L’ultimo volo di Sumino o’ Falco

È scomparso l’attore teatrale, regista, poeta e scrittore Cosimo Rega, ex boss della camorra ed ergastolano, che fondò la prima compagnia teatrale del carcere di Rebibbia.

di Marco Cinque (*)

Si può riscattare un crimine commesso? Per quanto tu possa dedicare la tua intera esistenza a percorrere questa strada impervia, come verrai ricordato? La società civile dirà di te che eri un assassino, un camorrista o riuscirà, se non a perdonarti, almeno a riconoscere il tuo valore, i tuoi talenti, persino la tua umanità? Queste erano le domande con cui probabilmente Cosimo Rega si tormentava, cercando una via per la propria espiazione, che non fosse solo un facile perdono o un’auto assoluzione dove nascondersi, assieme alle proprie colpe e alle proprie responsabilità.

Nato nel 1952 a Sant’Egidio del Monte Albino, in provincia di Salerno, Cosimo Rega ha vissuto la propria infanzia e adolescenza in un contesto che offriva poche possibilità di realizzazione ed era pieno di trappole in cui cadere e modelli nefasti da seguire. Fin da giovanissimo si è ritrovato coinvolto nella camorra salernitana, di cui è diventato un soldato. Come tutti i soldati, che tu indossi o meno una divisa, sai che il tuo compito è quello di uccidere il nemico prima che lui uccida te. Poi da soldato è diventato boss e come boss della camorra è stato arrestato, processato e condannato all’ergastolo.

In carcere ha iniziato un percorso di redenzione, non per disfarsi delle proprie colpe, ma per elaborare il lutto della sua umanità, cercando quel “se stesso” che aveva perduto. L’arte è diventata la medicina e la terapia in questo suo percorso: ha letto, ha studiato, ha scoperto Shakespeare, i grandi drammaturghi, la poesia, il teatro e tutto ciò che poteva contribuire a curare il dolore profondo causato dalla reclusione, dall’esclusione sociale, dal disprezzo, dalla rabbia, dalla solitudine.

Cosimo Rega, foto di Marco Cinque

Nel 2002 fondò il gruppo dei “Liberi Artisti Associati”, dando vita alla prima compagnia teatrale del carcere di Rebibbia. Dieci anni dopo ci fu l’incontro magico coi fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Così la rappresentazione teatrale del Giulio Cesare di Shakespeare si trasformò nel film “Cesare deve morire”,  premiato alla 62esima edizione del Festival di Berlino con l’Orso d’oro e persino con la candidatura all’Oscar, nel 2012. Nell’opera cinematografica dei fratelli Taviani, straordinaria e unica nel suo genere, Cosimo ricopriva il ruolo di Cassio, che nella scena finale recitava una frase emblematica e rappresentativa del suo stesso percorso umano e artistico: “Da quando ho conosciuto l’arte, ‘sta cella è diventata ‘na prigione”.

Ho incontrato per la prima volta Cosimo Rega nel 2012, in occasione dell’uscita del suo libro “Sumino o’ Falco – autobiografia di un ergastolano”. Di quel volume lungo 480 pagine lui stesso disse: “Ho impiegato quattro anni a scriverlo. Uno dei motivi che mi ha spinto a raccontarmi credo sia stata la necessità di capire chi fossi veramente. Avvertii la necessità di fare un lungo viaggio dentro di me che mi portasse a comprendere il grande dilemma dell’apparire di cui ero stato superbamente vittima, e l’essere fragile che ero stato. Un lungo viaggio nei miei “buchi neri” che dominavano la mia personalità. È costato tanta sofferenza, ma ne è valsa la pena”.

Marco Cinque e Cosimo Rega al Liceo Morgagni di Roma.

Da allora ho avuto modo di incontrarlo molte volte e di realizzare diversi progetti assieme. Nel 2014 lo invitai a partecipare a un reading di poesie sul tema dell’ergastolo, al Liceo Statale Morgagni di Roma. Cosimo sapeva essere spietato con se stesso, agli studenti che lo ascoltavano si confessava più o meno così: “Sono un ex camorrista e mi piacerebbe aggiungere anche “ex assassino”, ma assassino purtroppo lo sarò per sempre. Convivere con questa consapevolezza è la giusta condanna che mi accompagnerà per il resto dei miei giorni”.

Oltre che artista, Cosimo Rega era diventato un testimonial prezioso sui temi della legalità, della camorra, del carcere. Un punto di riferimento per molti giovani, soprattutto quelli dei contesti più degradati e difficili. Il fatto che determinati argomenti non fossero affrontati solo su un piano retorico, aveva un’efficacia straordinaria e rendeva più credibile, coinvolgente e vicina alla realtà la sua testimonianza.

Con Cosimo ci si poteva confrontare senza ipocrisie e senza pregiudizi sui temi controversi della colpa, della pena, del carcere, dell’ergastolo. Lui diceva che se il carcere diventa una privazione della dignità umana, se diventa una pena che ti fa sentire a tua volta vittima, sarà impossibile per un detenuto elaborare i propri crimini e i propri errori.

Prima la semilibertà, poi quella tanto sospirata libertà condizionale che negli ultimi tempi gli è stata riconosciuta, purtroppo Cosimo non l’ha mai potuta godere. Il sipario finale si è chiuso per sempre sul finire dell’agosto di quest’anno. In soli cinque mesi,  un tumore terribile l’ha portato via dall’amata moglie Gelsomina e dai suoi due figli. Ora si può dire che Cosimo sarà libero per sempre, da tutto e da tutti. Vola Sumino o’ Falco, vola.

(*) Link all’articolo originale: https://ytali.com/2022/09/03/lultimo-volo-di-sumino-o-falco/

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Un commento

  • Lo ricordo nel magnifico film dei Taviani “Cesare deve morire” che vinse l’Orso d’oro a Berlino. Da camorrista ad attore: è riuscito a riscattare se stesso attraverso l’arte.

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