«Pakarta»

Una poesia di Fabio Franzin sullo sfruttamento dei lavoratori nella Grafica Veneta. Il testo introduttivo è di www.lavoroculturale.org (*)

dal profilo Facebook di GKN Firenze

 

Fabio Franzin è un poeta ed è anche un lavoratore manuale. Vive nel trevigiano e ha scritto una poesia sulla vicenda dei lavoratori sfruttati e schiavizzati che stampano libri di cui tutti parlano come se non fossero merci e sudore e fatica ma talento e ispirazione e genio. Per questo pubblichiamo la sua poesia, prima in dialetto, poi in traduzione italiana.

La sua opera, per quanto autonoma, si inserisce in un percorso che ha una genealogia che rimanda ai poeti di fabbrica, ad autori come Di Ruscio, Di Ciaula e a tanti altri che collaboravano con riviste come Abiti-Lavoro.

Leggete queste righe e pensate alle mobilitazioni operaie di questa estate, a cominciare dalla GKN di Campi Bisenzio, che ormai ha occupato gli stabilimenti da settimane.

 

Pakarta

Dèss i ghe darà tuta ‘a colpa

a lori, ai ultimi, ai sfrutàdhi.

Come senpre. I paróni no’

savéa gnent de quel sucedéa

drento ‘a só fabrica. ‘A cravata

bèa, el sorìso da chericheti,

lo testimonia. Trebaseleghe

 

(tre cese, in diaèto veneto)

l’é el paese  ‘ndo’ che stea

mé nòni, ‘ndo’ che mé mare

la ‘é nassùdha. E iera bel,

finìo el libro, véder che

i ‘o ‘vea stanpà proprio là,

che là ciapéa forma par

tuti, el pensièr dei poeti

e dei scritori pì grandi.

 

E chissà còss’ che i pensa,

dèss, ‘sti poeti grandi, se

ghe darà un fià de fastidio

savér che ‘e só paròe

le ‘é stadhe inpaginàdhe

dai sòiti ultimi sfrutàdhi,

bastonàdhi, umiliàdhi

pèdho dee bestie, opùra

se i pensarà sie sol un caso

che anca ‘e só sacre paròe

ghe ‘à tocà maciarse

del sangue e del sudhór

dei s.ciavi qua, in Veneto,

tèra dei schèi e del lavoro.

 

Mì lo savée, anca se no’

vae a Trebasèghe da àni.

 

L’ò scrit par tuti ‘sti àni

bastardi seràdhi drento

i capanóni, co’e paròe

sghinzhàdhe dal sangue

del conpagno che ‘à pers

i déi tea troncatrice, del

mé sudhór incazhà ma

mai domo. Lo savée, ieri,

che domàn, romài zà incùo,

se saràe tornàdhi ai s.ciavi.

 

I ghe darà tuta ‘a colpa a lori.

 

A quei che dorme in dièse

par stanza, come sardèe

drento ‘a scàtoea de lata.

 

El pess spuzha senpre daa testa,

dise un proverbio veneto,

e l’é un squal romài, el lavoro,

ingordo, feroce, senza

pì ànema né règoea altra

che sbranàr carne e cuòr.

 

E mè paròe sardèe nòdha

te un mar senpre pì scuro.

 

Pakarta

Adesso daranno tutta la colpa / a loro, agli ultimi, agli sfruttati. / Come sempre i dirigenti non / sapevano cosa succedeva / all’interno della loro azienda. / La cravatta in tinta, / il sorriso da chierichetti, lo testimoniano. Trebaseleghe // (tre chiese nel dialetto veneto) / è il paese / dei miei nonni, dove mia madre / è nata. Ed era bello, / finito il libro, leggere che / era stato stampato proprio là, / che là prendeva forma per / tutti, il pensiero dei poeti / e degli scrittori più grandi. // E chissà cosa pensano, / ora, questi grandi poeti, se / gli darà un po’ fastidio/ sapere che le loro parole / sono state impaginate / dai soliti ultimi sfruttati, / bastonati, umiliati / peggio delle bestie, oppure / penseranno sia solo un caso / che anche alle loro sacre parole / è toccato macchiarsi / del sangue  e del sudore / degli schiavi, qui, in Veneto, / terra dei soldi e del lavoro. // Io lo sapevo anche se / non vado a Trebaseleghe da anni. / L’ho scritto in tutti questi anni / bastardi chiuso dentro / i capannoni, con parole / chiazzate dal sangue / del compagno che perse le dita / alla troncatrice, del / mio sudore incazzato ma / mai domo. Lo sapevo, ieri / che domani, ormai già oggi, / saremmo ritornati agli schiavi. //  Daranno tutta la colpa a loro. // A quelli costretti a dormire in dieci / per stanza, come sardine dentro la scatola di latta. // Il pesce puzza sempre dalla testa, / dice un proverbio veneto, / ed è uno squalo, ormai, il lavoro, / ingordo, feroce, senza / più anima né regola altra / che sbranare carne e cuore. // Le mie parole sardine nuotano / in un mare sempre più scuro. 

Pakarta è il nome dato dal nucleo carabinieri di Cittadella e dal nucleo carabinieri tutela del lavoro di Venezia all’indagine sullo sfruttamento di manodopera pakistana (in un vero e proprio girone di schiavitù, intimidazioni, e maltrattamenti disumani), all’interno dello stabilimento “Grafica Veneta” a Trebaseleghe,  dove si stampano i libri delle maggiori case editrici italiane, nella fine di luglio 2021.

(*) della vicenda «Grafica veneta» in “bottega” abbiamo scritto qui Rabbia e vergogna per i miei romanzi stampati dagli schiavi e qui Grafica Veneta: lo sdegno non basta…

Questo spazio del sabato sera di solito è per i versi selezionati dalla “cicala” … la quale però ogni tanto va in vacanza (se no sarebbe formica, vi pare?) e nell’attesa arbitrariamente postiamo qualcosa che ci è piaciuto … grazie Francesco. Dunque “cicala” o no, ci rivediamo qui fra 7 giorni. [db]

 

La Bottega del Barbieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *