Mamma Italia, vorremmo vivere

di Maria G. Di Rienzo

Il tweet, postato il 29 dicembre attorno alle 15 (Delhi, ora locale) dice in inglese: “La folla comincia a ingrossarsi, ora. Siamo in circa 4.000 a Jantar Mantar, con slogan e tamburi”.  L’India continua a piangere la giovane donna morta a causa dello stupro di gruppo subito il 16 dicembre e a chiedere giustizia. Diversi gruppi formatisi sui social media danno conto delle mobilitazioni in tempo reale.

Dopo averne letto sui quotidiani stranieri per due settimane, avevo deciso di non scriverne: i dettagli erano (e sono) così strazianti che semplicemente non riuscivo a farlo. Ho infine dato un’occhiata, dopo la morte della 23enne avvenuta il 28 dicembre scorso, a che ne dicevano i giornali italiani e ho letto qualcuno dei commenti sulle edizioni online. Vorrei tanto che il mio Paese mi stupisse, almeno una volta. Vorrei tanto, dopo aver scorso un articolo e gli interventi dei commentatori, poter dire “ben fatto” e “ben detto” all’autore/autrice del primo e ai secondi. Non so a chi indirizzare questo desiderio, perché anche se fossi credente nessun dio può aver a che fare con tanta superficialità e tanto odio. E sì, ci saranno anche esempi positivi, in giro, in ambo i campi, lo spero: è solo che io non riesco a trovarli e a leggerli, peccato.

Per quanto riguarda i pezzi di giornalismo nostrano, non si riesce a capire la vastità dei danni subiti dalla ragazza e come mai sia morta: “infezioni”, “trauma cerebrale”, “organi vitali che non hanno più risposto al trattamento”… ma i bollettini internazionali che ho letto io può leggerli chiunque. Volete sapere cosa ci stava scritto? Ecco qua. La sbarra di ferro usata per massacrare di botte la giovane (e il 28enne di cui era in compagnia) è stata usata anche per stuprarla. Le ha dilaniato il ventre e quando i suoi assassini hanno visto gli intestini fuoriuscire dal suo corpo si sono messi a tirarli come una corda. I medici hanno dovuto rimuoverli chirurgicamente: alla ragazza, mentre era ancora viva, ne restavano cinque centimetri in corpo. Anche se fosse sopravvissuta, avrebbe potuto dover essere nutrita per via endovenosa per il resto della sua vita. Il giorno prima di morire, è riuscita a scrivere su un pezzo di carta: mamma, voglio vivere, ma non ha “sospirato” niente di tutto questo come dicono i nostri giornalisti, perché non riusciva a parlare. I genitori di lei, come viene riportato, sperano che la morte della figlia segni una svolta, un cambiamento per tutte le donne dell’India, e già questo me li fa cari oltre ogni dire: quel che nessuno riporta, di questi genitori, è che sono gente povera di campagna, due persone che per sostenere economicamente gli studi della figlia servivano a lei pasti normali mentre vivevano degli equivalenti dei nostri pane e sale.

E gli italiani si chiedono “quanti uomini sono morti quel giorno”, ci informano che “anche le donne uccidono” e si chiedono se l’assassinata fosse o no “una brava ragazza”. Per carità, sono la minoranza dei troll che impazza su internet, non posso trarre conclusioni generali da uno spicchio così ridotto di infami imbecilli. Ma poi ci aggiungo i tassi di violenza domestica e femminicidio in Italia, i preti affiggitori di incitamento all’odio verso le donne, le testimonianze delle mie amiche e conoscenti (non ce n’è una, una sola, che non abbia subito molestie o violenze) e mi sento davvero, davvero stanca. Mamma Italia, le mie sorelle e io vorremmo vivere.

Redazione
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Un commento

  • Impossibile commentare con serenità. Neppure opporre un “mi piace” è possibile. Solo chiedersi cosa abbiamo noi tutti dentro in grado di produrre simili orrori.
    La responsabilità penale è degli esecutori materiali, quella etica senz’altro collettiva. Di tutti. Della cultura della sopraffazione e dell’odio che continuiamo a alimentare. O a permettere (piccolo alibi) che continui a essere alimentata.

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