Mazara così euro-araba

Chiacchierando con Antonino Cusumano intorno a «Dialoghi Mediterranei, antropologia delle migrazioni» da lui curato per l’«Istituto euroarabo di Mazara Del Vallo» (*)

di Lella Di Marco

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«I SICILIANI SONO PIU’ VICINI ALL’AFRICA CHE ALL’EUROPA, ECCO PERCHE’ AFFERRANO LA VERITA’»

Un volume nato e costruito in Sicilia, fondamentalmente da studenti e studentesse, laureat* e dottorand* e dottorat* legati alla facoltà di antropologia culturale dell’Università di Palermo. Nel parlarne faccio mia la frase d’apertura, espressa da un giornalista “non allineato”.

Il volume contiene 20 saggi – 15 scritti da donne e 5 da maschi – sulla complessità del nostro tempo e sulle caratteristiche etnoantropologiche dei migranti con i quali c’è stato un rapporto diretto.

Operazione nuova, interessante, vivace, non ingabbiata nell’accademismo, dunque fondamentale per una VERA conoscenza dei “migranti” e per scelte politiche intelligenti e adeguate, se veramente si volesse cambiare la linea assistenzialista e pseudoumanitaria, fin qui adottata.

Temo che questa ricerca possa correre il rischio di non superare lo stretto di Messina e di rimanere nel limbo della “colonizzazione culturale del Sud” che il Nord da sempre riesce a fare: questione lunga che sarebbe utile e urgente affrontare, a cominciare dagli stessi SICILIANI.

Come spiega nell’introduzione Antonino Cusumano – coordinatore del testo e direttore dell’Istituto euroarabo di Mazara del Vallo – i problemi emersi sono di varia natura: a) il lavoro di oltre mezzo secolo che fanno in mare i pescatori di Mazara del Vallo; b) il lavoro dello scienziato, l’antropologo con la decostruzione delle vecchie categorie di riferimento; c) il non dovere andare più altrove per studiare il mondo, che è già sotto casa; d) il non riconoscere, a livello istituzionale, il grande aiuto che, in questa fase storica di trasformazione, di passaggio, di crisi… potrebbe dare l’antropologia, come si ignorano i giovani ricercatori umiliandoli e facendoli “fuggire all’estero”. Fuga di cervelli giovani e brillanti . Depauperando il Paese di un enorme valore culturale e umano, svalutando così anche le scienze umane sulle quali abbiamo sempre avuto un qualche primato … Un prezzo che il Paese paga adesso ma molto di più pagherà in futuro.

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La realtà siciliana

Sembra banale ripeterlo ma la realtà siciliana è particolare, di enorme complessità e ricchezza culturale, per niente paragonabile ad altre zone, mete dei flussi di migranti.

Le varie dominazioni in Sicilia hanno lasciato tracce notevoli; dalla lingua alle strutture urbanistiche, alla gastronomia, agli impianti idrici, terra di immigrazione ed emigrazione, di dominanti e dominati, di vecchie e nuove alleanze, di convivenza e conflitti. La Sicilia con i suoi porti è un continuo laboratorio aperto: di ricerca, conoscenza, inclusione, collaborazione, interrogativi posti… spesso senza risposta.

Con i Paesi del Nord Africa le relazioni non sono state mai interrotte, dalle emigrazioni fine ‘800 e inizio 900 di molti trapanesi, lavoratori delle campagne, ai pescatori di corallo, verso le sponde di Tunisia, Libia, Algeria, poi al ritorno di molti tunisini nei luoghi che avevano lasciato ai tempi del loro sbarco da dominatori.

Su questo è di grande fascino – e forse unico per l’argomento trattato – il saggio di Francesca Rizzo «LA CASBAH DI MAZARA. DALL’ETNICO ALL’ESOTICO» che rivela scelte di integrazione e di urbanistica esemplari. Angolo di Magheb che non è Africa né Europa, arabo nell’architettura e nei colori che richiamano alla memoria Sidi Bou Said in Tunisia, meta di artisti e intellettuali.

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Di questo ho parlato con Antonino Cusumano.

Come è successo che la casbah luogo dei “dominatori” sia diventata “spazio” di immigrati del nord Africa?

«La casbah a Mazara è quel che resta del quartiere costruito dodici secoli fa dai berberi arabizzati che sono sbarcati sulla costa nell’827 e da qui hanno cominciato la conquista della Sicilia. Restano visibili impianto e morfologia viaria di una sorta di medina medievale: vicoli e piccoli slarghi, cortili e viuzze sormontati da archi. I tunisini che sono arrivati a Mazara alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso si sono, in qualche modo, riappropriati di spazi e luoghi a loro familiari. Qualcuno infatti ha scritto di “ritorno”, una sorta di rinnovata occupazione, nella memoria di una antica storia. Una storia tutta mediterranea».

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Come è stato neutralizzato il degrado che esisteva da anni in quella zona?

«Il quartiere, che è nel cuore del centro storico urbano, a ridosso del portocanale da cui muove la fondazione della città, era stato già in gran parte abbandonato dagli abitanti locali, anche per effetto del sisma del 1968. L’insediamento degli immigrati tunisini che hanno assicurato manutenzione e attenzione, ne ha rivitalizzato gli spazi e tuttavia li ha connotati come “altri”, segnando soglie e perimetri di una enclave rimasta a lungo separata dal corpo della città. La separatezza fisica secondava e si accompagnava alla separatezza sociale e culturale. Più recentemente, il quartiere è stato interessato da una attenzione dell’amministrazione che ha introdotto piccoli interventi di qualificazione urbana, relativamente al sistema dell’illuminazione pubblica e all’arredo di mura, catoi e cortili. Le soglie di accesso a questo quartiere, oggi sicuramente meno rigide, sono attraversate da turisti, curiosi e dagli stessi abitanti locali, attratti dalla operazione di interesse pressoché esotico promosso dalle agenzie mediatiche».

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Quali politica di “accoglienza” costruttiva esiste nel lavoro, sia nel campo della pesca che dell’agricoltura?

«I tunisini e i maghrebini presenti in città lavorano soprattutto nella pesca, nell’indotto e nell’agricoltura, soprattutto nelle stagioni autunnali della vendemmia e della raccolta delle olive. Fuori dal mercato del lavoro la loro presenza non si incrocia concretamente con quella degli autoctoni. Senza gli immigrati la flotta peschereccia della marina locale sarebbe già in disarmo da diversi anni. Sulla reciproca convenienza si regge sostanzialmente la struttura elementare della pacifica convivenza. Non ci sono mai stati episodi di intolleranza e di razzismo ma, per quanto l’insediamento degli immigrati si misuri ormai nell’arco di mezzo secolo, non è maturato un sistema di interazioni e di scambi tra le comunità. Scarsi i matrimoni misti, modesto il numero delle cittadinanze concesse. I tunisini sono socialmente ancora quasi del tutto invisibili (anche perché gli uomini vivono imbarcati e vivono più a mare che a terra), politicamente ininfluenti, culturalmente ingombranti ma economicamente indispensabili. C’è molta enfasi intorno all’immagine della città multiculturale e aperta all’integrazione interetnica. Il multiculturalismo si regge in realtà sulla reciproca convenienza economica, su un sistema che permette la coesistenza di comunità etnicamente diverse che si sfiorano, si rispettano ma non dialogano né interagiscono. Non essendoci ancora piena e concreta interazione, non c’è alcuna forma di integrazione. Non ci sono conflitti ma non ci sono nemmeno fruttuose e feconde dialettiche».

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Le donne arabe sono integrate, hanno adeguato i loro comportamenti, sono più aperte?

«Le donne maghrebine suppliscono alle assenze dei mariti ed esercitano un ruolo rilevante all’interno delle famiglie, nel controllo sociale dei figli e nella loro formazione non meno che nello svolgimento delle attività pubbliche. Sono per molti aspetti più visibili degli uomini e vanno esprimendo, tra contraddizioni ed esitazioni, una loro spiccata soggettività. Scelte e decisioni, anche in rapporto alla progettualità dell’esperienza migratoria, sono in parte affidate alle donne, mogli e madri, che a dispetto di certe rappresentazioni convenzionali saranno probabilmente protagoniste dei processi di cambiamento e di avanzamento sociale».

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È visibile una presenza delle “seconde generazioni” diverse dai genitori: la loro vita ha subìto gli influssi della cultura del Paese di accoglienza, oltre ciò che influenza tagazze/i di tutto il mondo (social web, musica, scuola…) oppure ripropongono un ghetto?

«I figli degli immigrati sono numerosi, essendo ancora il tasso di natalità più elevato rispetto a quello degli autoctoni. Mazara sembra caratterizzarsi anche per questo dato. Registra una percentuale abbastanza alta di minori stranieri: più di mille su tremila tunisini regolarmente registrati all’anagrafe del Comune. La maturità storica della permanenza della comunità ha prodotto seconde generazioni nate e scolarizzate in città. Questa presenza cospicua è certamente destinata a rimescolare le carte nella dinamica delle relazioni interetniche. Sta crescendo una generazione di giovani figli degli immigrati che non si riconoscono pienamente nella cultura dei loro padri ma nemmeno aderiscono acriticamente alla cultura dei loro coetanei italiani. Gli adolescenti cercano libertà e indipendenza e sembrano trovarsi a loro agio tra diversi contesti identitari. I loro percorsi scolastici sono ancora frammentari, per quanto la loro iscrizione nelle scuole mazaresi sia notevolmente cresciuta negli ultimi anni. Va precisato che ha sede in città una scuola elementare tunisina, fondata nel 1981 e gestita dal consolato tunisino, con docenti inviati dal governo che insegnano arabo e francese in tre pluriclassi, fino a qualche anno fa frequentate da più di un centinaio di alunni, oggi ridotte a poche decine. Quella di Mazara è una delle poche scuole etniche in Italia, promosse, organizzate e gestite in proprio da una minoranza straniera. I giovani tunisini si muovono in uno spazio ibrido, si dicono tunisini di Mazara, guardano alla Tunisia in alternanza alla Sicilia e non in alternativa. Ci vanno d’estate, in villeggiatura, ma tendono a rientrare al più presto laddove sono nati, cioè a Mazara. Resta vero che nelle loro scelte e nelle loro azioni non sono in opposizione, o almeno non sono percepiti in opposizione né in alternativa, il modo di essere alla maniera dei padri e il modo di vivere alla maniera dei coetanei italiani. Identificazione e appartenenza possono senza traumi divaricare e differenziarsi quando costituiscono possibili risposte a domande diverse».

I mazaresi come vivono la presenza dei/delle migranti? Oltre la possibile curiosità, con fastidio, rifiuto, paura?

«Né fastidi né rifiuto. I mazaresi riconoscono nella presenza dei migranti una comunità laboriosa e abbastanza mite, ne rispettano le consuetudini religiose e i costumi culturali ma sul piano della promozione di attività interetniche e di esperienze interculturali la strada da percorrere è ancora lunga».

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La doppia foto in apertura è di Francesca Rizzo, tutte le altre di Eugenio Grosso.

(*) Qui trovate la rivista: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/. E potete chiedere come avere il libro.

 

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