L’ultima storia del mondo

un racconto di Mauro Antonio Miglieruolo

Questa è l’ultima storia che racconterò, l’ultima raccontabile. Storia di follia, d’autolesionismo, di smodata passione e anche d’amore e odio. Dopo aver udito questa vicenda dalla viva voce di uno dei sopravvissuti, null’altro è in grado d’interessarmi.

Andai a trovare il mio amico Fosco (in realtà si chiamava Svevo, capirete presto il perché del cambio di nome) a quindici anni di distanza dalla rottura delle relazioni tra noi. Tra Fosco e il resto del gruppo. Da che si era ritirato dalla vita in comune era risultato difficile raggiungerlo, come sempre succede se la persona da raggiungere non desiderava essere raggiunta. Bisognava percorrere mille chilometri d’autostrada, cento di strada statale e poi un lungo sterrato abbandonato alla invasione delle erbacce. Lasciata l’auto in uno slargo, restava da fare qualche altro centinaio di metri in salita, lungo un sentiero più adatto alle capre che agli uomini.

Non era la prima volta che qualcuno di noi si azzardava a tentare una visita. Fosco non si era mai fatto trovare. Maestro del digitale, aveva piazzato lungo il sentiero alcune cellule fotoelettriche che l’avvisavano dell’arrivo di estranei. Abbandonava il grottino nel quale aveva trovato rifugio e si inoltrava nella successione sterminata di grandi pini, castagni e faggi che lo accerchiavano da ogni lato.

Quella volta ero sicuro, eravamo sicuri, sarebbe stato diverso. L’avevamo avvisato per tempo del funerale di un altro amico comune, Rosario, ch’era stato padre e fratello per Fosco. Rosario, il caro buon Rosario, si era ritirato anche lui nel suo dolore, dopo l’allontanamento volontario di Fosco. Anche Camilla si era allontanata. Dietro di lei, ad uno ad uno, tutti gli altri. Tempo un anno e di Noi non era restato che il ricordo. Forse nemmeno la nostalgia.

Rosario era rimasto coinvolto in un incidente stradale. Era stato operato, ma l’operazione non era stata sufficiente a salvargli la vita. Le sue ultime parole erano state per Fosco, “Fosco, Fosco, torna… torna almeno per me…” desiderio di uno più di là che di qua, ma consapevole della necessità di sottrarre Fosco all’eremo in cui si era rifugiato. Secondo lui ritornare alla pace di chi, supponeva, avesse cancellato dalla vita ogni brandello di speranza.

Quando mi affacciai, al termine della lunga salita, nello spazio nudo antistante il grottino dove dormiva, mangiava e defecava, avevo il fiatone. Mi fermai piegato in avanti, le mani sulle ginocchia, per riprendere fiato. Fosco uscì dalla grotta già bello e pronto, la ventiquattrore con cui era andato (con la ventiquattrore ritornava) già in mano, sbarbato di fresco, la camicia pulita (lui, Fosco! una camicia immacolata!), serio serio, accentuando solo un po’ dato che, in fondo, si trattava sempre di qualcosa legata al funerale. Quello dell’unico parente, acquisito, che nella vita aveva potuto vantare. E del cui affetto godere.

Ciao,” lo salutai continuando ad ansimare.

Buongiorno,” rispose con una stringatezza ch’era il riflesso esatto del mio timore. Io temevo lui, lui temeva me. Quel che potevamo dirci, i rimproveri e le recriminazioni in punta di lingua. Cavolo! Eravamo stati amici, molto amici! E lui, sparire, in quel modo? E a far che poi? Giocare all’eremita?

Non è per il funerale,” spiegai. “I funerali ci sono già stati. Una riunione tra coloro che gli hanno voluto bene, per dirglielo tutti insieme quello che è stato per noi.”

È stato qualcosa?”

Tremai. Il vittimismo e il nichilismo degli ultimi tempi non si erano ammorbiditi in Fosco. Decisi di tagliar corto e non rinnovare una discussione che avrebbe vanificato le mie fatiche e le aspettative degli amici.

Partiamo?” proposi allora, tagliando corto.

Si avviò senza rispondere. Mi passò davanti e imboccò il sentiero sul quale avevo faticato poco prima. Lo affrontò di buona lena, saldo sulle gambe, gambe che in me cominciavano a non fornirmi del sostegno di cui avevo bisogno. Scendere comportava minore fatica che a salire, ma per le gambe il discorso non si teneva. Gambe affaticate non sono adatte a scendere lungo una china ripida e pietrosa. La gravità aiutava. Ad avercele buone si saltava di masso in masso e si arrivava in basso in un amen. Ma dopo la fatica che avevo fatti nel salire, tenergli dietro era un impegno troppo gravoso per me. Per le mie povere ginocchia.

Piano!” suggerii, sul quasi di una preghiera.

Non diede ascolto. Continuò a scendere di buon passo. Aumentando di tratto in tratto l’andatura, tanto che temetti si sarebbe ammazzato. A una svolta del sentiero (era già lontano) scomparve alla vista. Per cui decisi di proseguire adeguandomi alle possibilità del mio passo da cinquantenne bolso, ucciso da troppe sedute davanti al computer e dietro una scrivania.

Lo ritrovai nel punto in cui avevo lasciato l’auto. Accanto alla quale se ne stava a capo chino, mentre lacrime silenziose gli solcavano il volto. Era proprio in ragione di quelle lacrime che mi aveva lasciato di corsa, per non essere visto: per evitare di essere sorpreso in quella flagranza plateale di dolore. E debolezza. Aveva probabilmente sperato, distanziandomi, di trovare tempo e modo di ricomporsi.

Non gli era riuscito. Non dopo il dolore iniziale e quello accumulato in quindici anni di silenzio. Non gli riuscì neanche dopo che fu nell’auto e durante l’intero percorso e il tempo che impiegammo per arrivare all’abitazione di Leona, dove era previsto che avremmo ricordato l’amico defunto.

Mi fermai davanti al portone di casa, aspettando asciugasse le lacrime. Aveva un aspetto orribile. Giudicai scorretto presentarlo agli amici in quelle condizioni. Lo portai in un bar vicino dove poté sciacquarsi il viso. Il fresco dell’acqua gli giovò. O forse fu il tentativo di recupero messo in atto a recuperarlo a sé stesso. Finito di asciugarsi aveva assunto un aspetto decente. Di uno che quasi sorrideva. Fosco era sempre stato bravo in questo, nel dissimulare e nel nascondersi. Riusciva nell’impresa senza bisogno di calcoli e preparativi di nessun genere. Era diventato famoso per questa sua capacità.

Ad aprirci non venne Leona, la padron di casa, ma la sorella, Carla. Aveva sempre avuto un debole per Fosco. Continuava ad averlo.

Fosco!” esclamò aprendo con irruenza il battente. “Ma che bella sorpresa! Dopo tanto tempo!”

L’abbracciò. Fu abbracciata. Rilassato Fosco rispose, concedendosi persino una qualche galanteria.

La conosco?” chiese rivolto a me. Che già temevo una fine ingloriosa (o gloriosa) per tutto quell’appiccicume. Poteva nascerne, là per là, un coito furioso! Coram populo!

Certo che mi conosci, stupido!”

Si credo proprio di conoscerti. Dalla voce direi si tratta della sedicenne di tanti anni fa, tale e quale, che di nome faceva Carla. Una fresca ragazzina!”

Lo scemo che sei! Ne ho già trentadue e passa.”

Bene! Poi mi dai il nome del tuo medico. Deve essere uno davvero in gamba.”

Entrammo. Per me ci furono espressioni di gratitudine, qualche grazie sussurrato. Per Fosco invece una ovazione. Gli si fecero tutti intorno. Intorno al nostro amico di un tempo, al sole intorno al quale ci eravamo aggruppati a sistema, noi tutte trottoline che vorticavano attorno al vortice centrale, Fosco. Con tutta la sua malinconia era un vulcano in permanente eruzione. A volte lo pregavamo di rallentare con le sue iniziative.

Dannazione Fosco. Mi stai schiantando. Questa settimana avrò dormito al massimo 4 ore a notte!”

Lui sorrideva, sorriso stento e continuava a stentare come e peggio di prima.

Soltanto Camilla non si alzò, né salutò. Le labbra strette. Impenetrabile e forse seccata. Né Fosco accennò a volerla avvicinare. Indifferente alla donna, come la donna ostentava d’esserlo nei suoi confronti.

I saluti finirono e potemmo sedere. Con Carla che occupò la posizione sinistra accanto a Fosco. Al quale si aggrappò tenendolo per un braccio. Ed io invece quella destra, tenendolo costantemente d’occhio.

Parlammo. Di tutto e di nulla. Dei trascorsi bei tempi e dei nuovi che auspicavamo tornassero. A precipizio all’inizio, dandoci l’un l’altro sulla voce. Più misurati e rispettosi da un certo punto in poi. Dal momento in cui Leona passò con un vassoio e invitò per primo Fosco a servirsi. Fosco scosse il capo.

Passa avanti,” la invitò aiutandosi con il gesto della mano. Ma quel che c’era sul vassoio era stato preparato apposta per lui. Una smisurata bevanda di latte di mandorle, caffè freddo e polvere di stelle, cioè zucchero vanigliato. Una bevanda tale che nessuno era in grado di apprezzare. Presi io la bevanda. La mandai giù.

Buona!” commentando. Cattiva non era e però non valeva la pena di intasare lo stomaco e moltiplicare le ciambelle dell’amore. Non valeva la pena per me, aduso a ben altri più sofisticati sapori; non valeva la pena per lui che avrebbe dovuto fare un passo indietro e accomodarsi in piaceri ai quali non voleva più accettato di sottomettersi. La conversazione allora parve perdere forza, languì. Anche se alla fine era parso possibile spiccasse il volo tramite il contributo della rievocazione di Rosario, secondo solo a Fosco nei nostri cuori.

Ognuno sul tema aveva detto ogni possibile e immaginabile, ogni felicità rievocata ed invocati i bei tempi antichi che s’ostinavano a restare tali. A quel punto però, mentre il latte di mandorla scendeva giù, mi resi conto che Fosco non aveva aperto bocca. Lo stesso Camilla, che pareva incollata alla sedia sulla quale si era disposta all’inizio con una certa scioltezza. Ora dura, pessima anche da guardare. Fosco almeno sorrideva, fingendo una contentezza che era lontano dal provare. Camilla invece pareva indifferente a tutto, anche al semplice mostrarsi cortese. Era e si manteneva estranea una conversazione che ruotava velleitariamente intorno alla gioventù e alla spensieratezza. Non era, come auspicava il gruppo, nel Tutt’insieme di un tempo. Molti, molti anni prima.

Lo constatai con dolore. Per la prima volta consapevole dell’abisso che si era spalancato per inghiottire ogni contentezza, inghiottire la speranza, lasciando dietro solo una scia di dolore. La constatazione mia e quella di tutti. Le parole, le frasi scemarono. Furono sostituiti dagli imbarazzi e dai colpi di tosse. I fondoschiena iniziarono a essere mossi nervosamente, alla ricerca di una comodità che era impossibile recuperare. La sensazione nuova fu di dramma incombente. Il velo del timore imbruttì i volti di tutti.

Fosco che aveva parlato per primo e poi non più, parlò anche per ultimo. Non credo vi sia bisogno di precisare a chi le sue parole fossero rivolte.

Vuoi che chieda perdono? Che strisci e che pianga? È questo che vuoi?”

Non so gli altri. A me si seccò la lingua. Un bolo maligno di timore e sofferenza m’ostruì la gola. Ero tornato a quindici anni primi, a una resa dei conti folle della quale, sul momento, nessuno s’era reso conto della gravità.

Vuoi che soffochi nelle mie lacrime? Che non ne possa più di me stesso e che mi uccida di recriminazioni? Di rimpianti e recriminazioni? E questo che vuoi?”

L’odio, distillato goccia a goccia, nell’alambicco del tempo, aveva prodotto un distillato di rancore incontenibile.

Se è questo che vuoi, puoi averlo. Anzi, lo hai già avuto.”

Camilla volse il capo di lato, lo sguardo vuoto e lontano. Nel quale un milione di lacrime aspettavano un via libera che tardava ad arrivare. Ma cosa mai si erano fatti quei due e continuavano a farsi per costruire tanti castelli in aria di furori e incomprensione? Chiesi pietà per me, che non facevo nulla per aiutare. Per me che nulla facevo e nulla potevo fare. E la chiesi per loro. Pietà e misericordia.

Cosa ti ho fatto? Ma cosa ti ho fatto! Dimmi, cosa è che mi devo far perdonare? È per non essermi messo in riga? Per non essermi piegato alla tua volontà? Sappi, il mio prezzo è questo. Posso continuare ad amarti, l’anima mia non mi concede tregua, ma adorarti no, non più. E Dio sa se ti avevo adorata!”

Camilla si alzò, per avviarsi all’uscita. Mi mossi anch’io, o meglio feci la mossa di muovermi, in un vano, velleitario tentativo di fermarla. Fermò me Fosco. Il caro amico Fosco. Il fratello perduto. Che sapevo non avrei mai più potuto ritrovare. Che riprese a parlare, ma in tono forte questa volta, non più quello piano, apparentemente calmo di prima.

Allora è vero, è proprio questo che vuoi. Che muoia dannato. Vuoi l’inferno in terra, per me. Vuoi lacrime e vuoi sangue, le mie lacrime e il mio sangue, vuoi che muoia tra i tormenti.”

A questo punto davvero alzò la voce, manifestò rabbia, sfida, rancore.

Credi che abbia timore? Non posso averlo più. Tutto il male che era possibile farmi, me lo hai fatto. Il peggio è venuto con te, e ormai è passato. Sono nella condizione fortunata di non temere più alcun male. Vai, vattene pure. Vai in compagnia dei demoni che ti avanzano, gli altri sono qui con me, nel cuore in cui li hai scaraventati!”

Anche Fosco si alzò, unica persona viva tra di noi. Viva e attiva. Tutti gli altri trasformati in statue di sale. Trasformati da quel male atroce che ci aveva sfiorati e loro due investiti in pieno, il male che solo due che si amano possono scambiarsi. Si alzò e diede alcuni passi in direzione di Camilla, che affrettò i suoi per sfuggire all’ondata di parole che avrebbero potuto sommergerla. Per sfuggire alla pazzia sua stessa e quella di Fosco. Al senso di morte che caratterizza la scena.

Ma non era a raggiungere Camilla che Fosco mirava. Ma alla parete libera di mobili proprio accanto alla porta e che raggiunse proprio nel momento in cui il battente si chiudeva.

Colpì con la fronte la parete una volta e due e tre volte. Alla quarta eravamo intervenuti a trattenerlo. Troppo tardi per impedire al sangue di scorrere. A Fosco di fare il pazzo. Di dare i numeri. Di urlare, graffiarsi, e urlare, urlare e urlare, urlando noi tutti “calmati Fosco” e ancora “calmati Fosco”, rossi del suo sangue travolti dalle sue emozioni.

Fosco si calmò. Ci restituì il silenzio, la pace della quale ci aveva defraudati. Noi pure calmi, avviliti; e distintamente sentimmo fuori qualcuno che singhiozzava. Distintamente anche Fosco che ansimava. Le ginocchia molli. Faticavamo a tenerlo su. Parole incoerenti gli uscivano dalla bocca.

Aprii la porta. Alla fine del pianerottolo, in cima alle scale, Camilla poggiata alla rete metallica della tromba dell’ascensore, piangeva a dirotto. Desiderai trovare qualcosa da dire che la confortasse. Qualcosa del tipo: ma perché vi straziate in questo modo? Non mi diede il tempo di pronunciarle quelle parole. Non sarebbero servite, ma avrebbero portato un poco di sollievo. Si accorse di me affacciato sul pianerottolo e si precipitò per le scale.

Invano la chiamai.

Camilla! Camilla!”

Non rispose. Non si fermò. Neppure smise di piangere.

Anche Fosco non rispose. Quella volta e poi mai più. Mai più si lasciò trovare nell’eremo al quale aveva deciso di tornare. Lo trovarono alcuni anni dopo due cacciatori passati fortunosamente da quelle parti, che trovarono lo scheletro. Si era lasciato morire di fame, si disse.

Camilla invece si risposò. Ebbe due figli e intraprese una vita apparentemente felice. Povera Camilla, bella, orgogliosa e fedele; quanto Fosco era stato brutto, inaffidabile, fedele solo nella perseveranza dell’amore. Camilla era stata nella finzione della felicità fino alla scoperta del cadavere di Fosco. Allora anche lei, le vene tagliate, in una vasca da bagno rossa d’acqua e sangue. Morta.

Morta come la mia voglia di raccontare. E mi fermo qui, incapace di proseguire.

LE IMMAGINI – di Jacek Yerka – SONO STATE SCELTE DALL’AUTORE

 

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

Un commento

  • Mio Dio! ma questo l’ho scritto io? Io che mi vorrei tanto buono e invece nutro formidabili pulsioni distruttive!
    La storia è in parte vera. Cinquantanni fa è esistito un gruppo di amici che era anche un gruppo di fratelli. Ne ero parte. Poi è finito, ma non per le ragioni inventate del racconto. Perché nel mondo tutto ha un inizio e tutto una fine. Specialmente le iniziative belle, di grande piena attiva umanità. Che hanno la tendenza a concludersi prima delle altre.
    Non vi conforto, se è questo che vi aspettate. Continuerò a scrivere. ma non più novelle di sterminato dolore…
    Storie vere ma meno rappresentative dei vicoli ciechi in cui si cacciano gli essere umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.