L’importante è digitalizzare, il resto seguirà?

di Anne Gut (*).

Qui in “bottega” ci è sembrato che la polemica di Anne Gut contro i tecnocrati e i tecno-ciechi svizzeri potesse interessare (con le dovute differenze: qui a esempio abbiamo un super-alpino, un megabanchiere e un governo quasi plebiscitario) la situazione italiana.

La lettura dell’editoriale e dell’articolo su «Le incredibili carenze digitali della Svizzera» («Le Temps», 30 marzo) ha dato origine ad alcune riflessioni che espongo. Prima di tutto, sono rimasto colpita dal linguaggio usato, dalle frasi scioccanti (carenze incredibili; cacofonia crescente; Medio Ages of digitalization) che mi suggeriscono due osservazioni. Qual è la funzione di questo linguaggio: spaventare il lettore, renderlo responsabile di qualcosa che vogliamo imporgli? Cosa c’è sotto queste formulazioni? Personalmente vedo la forma (che mi colpisce) e non la sostanza. Cosa si intende? E perché non lo capisco? Forse perché voi non state parlando con me. In effetti, non sono indubbiamente al centro del target dei lettori di «Le Temps». Devo arrivare quasi alla fine dell’articolo per capire che si parla a leader, imprenditori, capi amministrazione, per non dire ai ministri. Quindi non a me. Ciò implica che il lettore previsto ha già il bagaglio che gli consente di capire. Ma io posso parlare di dove sono. E lì abbiamo sentito il danno dello zoom, i fallimenti dello screening COVID e altri punti deboli legati all’uso della tecnologia digitale nell’amministrazione e in settori come la salute e l’istruzione in particolare. Ma quello che mi sembra prioritario non è il MOSTRUOSO RITARDO DELLA SVIZZERA, ma piuttosto le disuguaglianze fra chi ha i mezzi per stabilirsi comodamente a casa, chi ha l’attrezzatura informatica necessaria per la propria attività, chi si trova a proprio agio nel fare chiamate agli uffici governativi, votare per posta… e quelli che non hanno tutto questo.

Quindi i problemi cambiano un po’. Come sostenere alunni, studenti, apprendisti, per i quali COVID significa perdita del livello di istruzione, possibilità di inserirsi in una società dura, disagio e forse depressione? Focalizzare l’interesse sulla tecnologia digitale ed evocare solo queste domande di accesso per tutti agli strumenti essenziali per l’integrazione nella società è per me mettere il carro davanti ai buoi, ridurre l’organizzazione sociale ai suoi aspetti quantitativi e tecnocratici. Questa concezione si oppone alla comprensione politica e sociale dei problemi con la preoccupazione di includere tutti i cittadini in questa riflessione.

Per tornare alla forma di quegli articoli, mi sorprende che «Le Temps» prediliga i testi relativi a una sorta di pubblicità piuttosto aggressiva che compie enormi sforzi per convincerci che abbiamo BISOGNO della digitalizzazione come facciamo per il 5G, a scapito di una profonda riflessione sugli ambiti in cui la digitalizzazione è senza dubbio uno strumento utile ma solo uno strumento che deve sottostare all’obiettivo dell’educazione, della salute e di tutti gli altri temi che verranno formattati dalla digitalizzazione.

(*) la lettera è stata pubblicata il 9 aprile. «Le temps» è un quotidiano svizzero in lingua francese. Anne Gut è biologa e psicologa. Grazie a Bruno Vitale per averci segnalato questa vicenda. La traduzione è della “bottega”.

LE FOTOGRAFIE

panorama delle alpi (fotografa Anne Gut)

manifesti stracciati in una strada di ginevra (fotografo Jacques Saugy)

 

La Bottega del Barbieri

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