Messico: il levantamiento dei docenti…

per il diritto all’istruzione e ad un sindacalismo democratico

di David Lifodi

Gli ultimi mesi del 2013 saranno ricordati in America Latina anche per il più grande levantamiento degli insegnanti messicani da almeno venti anni a questa parte e per la forte messa in discussione dei sindacati gialli di categoria. A scendere in piazza non sono state solo la storica Sección 22 dello stato di Oaxaca (che nel 2006 intraprese una durissima battaglia contro l’allora governatore dello stato Ulises Ruiz) e quelle del Guerrero e Michoacán, ma all’acampada nello Zocalo di Città del Messico hanno partecipato docenti provenienti da tutti gli stati, compresi quelli di orientamento più conservatore.

La lotta per un sindacato democratico e non corporativo (come lo è il Sindicato Nacional de Trabajadores de la Educación – Snte) ha rappresentato da sempre l’obiettivo dei lavoratori messicani, storicamente costretti a dover accettare la fusione dei sindacati ufficiali con lo stato tramite la cinghia di trasmissione del Pri (Partido Revolucionario Institucional), il partito per oltre 70 anni al potere e che adesso è tornato a Los Pinos con il presidente Enrique Peña Nieto. L’attuale mandatario, insieme all’elite imprenditoriale, ha messo in atto una pericolosa offensiva contro i diritti storicamente acquisiti dai lavoratori, tra cui quelli dei docenti. Solo per fare un esempio, il ministro dell’Istruzione Emilio Chuayffet ha più volte minacciato di licenziare gli insegnanti che hanno promosso un’ondata di scioperi tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Per lo stato messicano, molto semplicemente, i docenti avrebbero dovuto sparire dalla vista degli abitanti della capitale. I trentamila insegnanti della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (Cnte), che si configura come corrente democratica del corrotto Snte e che si sono accampati nello Zocalo, hanno tutto il diritto di protestare, ci mancherebbe, senza però creare disagi agli abitanti di Città del Messico e pregiudicare l’andamento delle lezioni. In pratica, dovrebbero manifestare senza fare scioperi e manifestazioni: questo il pensiero non solo dei partiti di destra Pri e Pan (Partido Acción Nacional), ma anche del Prd (Partido de la Revolución Democrática), che si auto qualifica come “di sinistra”, ma ha approvato la repressione nei confronti dei docenti e dei cortei svoltisi nei mesi di settembre e ottobre. Inoltre, è evidente che le battaglie più importanti condotte dai maestri sono avvenute in stati dove i perredistas sono al governo, dal Distrito Federal a Oaxaca e Guerrero. La protesta, partita in sordina poco dopo la metà di agosto, ha coinvolto non solo gli insegnanti, ma un intero paese stufo delle riforme strutturali imposte dallo stato messicano. I docenti hanno sfidato le provocazioni governative e incassato la solidarietà degli abitanti della capitale, che hanno portato spesso generi di prima necessità ai manifestanti che vivevano nella tendopoli dello Zocalo fin quando il cosiddetto plantón non si è trasformato in una vera e propria acampada, come quella sorta per protestare contro la frode elettorale che tolse ad Andrés Manuel López Obrador la presidenza del paese nel 2006. Non a caso è stato proprio Amlo, principale esponente del Movimiento de Regeneración Nacional, a portare la sua solidarietà ai docenti in lotta. Finora il Snte è stato uno strumento nelle mani di Elba Esther Gordillo, in carcere dal febbraio 2013 per l’utilizzo di fondi di provenienza illecita a scopi personali e non per il sindacato. Le modalità di azione di Elba Esther Gordillo erano conosciute, ma sono state tollerate fin quando lei stessa si è opposta al punto principale della Reforma Educativa, quello che rende più facile il licenziamento anticipato dei docenti e mette a rischio il posto fisso di centinaia di professori. Sebbene Gordillo avesse appoggiato e sostenuto altri aspetti illiberali della riforma, tra cui la creazione di un apposito istituto nazionale che valutasse l’operato dei docenti, non poteva tacere sui licenziamenti facili e senza diritto ad alcun contraddittorio, se non altro per le sollecitazioni provenienti anche dalle sezioni più conservatrici del sindacato. È per questo motivo che Enrique Peña Nieto ne ha disposto l’arresto, sostituendola con Juan Díaz de la Torre, un uomo di sua fiducia. I grandi media hanno ignorato il conflitto all’interno della classe dominante e hanno concentrato i loro sforzi su una vera e propria campagna di diffamazione nei confronti degli insegnanti in sciopero, descritti come fannulloni che negavano ai ragazzi il diritto all’istruzione. In questo contesto si sono distinte Televisa e Tv Azteca, le stesse che in occasione delle presidenziali invitavano apertamente a votare per Peña Nieto forti di un vero e proprio accordo elettorale con l’attuale presidente. Tra le misure più odiose quelle relative alla valutazione dell’Instituto Nacional de Evaluación Educativa (Inee), dal quale dipenderanno promozioni e permanenza in servizio. La legge sul Servizio Nazionale Docente prevede inoltre che per l’insegnante vengano stipulati dei contratti a tempo determinato sulla base del numero delle ore svolte. La Cnte ha risposto con un appello alla difesa della scuola pubblica nel suo aspetto più ampio, invitando il governo ad accantonare la Reforma Educativa e a privilegiare i problemi endemici del paese, dalla povertà alla corruzione passando per le forti diseguaglianze sociali. E ancora, la Cnte ha contestato la riduzione ad un problema di carattere puramente amministrativo la carriera degli insegnanti, a partire dalle promozioni e dal mantenimento del posto di lavoro.

Quella dei docenti è stata solo una delle lotte del mosaico di proteste che compongono il Messico: finora la destra ha sempre resistito… ma non è detto che riesca a farlo ancora per molto.

Redazione
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