Orphan Black: quando la fiction è intelligente

di Maria G. Di Rienzo (*)

Trovare un personaggio femminile complesso e verosimile nei prodotti dell’industria dell’intrattenimento è un terno al lotto. Lo scenario è talmente idiota e stereotipato che quando capita di vedere una donna rappresentata a tutto tondo c’è la tentazione di esclamare cose del tipo: «Un piccolo passo per questo film (spettacolo, libro, fumetto), un enorme balzo per l’umanità». Cosa capita, allora, quando in uno sceneggiato televisivo tali personaggi femminili abbondano? Be’, che lo dobbiamo definire straordinario solo per questo.

Aggiungete uno sfondo fantascientifico, una trama solida, un passo narrativo impeccabile e attrici/attori che danno il meglio di se stessi/e… e capirete perché aspetto con trepidazione la seconda serie di «Orphan Black» (aprile 2014). Nel frattempo, non posso che consigliarvi caldamente di vedere la prima: dieci puntate (sottotitolate in italiano) in streaming.

Dopo un consiglio del genere non voglio rischiare di rovinarvi il piacere della visione con troppe anticipazioni, per cui vi offro solo il filo principale della trama. Sarah Manning, la protagonista della serie, è una giovane donna “ai margini”: orfana che ha attraversato diversi affidi, piccoli precedenti penali, una figlia che non vede da quasi un anno, una relazione con un uomo violento che lei cerca di troncare, pochi soldi, molta musica nelle cuffiette, qualche bestemmia e nessuna prospettiva. Scesa dal treno con cui è tornata nella sua città, Sarah assiste al suicidio di una donna che è la sua immagine speculare: Elizabeth Childs si getta sulle rotaie dopo aver lasciato sulla banchina scarpe, giacca e borsa. Sarah, nella speranza di raggranellare qualcosa, si impadronisce della borsa e, successivamente, assume l’identità di Elizabeth per poterle prosciugare il conto corrente. Ma questa spericolata decisione getta Sarah in una partita ancora più difficile e drammatica. Presto scoprirà che Elizabeth non è l’unica a somigliarle come una goccia d’acqua e di far parte di un numero imprecisato di cloni che un misterioso assassino sta cercando di eliminare.

L’attrice Tatiana Maslany recita nei panni di ogni clone ed è semplicemente sublime. Ogni personaggio ha retroscena, spessore, una propria agenda, le proprie debolezze, i propri punti di forza: donne identiche e diverse, non è possibile confonderle nemmeno quando una finge di essere un’altra. Ma vi sono altre cose eccezionali. In una cultura che spesso rappresenta la maternità come la fine di ogni sogno o desiderio per la madre e persino come morte della sua personalità, dissolvendo la complessità della donna in un’icona, qui abbiamo: Sarah, che ha difetti, che prende decisioni avventate, che è sessualmente attiva senza remore, che sa di non essere stata sufficientemente presente per sua figlia, ma la ama in modo appassionato, sincero, devoto, ed è quasi impossibile non fare il tifo per la sua riunione con la bambina; e poi abbiamo Alison (un’altra clone) che è per certi versi l’opposto di Sarah e che cresce i suoi bimbi adottati in una famiglia tradizionale della piccola borghesia, con i suoi difetti, la sua mania di controllo, ma con lo stesso affetto, cura e desiderio di futuro che pur rendendola responsabile nei confronti dei figli non la escludono e non la alienano dai suoi desideri e dalle sue necessità.

La narrazione in questo come in altri temi “sensibili” mostra e non giudica: è una delle sue cose più attraenti proprio perché attitudine rara negli show televisivi. Date le premesse, abbiamo anche a che fare con questioni scottanti che intrecciano biologia, riproduzione, fede, destino, libertà, ma «Orphan Black» non tenta di dirigere il giudizio dei suoi spettatori e sembra felice di suscitare in loro domande più che risposte. Nel frattempo ci regala una sfilata di donne e non di caricature femminili, personaggi diversi dal solito proprio perché sono così simili alle donne che incontriamo, conosciamo o siamo noi stesse; e non manca di affiancare loro un bel po’ di intriganti personaggi di sesso maschile. Il mio preferito è Felix, il fratello adottivo di Sarah. Di lui apprezzo soprattutto l’incrollabile lealtà che lo lega alla sorella. Ma anche il senso dell’umorismo, il talento artistico e la capacità di entrare in relazione con persone molto differenti. Averlo, un fratellino così. Magari nella prossima vita. Non clonatemi però, una di me è più che sufficiente, nel bene e nel male.

(*) Ripreso da «Lunanuvola’s Blog – Il blog di Maria G. Di Rienzo» del 26 ottobre; ve ne consiglio la lettura a ritmi anche quotidiani (db)

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