Padri-figli: tempi duri sotto i cieli senza memoria

Recensione di PAOLO BRINI a «Di notte nella provincia occidentale» di Giovanni Iozzoli

Conferma la vocazione di narratore del tempo presente e della realtà – soprattutto delle sue zone d’ombra – Giovanni Iozzoli nel suo ultimo romanzo Di notte nella provincia occidentale (*). Una storia dura, poco consolatoria, fatta di padri e di figli che si inseguono, sotto il cielo notturno di una provincia padana che sta dismettendo la sua stessa memoria. Cos’è la “provincia occidentale” che viene evocata nel titolo da Iozzoli? E’ la provincia del malandato e cadente Impero Americano, di cui siamo ormai un bordo sfrangiato? E’ la periferia di un Califfato virtuale d’Occidente che sta nei sogni malati dello jhiadismo globale? Ce lo spiegano bene i diversi personaggi che Iozzoli mette in scena, nelle notti di primavera, mentre danzano davanti a un palazzone degradato.

I protagonisti sono un “migrante interno”, Pasquale, sindacalista di mezz’età e il signor Mustafà, marocchino, piccolo imprenditore della ristorazione, che intorno al kebab ha costruito la sua collocazione e una modesta ascesa sociale nella piccola città di provincia. A prima vista, due esempi di perfetta integrazione, tra impegno civile e intrapresa economica. Un bel giorno, però – più o meno nello stesso periodo della loro vita – i figli adolescenti di Pasquale e Mustafà scappano, verso direzioni misteriose e pericolose. Il figlio di Pasquale si sta perdendo in una storiaccia di spaccio; quello di Mustafà è abbacinato dalla suggestione jhiadista: entrambi in fuga, verso destini cupi. E il precario castello di piccole sicurezze che i due genitori avevano costruito – a partire dai loro matrimoni e dalle rispettive famiglie – comincia rapidamente a collassare. I due padri ultracinquantenni si ritrovano senza più certezze, sfidati e oltraggiati nella loro identità paterna, dolorosamente consapevoli di una condizione di sradicamento e fragilità.

Nella tenace rincorsa ai figli, Mustafà e Pasquale costruiscono una strana coppia di sconfitti: uomini precocemente invecchiati dentro un mondo che non capiscono, goffi, spesso involontariamente comici, dai corpi grossi e sudati, dall’espressione continuamente attonita. Si ritrovano assonnati, tutte le notti, a presidiare un parcheggio di periferia: uno di quei non luoghi in cui la globalizzazione prende corpo ed evidenza come un proscenio, un sito urbano che è precisamente flusso umano e urbanistico, continua trasformazione, liquidità allo stato puro.

In quel parcheggio Mustafà e Pasquale, omoni di poche parole e nessuna propensione al sentimentalismo, si scoprono commossi a contemplare le loro vite e le notti d’Occidente, provando a indovinare se, in mezzo alla frenetica umanità notturna che passa da quel luogo, sotto felpe e cappucci, si indovini il profilo dei loro figli: come oracoli che cercano di indovinare il futuro.

Ma il futuro non esiste più. E’ davvero nella mani di Dio: perentoria testimonianza punk-teologica, che è l’unica sconsolata conclusione a cui giungono i due protagonisti. Non c’è futuro, nè progetto, non si intravede alba in fondo alla notte male illuminata dai lampioni: la “terza guerra mondiale a pezzi”, con i suoi inganni e le sue suggestioni, precipita nelle nostre periferie, sgretola le nostre certezze di appartenere al meritato paradiso chiamato “primo mondo”; ci svela con crudezza che stiamo dentro il medesimo tessuto tellurico, ai cui disastri assistiamo distrattamente al telegiornale.

Pasquale e Mustafà sono due splendidi testimonial della nostra grande crisi, tra fabbriche vuote e palazzacci di monolocali strapieni. Il modello emiliano – quintessenza del vecchio modello italiano: integrazione, distretti industriali, coesione interclassista, ottimismo progressista di provincia – si rivela per quello che è: una storia ormai lontana, magari nobile nelle evocazioni citate nel racconto (l’epopea dei sindaci operai del dopoguerra) ma irrimediabilmente datata.

Dei figli di Mustafà e Pasquale sappiamo poco o niente: restano sullo sfondo, non parlano, sono la nemesi dei padri, una sorta di vendetta contro l’ottimismo della ragione che ha portato i due migranti a inventarsi una nuova vita lontano dalle loro radici. E se i padri hanno inseguito caparbiamente il mito dell’integrazione, i figli sono un esempio perfetto di “dis-integrazione”: che progettino il viaggio senza ritorno in Siria, o riempiano di crack la soffitta di famiglia, stanno solo vagando senza meta nel nichilismo, nel più moderno, contemporaneo e diffuso nichilismo.

Essendo uno dei due protagonisti un migrante marocchino, la narrazione affronta anche il nodo intricatissimo del rapporto integrazione/assimilazione: cosa sono, e cosa vorrebbero essere, queste “seconde generazioni” che crescono nel nostro tessuto sociale? La cultura islamica (di molti) è un fardello destinato a cadere presto da giovani spalle occidentalizzate oppure una radice che dà solidità allo sradicamento della condizione migrante? O ancora è una croce da portare faticosamente, dentro la canea islamofoba che avanza in Europa?

«Adesso sono diventati tutti esperti del Corano. Ma Dio Bono, ma il Corano non è che è venuto fuori adesso. Sono 1400 anni che c’è il Corano. Perchè adesso è diventato un problema? Quando sono arrivato qui io, nel 1987, non fregava niente a nessuno se eri musulmano o no, e il Corano non l’avevano mai sentito nominare. Non c’era l’Islam, all’epoca? Certo che c’era. Perché nessuno aveva problemi con l’Islam o col Corano? Nessuno mi chiedeva niente, di cose religiose, qui in Italia. Al massimo volevano sapere perché non mangiavo il prosciutto e le braciole. La nostra religione era una curiosità, una cosa vecchia che sarebbe passata di moda. Adesso vedi le sure a pezzi sul giornale, e la gente discute del Santo Corano come se parlassero di calcio. E l’Islam è diventato un problema così, all’improvviso».

La difficoltà di essere musulmani «nell’anno 1436 dell’Egira, nella terra dei kuffar» si unisce alla difficoltà di lottare per evitare che la tua fabbrichetta sia delocalizzata in Polonia, che il tuo quartiere si degradi o che «la gente si scanni nelle trincee di periferia»: insomma, lo sforzo (al jhiad!) di andare controcorrente, di non abbandonarsi alla disperazione solitaria, di opporsi alla forza di gravità che spinge le vite di tutti verso le modernissime derive individualistiche.

Naturalmente la dimensione “romanzesca” non si fa schiacciare da troppi sociologismi. Ironia e paradossi al limite della comicità affiorano nel dramma delle storie: basti pensare a papà Pasquale che vorrebbe spedire il figlio debosciato nella Rojava (per rinverdire le sue memorie frustrate di “compagno” di mezz’età) mentre l’altro, Mustafà, ha il problema opposto e sta cercando disperatamente di trattenere il suo dall’avventura in Siria. La scrittura è fluida e intorno ai due protagonisti fanno irruzione in scena ogni genere di comprimari: tecnici comunali illuministi, vecchi tossicomani donchisciotteschi, anziani imam in pensione, mogli insoddisfatte e – in un crescendo surreale – Toni Santagata, il Califfo Al Baghdadi e persino l’Arcangelo Gabriele. Tutti lì, magicamente evocati dal duo Pasquale/Mustafà, alle 3 di mattina, nel parcheggio antistante al Complesso R-Nord, su cui troneggia un cartellone che preannuncia una perenne «azione di risanamento urbanistico e sociale», dal sapore più filosofico che urbanistico.

Una bella storia. Da leggere per capire meglio il senso profondo della nostra crisi, in cui il Pil o gli indici di disoccupazione, rappresentano solo una parte del problema.

(*)     «DI NOTTE NELLA PROVINCIA OCCIDENTALE»: Edizioni Artestampa – euro 17, pag. 270 – postfazione di Antonello Petrillo.

 

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