NUQNEH…

…ovvero altre considerazioni di Fabrizio «Astrofilosofo» Melodia sui linguaggi alieni per far sclerare quella capa (capra?) del Barbieri

Speaking Child
Breve premessa. Sotto il mio ultimo post riguardo ai linguaggi alieni e alla lingua artistica Kelen – creata da Sylvia Sotomayor – il bdBD (buon dottor Barbieri Daniele) ebbe l’impudenza di farmi notare come tale articolo fosse incompleto e zoppicante, mancando citazioni di altri linguaggi: alcuni avrebbero potuto offendersi, causando una guerra intergalattica. Essendo io uomo di pace e fautore della comprensione reciproca e dunque della lingua nuova che apre le porte, non posso che accettare la precisazione e immergermi ancora nei linguaggi perduti (con la speranza che la bomba al trilitio preparata dalle mie sante manine faccia il suo bel lavoro sotto la scrivania di bdBD).
Iniziamo con un po’ di sano klingoniano, a tratti detto klingonese, lingua nativa del pianeta Klingon: presenta strutture interessanti, in quanto è una di quelle lingue artistiche artificiali create per gli alieni che popolano l’universo della Federazione dei Pianeti Uniti di «Star Trek». E’ uscito un bellissimo vocabolario di lingua klingon ancora molto tempo da Einaudi. Tale lingua fu creata da Marc Orkrand per conferire maggiore realismo a una delle razze guerrieri più interessanti con cui l’Enterprise è giunta in contatto, sempre in procinto di entrare in guerra con la Federazione e poi divenuta preziosa alleata di quest’ultima. Essa si regge sulla struttura sintattiva “Oggetto – Verbo – Soggetto” in modo molto simile a latino, greco e buona parte delle lingue terrestri, un segno che, in realtà, siamo tutti accomunati dalla struttura universale del linguaggio. A volte ci si riferisce al klingon con la parola klingonese, ma fra la comunità di parlanti questo termine viene spesso utilizzato per riferirsi a un’altra lingua klingon, il Klingonaase, descritta nei romanzi di John M. Ford ispirati a «Star Trek».
Si può tranquillamente affermare che i cultori dei klingon sono appassionatissimi trekkers: fra di loro salutarsi in tale lingua non è una cosa rara, considerando il dispregio della cultura ufficiale terrestre che si permette di bollarli come sottocultura “nerd”. Basti pensare alle citazioni poco lusinghiere nel cartone animato «I simpson»: l’Uomo dei fumetti, personaggio della suddetta sitcom giallognola, è un cultore di questa lingua e la cita in diversi episodi.
Nella serie tv «The Big Bang Theory» i quattro protagonisti sono veri cultori di questa lingua, tanto da organizzare partite al paroliere nelle quali però si gioca con parole appartenenti alla lingua klingon e posso garantire che anche Stefano Bartezzaghi troverebbe molto divertente inventare così giochi di parole, cruciverba, rebus e quanto altro. I klingon troverebbero «La settimana enigmistica» una fucina per guerrieri onorevoli.
In generale, la lingua è stata pensata per essere parlata con forza e mediante toni gutturali. Ogni lettera ha un suo modo specifico di essere espressa e bisogna studiare la pronuncia esatta di ognuna prima di poter conversare in maniera completa. La “a”, la “b”, la “e”, la “j”, la “l”, la “m”, la “n”, la “p”, la “t” e la “v” minuscole in klingon vengono tutte pronunciate come in italiano. Altri accorgimenti: la “d” è da pronunciarsi con la lingua schiacciata sul palato e non Fra i denti; raccomando per la “H” maiuscola, suono duro generato nella gola, di riferirsi alla “h” della parola tedesca Bach, un suono sordo. In maniera simile, il suono “gh” viene considerato un’unica lettera in klingon: producilo nella parte posteriore della gola come se fosse un gargarismo. Somiglia al suono “h” ma sonoro. Potete salutare un vostro amico con un “nuqneH”: è l’equivalente di “ciao” ma la sua traduzione letterale è più vicina a “cosa vuoi?”. Si risponde alle domande con “HIja”, “HISlaH” o “ghobe”. Le prime due significano “sì”, l’ultima “no”.
Mi raccomando fortemente di esprimere la vostra comprensione con il termine “jIyaj”. La sua traduzione letterale è “capisco”. Ovviamente “jIyajbe” vuol dire “non capisco”.
Approvate con “maj” o “majQa”. La prima significa “ottimo!”, la seconda “ben fatto!”.
Chiedete a qualcuno se conosce la lingua con la frase: “tlhIngan Hol Dajatlh’a’ che letteralmente significa “parli Klingon?”. Se qualcuno vi fa una domanda, ma non siete ancora sicuri delle vostre abilità linguistiche, rispondete “tlhIngan Hol vIjatlhaHbe’” ovvero “non parlo Klingon”.
Mi raccomando: dimostrate il vostro “onore” affermando con orgoglio “Heghlu’meH QaQ jajvam” che significa “oggi è un buon giorno per morire” (ricordate il film di Arthur Penn «Piccolo grande uomo»?) ed è una frase che ha un valore enorme presso la cultura klingon.
Affermate di essere klingon con “tlhIngan maH!”.

Chiedete gentilmente dove si trova il bagno con un preciso “nuqDaq ’oH puchpa’’.
Se volete insultare un klingon – cosa che vi sconsiglio caldamente a meno che non siate armate di un phaser – potete usare il bellissimo “Hab SoSlI’ Quch” che significa “tua madre ha una fronte liscia!”. Infatti i Klingon sono celebri per le creste sulla fronte e un’affermazione del genere viene considerata un insulto molto forte. Se non volete esagerare, usate “petaQ” che può essere scritta compitata anche “p’tahk”, “pahtk”, “pahtak” o “p’tak”: è un comune insulto privo di una traduzione diretta ma in maniera approssimativa significa “sciocco”, “codardo” o “persona senza onore”. Usatelo per descrivere qualcuno che non ha lo Spirito del Guerriero.

Al momento dei saluti di commiato, usate il sempre lodevole “Q’plà”.
Sicuramente più dolce e logica è la lingua vulcaniana, di cui il signor Spock dona grandi esempi durante la sua missione sull’Enterprise. Il vulcaniano moderno federale, o w’prala, è il termine con cui è conosciuta la lingua parlata sul pianeta che gli umani conoscono come Vulcano. Probabilmente il “vulcaniano” non è l’unica lingua parlata su Vulcano, allo stesso modo in cui sulla Terra non si parla solo lo standard ma è sicuramente la lingua principale.
Il vulcaniano è una lingua agglutinante: la parola allo stato fondamentale corrisponde alla pura radice, il numero e i casi vengono espressi da una serie di apposite desinenze posposte alla radice. Nel caso dei verbi, le desinenze dei modi e dei tempi vengono infisse in maniera peculiare, tipica delle lingue incorporanti. Altra caratteristica del vulcaniano è la sua tipica enumerazione per gruppi di cinque, essendo ogni gruppo contrassegnato da una tipica vocale.
Lingua estremamente precisa dal punto di visto logico e matematico, il vulcaniano non è facile da imparare per gli umani, a causa del suo diverso approccio alla realtà, che è scientifico, ma prima ancora filosofico.
Il moderno vulcaniano standard comprende 38 o 39 lettere, con 6 vocali. Senza tediarvi con una grammatica vulcaniana… vi invito a salutare con la bellissima “mene sakkhet ur-seveh” che significa “pace e lunga vita”.
Tralascio volutamente la lingua tamariana di cui ho già ampiamente parlato in alcune note precedenti per volare sul pianeta Anarres, dove Ursula K. LeGuin ci porta a conoscenza del pravico, parlato dalla popolazione locale. E’ una bellissima lingua artificiale ausiliaria creata appunto in ausilio per la comunicazione interpersonale: il suo glottoteta – in questo modo si definiscono i creatori di linguaggi artificiali – è un certo Farigv. Viene parlato per l’appunto su Anarres, dove i seguaci della filosofa nonviolenta Laia Asieo Odo hanno scelto di andare in esilio per realizzare una società anarchica funzionale. Anarres è la luna semidesertica – e povera – del ricco pianeta Urras dove invece comandano il peggio del capitalismo e del socialismo reale.
La premessa filosofica anarchica produce interessanti fenomeni linguistici menzionati in alcuni passaggi dall’autrice. Per esempio, a causa dell’inesistenza della proprietà privata, gli aggettivi possessivi (come “mio”, “tuo”, “suo”) vengono solitamente evitati e rimpiazzati dal più generale articolo definito (“il”).
L’eguaglianza dei sessi deriva automaticamente dai princìpi di Odo e quindi non esiste un termine in Pravico per indicare cosa fa un uomo a una donna (e viceversa) durante un rapporto sessuale consensuale: esiste solo un verbo intransitivo (“fare l’amore”) che deve avere un soggetto plurale. Per un atto sessuale visto come imposizione o dominazione, la sola alternativa è l’uso di un verbo transitivo che significa “violenza carnale”. In base a questo, le parole che indicano “madre” e “padre” biologici non sono chiaramente distinte da quelle che si riferiscono a chi cresce un bambino (mamme, tadde) che non significano soltanto “mamma” o “papà” ma coprono l’intero insieme dei genitori, parenti e altre persone coinvolte direttamente nei contatti fisici ed emozionali coi bambini. La parola “ammar” significa “fratello” non in senso genetico ma come generale espressione di fraternità.
Lasciamo Anarres e voliamo a Pao, pianeta lontanissimo nel quale risiede una popolazione abulica con una cultura stagnante. Gli abitanti di un pianeta vicino decidono di imporvi tre lingue artificiali, allo scopo di indirizzare gli abitanti di Pao verso gli scopi che a loro interessano. Il romanzo di Jack Vance mostra l’introduzione delle tre lingue (una per i guerrieri, una per i tecnici e una per i burocrati) da parte dello scienziato-mago Palafox del vicino pianeta Breakness, che però non darà i risultati da lui auspicati. Nel romanzo «I linguaggi di Pao» (del 1957) un Vance alle prime esperienze sa mettere in luce come un popolo possa essere fortemente influenzato dalle strutture linguistiche imperanti.
Nel racconto «Ci facciamo quattro chiacchiere?» di Robert Scheckley, un esperto di linguaggi, emissario delle corporations terrestri (ci siamo capiti no?in sostanza un agente dell’imperialismo) atterra su un pianeta per stringere “rapporti commerciali” e cerca di approfittare della presunta ingenuità dei nativi ma la complessità del linguaggio alieno salverà gli autoctoni dallo spregiudicato tentativo coloniale. Però non voglio svelarvi per intero la trama…

Tutta la fantascienza che si è occupata di alieni ha implicitamente posto il problema dell’Altro, sia come enigma culturale sia, più spesso, come alterità bestiale da distruggere. La vena sarcastica di Sheckley entra in contatto con entrambi i poli di questa antinomia così frequente, cercando di leggere il terrestre che si ritrova a misurarsi di fronte al problema dell’Altro nel momento della scoperta, fino a raccontare, seppure in forma grottesca, il tentativo di imporre l’egemonia terrestre come rilettura diretta della politica di dominio occidentale della sua epoca. Non a caso, il suddetto racconto servì all’allora rampante Umberto Eco nel 1977 per spiegare come il “movimento” e gli altri (politici, giornalisti, tuttologi) non fossero assolutamente in grado di capirsi.
Interessantissima è la lingua artificiale “Babel 17” immaginata da Samuel R. Delany nel romanzo omonimo «Babel 17», che mette in luce la tematica principale del linguaggio in relazione alla percezione e alla mitologia. Una delle sue caratteristiche più interessanti è la totale assenza di un pronome o una qualunque altra costruzione a indicare la prima persona singolare, “io”. Il romanzo prende in considerazione una visione implicitamente whorfiana della lingua, poiché la protagonista, una volta appresa la lingua, trova le sue percezioni (e le sue abilità fisiche) alterate.
«La nostra analisi della natura segue linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie e le tipologie che individuiamo nel mondo dei fenomeni non le troviamo lì come se stessero davanti agli occhi dell’osservatore; al contrario, il mondo si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti, cioè soprattutto dai sistemi linguistici nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all’interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua… tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell’universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati» scrive infatti Benjamin Whorf nel testo «Language, Thought and Reality». Egli sosteneva in tal modo che le lingue sono sistemi organici e formalmente completi. Perciò non era questa o quella particolare parola che esprimeva un modo di pensare o di comportarsi ma la natura coerente e sistematica della lingua interagiva a un livello più ampio con il pensiero e il comportamento. I suoi punti di vista cambiarono nel tempo: sembra che verso la fine della sua vita Sapir arrivò a credere che la lingua non rispecchiasse meramente la cultura e le azioni abituali, ma che la lingua e il pensiero potessero in effetti essere in un rapporto di influenza reciproca o forse persino di determinazione reciproca.
Arriviamo alla neolingua creata da George Orwell nel suo celebre «1984» in cui assistiamo all’avvento del Grande Fratello e alla Cultura Egemonica. Una sezione del ministero della Verità (uno dei quattro mega-ministeri che controllano l’Oceania) lavora incessantemente alla Neolingua riducendo drasticamente il numero di parole – la Neolingua è infatti l’unico linguaggio in cui il numero di parole si riduce di anno in anno invece di aumentare – e semplificando i costrutti verbali. Con la completa diffusione ogni pensiero sovversivo diverrà impossibile, permettendo l’assoluta realizzazione degli obiettivi distopici del Partito (nel libro viene esplicitamente detto che la Neolingua è l’anima del Socing) e si raggiungerà anche l’Ocoparlare ovvero i cittadini dell’Oceania parleranno in modo meccanico. Non a caso, tale lingua vedrà la luce definitivamente dopo la fine delle rivoluzioni che avrebbero permesso la nascita del Partito. Questa lingua è stata ampiamente descritta da Orwell in un’apposita appendice intitolata «I princìpi della neolingua». La neolingua è un espediente del quale l’autore fa uso per sottolineare la natura del regime che ne fa uso per eliminare appunto la possibilità letterale di esprimere un’opinione che si discosti da quella del Partito senza, implicitamente, appoggiare il pensiero stesso che si sta tentando di criticare, attraverso il cosiddetto bispensiero, cioè l’attribuzione a una parola di due significati diametralmente opposti, che rendono perciò possibile l’interpretazione in senso positivo di quasi tutte le critiche che si possano fare al Partito stesso. Tramite questo impoverimento del linguaggio, che quindi riduce il discorso quasi a una serie di monosillabi, il Partito sperava che, per coloro che facevano uso di tale lingua, l’azione del parlare fosse un mero movimento delle corde vocali con la minor implicazione possibile del cervello, simile allo starnazzare di un’oca (in neolingua “ocoparlare”).
Alla luce di quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, la neo-lingua sembra diffondersi davvero ma… di questo magari un’altra volta.

 

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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