L’Eritrea vista da Lampedusa

di Stefano Galieni (*)

Ribka Sibhatu è una scrittrice e poetessa di origine eritrea. Ha lasciato il suo Paese per ragioni politiche e vive in Italia da più di venti anni. Ha partecipato al convegno «Lampedusa città dell’Europa» (organizzato da Emmaus, Libera, Legambiente, L’Italia Sono Anch’io) che

si è svolto a Lampedusa la prima settimana di aprile. L’abbiamo intervistata mentre si accingeva a rientrare a Roma. Lei ci ha chiesto, prima, di prepararci, guardando una puntata di «Tg2 Dossier» che racconta il cammino di tre rifugiati eritrei transitati dall’Italia e arrivati al Nord Europa. Perché è raro, ci ha detto, «che i media parlino con competenza dell’immigrazione del mio Paese», e quella trasmissione ci avrebbe illuminato. Le abbiamo dato ascolto.

«L’Italia è più bella di chi la governa, ne ho avuto conferma tornando a Lampedusa per la prima volta dopo il 3 ottobre. Sull’aereo che partiva da Palermo ho reincontrato persone che mi chiedevano notizie dei sopravvissuti. Ne parlavano come persone preziose, ne avevano a cuore il destino. Un sentimento di reciprocità. Dal Nord Europa, dove sono accolti ora in molti, mi chiedevano notizie dei loro “parenti acquisiti” a Lampedusa, mentre sull’isola ho ritrovato una persona che aveva imparato a usare facebook per parlare con Fanus, la giovane che aveva denunciato gli scafisti e che per questo è rimasta quasi tre mesi rinchiusa nel centro. Sei mesi dopo il naufragio mi sembrava di percepire ancora quanto questa tragedia avesse modificato la vita dei lampedusani. Hanno vissuto l’impotenza di fronte all’enormità di quanto accaduto, hanno visto le banchine piene di morti, ma a me sembra che questa tragedia ci abbia avvicinato. Hanno vissuto tutto in maniera violenta e travolgente. Oggi stanno elaborando insieme, nonostante la distanza, lo stesso lutto. I rifugiati nei Paesi scandinavi mi dicono che lì hanno trovato assistenza e accoglienza sociale impeccabili, ma sentono la mancanza di questo affetto come del sole del nostro sud».

Anche l’Eritrea è più bella di chi la governa?

«Da noi il popolo è schiavo e vorrebbe avere una vera Costituzione, una democrazia, una stampa libera. Oggi i giovani fuggono perché non vogliono vivere sotto una dittatura eterna e fare un perenne servizio militare. L’Italia ha un rapporto storico con noi e non può abbandonarci o lasciare che nulla cambi. Fra un po’ ci sarà il semestre di presidenza alla Commissione Europea, potrebbe essere l’occasione per darci una mano per tornare ad essere liberi, poter votare e di poter tornare. Si dovrebbero imporre rapporti economici alla pari e trasparenti, non sottobanco».

Il rapporto con l’Italia è fondato anche su un passato coloniale.

«Sì e si tratta di una storia che si ricollega col presente. Sembra che a giugno a Roma si voglia dedicare una giornata a questa memoria. Da quanto ne so, il sindaco intende invitare l’ambasciatore eritreo. Io spero che questo non accada. Verrebbero a protestare tutti gli eritrei d’Europa, sarebbe l’ennesimo affronto, dopo quello di Alfano, ai nostri morti di Lampedusa e non lo accetteremmo».

Che responsabilità ha e secondo lei che ruolo può svolgere la diaspora eritrea in Italia?

«Chi sta in Italia si deve unire e dire basta alla schiavitù nel Paese. La Costituzione è congelata dal 1994, ci sono persone che con il pretesto del servizio militare debbono lavorare gratis per tutta la vita. Il presidente è al potere dal 1991 ed è ora che si sottoponga al voto democratico. La comunità deve lavorare compatta, solo così sì smetterà di dover partire con i barconi e ci si potrà ricostruire una vita. Dobbiamo anche imporre che in Italia venga proibita quella che molti non conoscono, la pratica del 2%. Quelli che sono nella diaspora sono obbligati da sempre, per ottenere un documento, una pratica, o per non dover temere del destino della famiglia, a dare al governo eritreo il 2% del proprio reddito annuale. Questo è un ricatto che in molti Paesi è stato vietato, ma che qui si accetta tranquillamente».

È molto difficile la vita per i suoi concittadini in Italia?

«Coloro che riescono a inserirsi bene in Italia portano benefici, sono una risorsa e non mi riferisco ovviamente solo agli eritrei. L’accoglienza, se fosse fatta decentemente, sarebbe un investimento. Ma io sono utopista e auspico una soluzione globale. Il fatto è che nel mondo c’è gente troppo ricca e tante persone troppo povere, bisognerebbe ristabilire il diritto a stare dove si sceglie. Il diritto all’emigrazione è un fatto di equità sociale. Se vogliamo che la gente non sia costretta ad andarsene dal proprio Paese costruiamo insieme, in maniera paritaria, condizioni diverse. In Italia chi ci vive da anni ha trovato una sua inclusione ma quelli che sono arrivati da poco cercano di non fermarsi, vedendo che oggi qui non c’è sviluppo o prospettive di inserimento, e cercano spesso di raggiungere parenti che da tempo sono nell’Europa del Nord».

Da questo incontro ha tratto nuove speranze?

«Si è parlato di tanti problemi e di tanti dolori. Ma mi sono ritrovata a fare i conti con un’isola che è bellissima, con gente appassionata e presente. Questo posto deve essere conosciuto per le sue bellezze e per le sue persone, non solo per i drammi che la caratterizzano. In fondo, già il fatto che i volontari di Emmaus siano venuti per una settimana a ripulire alcuni siti archeologici ha rappresentato un segnale diverso. Ma di persone che se informate vogliono reagire ne ho incontrate ovunque. Mi torna in mente il programma Rai che le ho suggerito di guardare. Al termine, la doppiatrice di Fanus (la ragazza rimasta 80 giorni rinchiusa nel centro perché testimone d’accusa contro gli scafisti) ha detto con voce commossa «ho prestato volentieri la mia voce perché anche io non voglio far finta di niente». Anche cose come queste servono a dare speranza».

Qual è stato per lei il senso di questo incontro?

«Si è parlato di “Lampedusa Città dell’Europa”, come era titolato l’incontro, e di una Europa diversa da costruire, in cui non ci deve essere spazio per agenzie come Frontex che costa 300 mila euro al giorno, della necessità di realizzare un corridoio umanitario permanente. I relatori, diversi per provenienza e approccio, hanno smentito, con dati concreti, gli inutili allarmismi che arrivavano da Roma. A esempio, il fatto che l’80% dei profughi finiscono in altri Paesi poveri e non hanno i mezzi per venire in Europa, che l’immigrazione non nasce solo da guerre e dittature ma dai disastri economici e ambientali. C’era un ragionamento comune che ci imponeva di riconoscere quanto sia importante pensare alla salute della Terra. Io ho detto che dobbiamo avere meno armi e più trattori. Bisogna ci sia più coerenza fra quello che si dice e ciò che poi si fa, l’Europa non deve erigere mura ma ponti di cooperazione per salvare vite umane. Sono convinta che dobbiamo rompere insieme quel circolo vizioso nato dalle leggi dei Paesi ricchi che foraggia delinquenti e trafficanti. Sarò solo una scrittrice che sogna ma voglio una globalizzazione umana che permetta di redistribuire le ricchezze al punto da non obbligare più a emigrare».

Ne siete usciti con proposte concrete e attuabili?

«Erano presenti interlocutori provenienti da mezza Europa e fra gli impegni più importanti che ci siamo proposti c’è portare all’attenzione delle Nazioni Unite quello che è accaduto il 3 ottobre e quello che è successo in tanti anni. Dobbiamo spingere i Paesi a trovare soluzioni condivise e siamo in tanti a volerlo. Io sono stata invitata in quanto eritrea e ho voluto parlare partendo dalle condizioni del mio Paese. Ho provato a spiegare perché la gente fugge ed è stato bello poterlo fare».

(*) Ripreso da «Corriere delle migrazioni» del 6 maggio 2014.

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