoni, qualsiasi sia l’azione che avete intrapreso per fermare le molestie essa non è finita: adesso dove restare vicini, per quanto vi è possibile, alla persona che avete difeso, chiederle se ha bisogno di qualcosa e dirle quanto vi dispiace sia accaduta questa brutta storia. «Ma che disturbo, stia tranquilla. Non è mica colpa sua». Questo è il modo per aiutarla a ricostruire fiducia in se stessa e fiducia nella comunità che le sta intorno il che, come alcuni sapranno, è una delle forme del potere nella teoria nonviolenta: il potere insieme.

 

BREVE NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni– dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo: una mia recensione – Voci dalla rete – è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

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