L’essere senza potere

Riflessioni (di Gianluca Ricciato) a margine della manifestazione bolognese del 13 febbraio.

Ci troviamo, dopo la manifestazione delle donne, tra maschi. Non siamo stati sempre tra maschi in questa giornata naturalmente, siamo stati fra amiche e compagne presenti con più convinzione di noi in una manifestazione indetta da donne, criticata da altre donne, alla fine condivisa da molte donne di idee anche molto diverse. Ma la manifestazione andava al di là delle donne e di tutta l’infinita discussione delle ultime settimane su moralismo, dignità, perbenismo e “permalismo”, andava al di là dell’attualità e di Berlusconi e ci ha parlato del nostro tempo.

Ci troviamo dicevo tra maschi, in 4, a chiacchierare davanti a una birra, intorno alle sette, nel tepore minimal del Punto di Bologna, finalmente fuori dall’umidità che ci trapassava le orecchie e i sensi, nella piccola folla della domenica sera post manifestazione. E casualmente iniziamo a parlare dei nostri padri. Non so se sia uscito per caso il discorso. Dei nostri padri a cui vogliamo bene e da cui ci sentiamo così diversi, ci risentiamo, con cui litighiamo e stiamo male per questo, che vorremmo diversi ma che giustifichiamo per essere così. I nostri padri così simili a Berlusconi anche se lo attaccano, così abituati alle doppie morali, alle doppie vite, così poco inclini come sono sempre stati a capire perché siamo così diversi da loro. Così abituati a mentire per il bene, ad accettare la sessuofobia cattolica delle loro mogli e ad andare a sfogarsi altrove, perché questo era il meno peggio. Così chiusi durante la loro maturità all’ascolto, nel senso proprio di stare ad ascoltare quando gli stai parlando di cose che non vogliono o non riescono più a sentirsi dire, e allora vanno via, svicolano mentalmente e fisicamente, si fanno sempre più impenetrabili, e tu ti incazzi, tu che hai deciso da quando avevi sedici anni che devi dire quello che pensi e non quello che vogliono che pensi.

Tutto su mio padre” era il tema di un incontro di qualche anno fa di riflessione maschile nel giro di uomini che poi sarebbe confluito in Maschile Plurale. E io mi sto chiedendo se non sia un caso che siamo finiti a parlare di questo proprio in questo giorno, in cui più che la questione femminile è la sessualità maschile il vero punto critico e dolente della faccenda.

Mi rendo conto che essere oggetto di desiderio è la cosa che ancora mi sconvolge di più. Lo do per scontato nell’agire una relazione amorosa, è impossibile per me – al contrario di molti nostri padri e governanti – fare sesso con una persona che non mi considera tale, però c’è una parte di me che fa ancora fatica ad accettarlo. Che io possa essere oggetto di desiderio. Perché è stata troppo forte su di me la pressione di dover essere principalmente soggetto di desiderio, conquistatore, corteggiatore, facilitatore di inizi amorosi. Mi sconvolge perché mi piace ed è destabilizzante per gli ordini simbolici costituiti dei rapporti tra i sessi, perché ad esempio una donna che desidera e che mi desidera e che agisce quel desiderio è la molla che fa scattare tante cose in me, tra cui la voglia di vivere tanto per dirne una. Quando ero adolescente lo consideravo impossibile, e non solo perché ero troppo brufoloso, ma soprattutto perché consideravo che fosse impossibile che una ragazza non fosse sempre l’oggetto di conquista e che noi maschi non fossimo sempre pronti a fare le prime mosse, a mascherarci da vincenti e sicuri di noi per mettere in scena la commedia dell’intorto. Mi sentivo incapace di farlo e perciò inferiore, poi ho capito che funzionavo diversamente ed è stata una liberazione.

Il problema è che questo scatto di generazione che forse vale per me e gli altri presenti al tavolino di questa serata non è avvenuto sempre. Del resto il tempo fa giri strani. Oggi ci sono maschi più giovani di me che ragionano e desiderano senza prendere in considerazione l’essere desiderati, che vivono iniziando a crearsi mondi paralleli, da una parte gli amici maschi con cui condividere pallone e cazzate, dall’altra fidanzate con cui passano il tempo rompendosi le palle per avere quel poco di sesso che gli tocca e perché hanno paura di restare soli e doversi guardare dentro e trovare un abisso di problemi irrisolti. Oggi forse più che venti o trenta anni fa, quando le cose erano in discussione, la coppia è ritornata a funzionare come risolutrice di tensioni sociali e psicologiche, come ancora di salvezza dal mondo esterno anche se questa coppia dura sempre meno, è sempre meno felice e spesso azzera da subito il desiderio.

Perché di donne che vogliono tornare a fare la parte dell’angelo del focolare in teoria ce ne sono sempre meno, ma le alternative non sono sempre così chiare, lo stereotipo della brava ragazza che vuole mettere su famiglia agisce ogni giorno attraverso i media postmoderni, per bocca perfino delle escort, che come dice Carla Corso in un’intervista di qualche giorno fa sul manifesto, non vogliono essere chiamate prostitute perché nel nuovo gioco pubblico della doppia morale devono fingere di essere solo delle ragazze un po’ perse ma comunque per bene. “Le donne stesse – dice la Corso – si sono riappropriate dello stereotipo dell’angelo del focolare, della donna dolce e sottomessa, che non chiede molto ma è sempre disponibile, e a letto è un po’ troia: perché così è più semplice avere una relazione di coppia”.

Credo di essermi liberato da molte paturnie allora pensando che l’incontro chimico tra desideri avrebbe destabilizzato il mondo e la mia vita e mi avrebbe fatto vivere cose fantastiche. E così è stato a volte. Ma mi ritrovo ad essere entrato nel mondo degli adulti italiani a tutti gli effetti in mezzo a calciatori e veline e ai loro e alle loro replicanti. Che siamo anche noi, perché è difficile liberarsi di nuovo da questi stereotipi quando ti assediano ogni giorno e li riproduci senza accorgertene. Bisogna aprire continuamente squarci di verità e non sempre è facile, penso al memorabile libro dell’ex calciatore Carlo Petrini, Nel fango del Dio pallone, in cui si descrivono file di calciatori degli anni settanta e ottanta alle porte dei bordelli clandestini, tutti felicemente sposati a vent’anni per obbligo, perché il calciatore deve essere un simbolo per i ragazzini. Un simbolo di falsità e di messinscena sociale, appunto. Non è cambiato niente, o forse quello che è cambiato è troppo poco se nel 2011 questo sistema funziona ancora e il finanziatore dei calciatori e delle veline ha imposto una dittatura mediatica di vent’anni all’Italia.

Ma la mia liberazione era passata attraverso un’idea ben precisa, che era quella di essere un essere senza potere. Lo avevo imparato dai racconti di Tondelli principalmente ma anche da quello che ci dicevamo tra amici e amiche adolescenti insofferenti. Non volevo opporre grandi schemi ideologici contro i modelli dominanti, volevo solo vivere senza esercitare il potere, in tutte le sue forme, economiche, razziali, sessuali, morali, vivere per vivere perché da lì sarebbero scaturite la felicità e la libertà. Dall’essere pienamente un corpo e una vita, non una misera scissione di vite e di morali.

Il piccolo mondo antico dominato da maschi adulti ci guardava come alieni per come ci vestivamo, per quello che fumavamo, per come parlavamo, per gli orari in cui andavamo a letto e ci svegliavamo, per gli affetti e gli amori che ci scambiavamo al di là delle cornici accettate. O perché magari uscivo da solo con un’amica senza provarci, o perché consideravo le relazioni di amicizia più importanti delle relazioni di sangue. Il piccolo mondo antico si vendicava, e si è vendicato, riportando tutta quella che era la sua decadenza storica nella riproposizione mediatica a reti unificate della morale anni Cinquanta e della doppia morale dell’uomo conquistatore. Riportando la mitologia del boom economico – il nuovo miracolo italiano – come unica forma di esistenza materiale possibile nelle nostre menti, nonostante i fatti stessi dicano che non c’è fine alla crisi economica di un sistema che si è divorato il mondo e non c’è via di uscita se non si esce dal nuovo schiavismo lavorativo che ci mangia il tempo, ci rende infelici e ci consuma le relazioni.

Sono solo ologrammi di un mondo in rovina. Solo che per liberarci da questi ologrammi dovremmo magari rifare il mondo, magari iniziando a riconoscere come funzionano nella nostra mente questi ologrammi, tutte le volte, non solo quando c’è un Berlusconi da mandare via, ma soprattutto quando ci fanno desiderare il potere contro qualcuno o qualcuna e ci fanno dimenticare che nelle carceri italiane, nei centri di detenzione, sui barconi nei nostri mari, nei luoghi di lavoro, nel chiuso delle mura delle famiglie per bene ogni giorno quel piccolo mondo antico capitalista e patriarcale rifonda la sua ideologia mortifera. Che prima o poi morirà definitivamente, ma se riusciremo a liberare veramente i nostri desideri magari faremo nascere qualcosa di nuovo.

Redazione
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7 commenti

  • …ci devo pensare e ripensare,vengo da un’esperienza fortunata,una madre comunista libertaria cofondatrice del movimento di liberazione della Donna,un padre anarcosindacalista,che tornava la sera scrociato di mazzate dalle guardie,che mi hanno insegnato non a parole ma con l’esempio il Rispetto :prima di tutto verso me stesso,la mia Dignita.Ma non è cosi facile,gli ideali,almeno per me non cambiano,se sono parte di te,ma le idee si,per fortuna;ne parlavo con DB,ero addirittura convinto che si potessero amare due donne contemporanramente,solo perchè ero da due donne desiderato:tutte balle che mi racconto-avo,perchè in fondo non sono poi cosi Libertario ed Anarchista come vorrei essere…Allora credo che continuero’ a camminare,anche solo perchè cosi potro’ “imparare” a camminare,e che continuero’ a pensarci,cercando,da”Compagno” di “imparare” a non contarmi-vi balle. Marco Pacifici

  • ai miei tempi dicevamo “Il personale è politico” e ne eravamo convinti, donne, soprattutto, ma anche uomini, cercando di comportarci di conseguenza, tra mille e mille difficoltà.
    ricominciamo da qui? Dietro l’angolo c’è il Caimano e il nostro tempo sta inesorabilmente per scadere.
    p.s. sto facendo girare tra i miei contatti questa riflessione, grazie Gianluca.

  • Grazie, Gianluca. Preziosa questa tua riflessione.

    c.

  • Ciao Gianluca,
    davvero interessante la riflessione che hai riportato, la sto girando a tutti gli uomini che conosco.
    La presa di coscienza, il mettersi davanti allo specchio di sè stessi, porta grande consapevolezza. Sicuramente liberarsi di dogmi e catene psicologiche costruiteci addosso fin dall’infanzia spesso è difficile ma non è impossibile se lo scambio con la propria generazione e con le nuove generazioni è aperto e attivo.
    Il mettersi in discussione come hai fatto tu è una pratica di evoluzione indispensabile e mi sembra tanto rara in questa società dove tutti siamo divenuti tuttologhi e superbi, Arroganti e sicuri del niente di cui ci hanno riempito il cervello. Convinti che questo sia l’unico mondo possibile e che in fondo stia funzionando bene in qualche modo, tranne quando qualche scandalo fa traballare questa convinzione.
    Io non vedo tutta questa attività nella mia e nelle nuove generazioni, anzi, vedo un assoluto silenzio e disinteresse. Luoghi comuni vecchi come i nostri nonni e vuoti come le nostre tasche, che vengono ostentati come saggezza popolare. E di contro si perpetua la difficoltà di relazione tra generazioni lontane che dovrebbero tramandarsi il sapere, le esperienze e la storia…e invece tra loro non riescono nemmeno a trovare un linguaggio comune.
    Hai messo molto accento sulla diversità generazionali della tua esperienza e io provo a rilanciare dicendo che ora più che mai, un confronto e non uno scontro tra generazioni sia ancora indispensabile ma non sta avvenendo, se non in luoghi di elite che coinvolgono solo una minima parte delle persone interessate. Vedo molta sciatteria, qualunquismo e disinteresse nella mia generazione, che saranno le prossime madri e i prossimi padri…. non so cosa si potrebbe fare perchè ritornino desideri che riguardano il vero benessere sociale e non che abbiano come unico scopo il divertimento ad ogni costo.
    Farò tesoro delle tue riflessioni e devo ringraziarti perchè mi hanno un po’ rincuorato!

  • Grazie a voi 🙂

    @ Marco: sono d’accordo nel cercare di smettere di raccontarsi balle, soprattutto quando si sbandierano idee che non sono applicabili nella realtà. Per questo detesto le doppie morali in cui bisogna raccontare e raccontarsi balle per tutta la vita…

    @ Aradia: “luoghi comuni vecchi come i nostri nonni e vuoti come le nostre tasche” è una grande sintesi! Penso che siamo sotto attacco da molti punti di vista ad iniziare da quello economico-lavorativo e da quello degli stili di vita. E penso anche che in realtà Berlusconi attualmente non sia più il problema principale, o almeno non il solo. Negli-nelle adolescenti con cui ho a che fare per lavoro vedo una grande confusione di fronte alle sollecitudini contraddittorie a cui vengono sottoposte, ma credo anche che la loro situazione porterà necessariamente ad una presa di coscienza forte in futuro e per questo è importante non spezzare tutti i possibili fili di discussione e confronto. In ogni caso il qualunquismo e il disinteresse lo vedevo anche io nella maggioranza della mia generazione adolescente dell’epoca (anni ’90)

  • Andrea Baglioni

    Grande Gianluca!

  • giuseppe armando

    I nostri padri, i nostri nonni. Credo che fossero più consapevoli di noi, consapevoli delle realtà oggettive ed a loro esterne, che li rendevano schiavi. Ma dentro erano liberi, sapevano pensare e l’ipocrisia ( radicata con 20 secoli di cattolicesimo) consentiva loro di mettere d’accordo la libertà interna con la costrizione esterna, adattandosi ad essa e contribuendo a perpetrarla.
    Oggi, la stragrande maggioranza di noi, non è consapevole di essere schiava. Lo schiavo perfetto, quello inconsapevole, che non cercherà mai di liberarsi. Le costrizioni non sono più esterne, reali, identificabili. Dominano i nostri pensieri avendoci inculcato modelli comportamentali semplici, che stimolano l’egoismo, l’istinto, la violenza, mai l’intelligenza. Oggi non esiste più l’individuo, ma il branco. Non si ha più il coraggio di atteggiamenti controcorrente, tutti sono omologati in una od un altra moda. I neuroni specchio sono rimasti gli unici funzionanti nel nostro cervello. Dilaga l’insicurezza, unico antidoto stare protetti nel branco. La mandria che pensa per luoghi comuni, ripete slogasns, fino a stordirsi. E si compiace di essere nel giusto, senza ombra di dubbio: penso proprio come i benpensanti.
    Ma gli strumenti ci sono, di libertà, a differenza dei nostri padri. Basta vedere cosa hanno saputo realizzare le popolazioni della costa sud del Mediterraneo. Ma nei loro modelli culturali c’è ancora la memoria della fame, che affratella perché ci rende sensibili alla sofferenza. L’altro non è uno della mia squadra od un nemico, no, è uno che soffre come io ho sofferto, e per lui e per me anelo alla giustizia, al Diritto che è quello di ogni essere umano ad esistere, ad essere rispettato.
    Le donne, in pochi decenni hanno fatto un lungo percorso. Domenica c’erano anche i maschi, non erano più il maschio nemico, scacciato come avesse la rogna da troppe femministe anni ’60, si pronunciava una parola nuova, rivoluzionaria: insieme.
    Se sapremo liberarci dai tanti pifferai… non è impossibile, spegnere la televisione, per es., aiuta; se sapremo ascoltare il silenzio, dentro di noi reimparando a pensare in proprio, potremo sperare di nascere a quella forma suprema di intelligenza che è l’amore per noi stessi, per i nostri simili, comprendendo che lo stesso destino ci rende uguali: siamo tutti ugualmente mortali.
    I popoli del Nord Africa e le donne ci stanno indicando la strada, possiamo ancora sperare.

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