Per un inquadramento parziale della situazione, troverete:
la bimba di otto mesi morta di freddo in Palestina: una lettera di Bruno Lai;
newletter di Radio Onda d’Urto;
da Anbamed notizie 12 dicembre;
da Anbamed notizie 13 dicembre;
ricostruire Gaza, da Global Voices;
la democrazia si è tolta la maschera, articolo di Mario Sommella;
mano nella mano per il futuro: da Associazione Nazionale per la Pace;
notizia di un podcast sulla azione legale contro Leonardo e Stato Italiano;
presa di posizione dell’Ispra;
una osservazione da Peace and War;
un articolo da Pressenza.
una lettera di Bruno Lai
Oggi il “Corriere della Sera” dedica una fotografia in prima pagina alla Signora Talik Gvili, madre del sergente israeliano Ran Gvili. Siamo in Palestina, più precisamente in Israele.
È una scelta lecita. Il titolo evidenziato è: “Attendo mio figlio, l’ultimo ostaggio”.
Ran Gvili, sergente maggiore dell’Unità antiterrorismo Yamas, è considerato l’ultimo ostaggio trattenuto a Gaza dal 7 ottobre 2023. Nonostante l’esercito di occupazione israeliano lo abbia dichiarato morto il 30 gennaio 2024, sua madre esprime una «angosciosa e ferma speranza» per il figlio.
Si menziona anche che Hamas e la Croce Rossa hanno ripreso le ricerche del suo corpo nel quartiere di Zeitoun a Gaza City nei giorni precedenti
Il dolore di una madre merita rispetto ed attenzione.
Ieri, sempre in in Palestina, nella Striscia di Gaza, è morta Rahaf Abu Jazar, bambina di appena 8 mesi. Ho cercato una sua fotografia: non l’ho trovata.
Ho trovato una fotografia della madre che abbraccia il corpicino della figlia dentro il sudario e piange.
La fotografia si trova in un servizio della Reuters:
Il dolore di una madre merita rispetto ed attenzione.
Stranamente (?), nessun quotidiano italiano dedica una fotografia ed un servizio in prima pagina alla morte di Rahaf Abu Jazar. Forse non lo fanno neanche media di altri Paesi: non ho trovato immagini. Notizie sì, immagini no.
Fa differenza?
Sì!
Fa un’enorme differenza. Immagini e storie portano il lettore (o lo spettatore) ad empatizzare con la vittima. L’assenza di immagini e storie suscita meno emozioni, meno empatia.
Provo a raccattare qualche informazione con l’aiuto di ChatGPT. Metto tra parentesi le fonti che mi segnala ChatGPT.
Rahaf Abu Jazar, questa bambina palestinese di circa 8 mesi, è morta ieri, l’11 dicembre 2025 a Khan Younis, nella Striscia di Gaza. (Reuters+1)
Le condizioni climatiche estreme dovute alla tempesta Byron hanno portato forti piogge e freddo intenso, inondando tende e rifugi dove vivono famiglie sfollate. (al-monitor.com)
La sua tenda è stata allagata, e Rahaf è morta per assideramento durante la notte. (Al Jazeera+1)
Morire di assideramento nel 2025!
La madre, Hejar Abu Jazar, ha raccontato di averla nutrita e avvolta nel migliore modo possibile, ma le condizioni erano troppo dure e non è riuscita a tenerla al caldo. (askanews.it)
Le piogge torrenziali hanno colpito centinaia di tende e rifugi di sfollati, già in condizioni estremamente precarie dopo oltre due anni di aggressione militare da parte dell’esercito di occupazione israeliano. (al-monitor.com)
Le autorità sanitarie locali avvertono che altri bambini, anziani e persone vulnerabili potrebbero essere a rischio se le condizioni climatiche e l’accesso agli aiuti non migliorano. (Middle East Monitor)
Sono gli israeliani che non permettono l’ingresso di quantità superiori di aiuti umanitari.
Non si sa se la famiglia di Rahaf Abu Jazar vivesse in un’abitazione confortevole prima del 7 ottobre 2023. È presumibile di sì, ma non ho trovato conferme. Si sa, invece, che la famiglia viveva in una tenda a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, ed era tra le centinaia di migliaia di persone sfollate in seguito alla guerra e alle condizioni drammatiche nell’enclave dopo oltre due anni di aggressione militare. (al-monitor.com)
Le piogge torrenziali della tempesta Byron hanno allagato la tenda dove vivevano, esponendo la piccola Rahaf al freddo, che ha causato la sua morte per ipotermia. (al-monitor.com)
Il fatto che la storia della piccola Rafah Abu Jazar non compaia sulle prime pagine dei quotidiani, non significa che nessuno ne dia conto. Io ho saputo di questa tragedia da un pezzo di Giulio Cavalli:
«La nostra persona dell’anno è Rahaf Abu Jaza perché è il simbolo, uno dei tanti, di uno dei peggiori genocidi della Storia recente di questo pianeta, perpetrato da un nostro alleato, con le nostre armi, il nostro beneplacito, la nostra acquiescenza»…
A Gaza in arrivo la tempesta Byron; sabato corteo regionale a Torino per la Palestina e la liberazione di Shahin
PALESTINA – Partiamo con la newsletter dalla Cisgiordania: si alza infatti ancora di livello lo stillicidio di aggressioni e attacchi di esercito e coloni, di fatto indistinguibili.
Nelle ultime ore difficile tenere il conto degli attacchi: almeno 100 persone sono state arrestate in solo 24 ore nei territori della Cisgiordania occupata, mentre nelle galere israeliane si registra l’ennesima vittima, un ragazzo di 21 anni, come denuncia la Società palestinese dei prigionieri.
In particolare, i blitz sono stati compiuti a Nablus – dove sono state arrestate 30 persone – Hebron e Jenin. Tra le persone fermate dall’Idf ci sono numerosi ex prigionieri rilasciati nelle scorse settimane.
A Gaza, intanto, gli attacchi israeliani degli ultimi due anni hanno distrutto oltre l’80% delle strutture. Con la violenta tempesta invernale che si appresta a colpire Gaza, centinaia di migliaia di famiglie palestinesi sfollate non sanno dove andare.
Ben più della maggior parte degli edifici sono stati distrutti: secondo i dati delle Nazioni Unite di metà ottobre, quasi l’81% di tutte le strutture a Gaza è stato danneggiato dagli attacchi israeliani, in una scala che va dalle 123.464 strutture distrutte alle 33.857 moderatamente danneggiate. Considerando specificamente gli alloggi, circa 320.622 unità abitative sono state danneggiate, ha dichiarato l’ONU. Potrebbero volerci fino a 20 anni per rimuovere tutti i detriti a Gaza, con un costo stimato di quasi 909 milioni di dollari.
A questo si aggiunge che le violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele, in questi due mesi, sono state centinaia. Quasi 400 le persone uccise nella Striscia di Gaza, almeno 136 i minori. Qui gli aggiornamenti.
Dalla Palestina all’Italia per parlare di Mohamed Shahin, ancora detenuto nel CPR di Caltanissetta con un mandato di espulsione e deportazione in Egitto, dopo 21 anni di vita in Italia e in particolare a Torino.
La sua “colpa”: avere partecipato in prima fila, mettendoci spesso la faccia e la voce, a due anni di mobilitazioni per la Palestina e contro il genocidio portato avanti per mano israeliana. Sabato 13 dicembre, a Torino, organizzata una manifestazione regionale per la Palestina e per la liberazione immediata di Shahin. L’appuntamento è alle ore 14.30 in Largo Marconi.
Non c’è tregua a Gaza. Israele uccide anche i bambini. Stamattina sono stati uccisi dai cecchini – in due attacchi separati – un uomo e un minorenne che stavano cercando legna per scaldare le famiglie.
L’assassinio dei civili palestinesi avviene anche con il blocco degli aiuti. La mancanza di tende e coperte, decisa dall’esercito israeliano, ha provocato decessi tra i più deboli. Israele ha vietato scientemente l’ingresso degli aiuti umanitari, bloccando i camion dell’ONU ai valichi, esasperando le condizioni di vita degli sfollati sotto le condizioni climatiche impossibili. Stamattina, la lattante Rahaf Abu Jazar, 8 mesi di età, è spirata a Khan Younis a causa del freddo e la malnutrizione.
Genocidio a gocce.
Il nostro commento quotidiano fisso:
Ci sono ancora coloro che obiettano che non sitratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.
Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.
Situazione umanitaria a Gaza
Un clima di bassa pressione ha colpito la Striscia di Gaza, provocando l’allagamento di migliaia di tende all’interno dei campi di sfollati a causa delle forti piogge. Le piogge hanno trasformato le tende in pozze d’acqua inadatte alla vita o all’abitabilità, aggravando la crisi di migliaia di famiglie sfollate, prive dei beni di prima necessità.
Il portavoce del comune di Gaza, Hosni Muhanna, ha affermato che la capacità del comune di drenare l’acqua piovana è diminuita dell’80% e che l’esercito invasore ha distrutto il 90% delle pompe idriche della Striscia.
Ad aggravare la situazione giunge il calo drastico delle temperature, dove è previsto anche la caduta di neve. Israele ha impedito l’ingresso di tende, case prefabbricate, coperte e carburanti per riscaldamento. Genocidio pianificato, con altri mezzi.
Libertà di informazione in Europa
A Parigi si è svolto, ieri, il processo davanti al Tribunale del lavoro, per il ricorso di Guillaume Meurice contro il suo licenziamento da Radio France International. L’umorista radiofonico francese è stato accusato in una prima fase di odio razziale, ma poi dopo il proscioglimento in tribunale penale, era stato licenziato per motivi di non rispetto delle regole interne dell’emittente. Un’ipocrisia dei Pro-Is che accusano di antisemitismo chiunque critichi il governo israeliano. La frase incriminata è: “Netanyahu è l’Hitler circonciso”. I giudici si pronunceranno sul caso il prossimo febbraio. clicca!
Cisgiordania 1
Le autorità di occupazione israeliane hanno approvato la costruzione di 764 costruzioni in colonie ebraiche della Cisgiordania. Le case dei nativi palestinesi vengono demolite e ai coloni ebrei arrivati da ogni dove vengono costruite abitazioni su terreni agricoli confiscati. Il governo del ricercato internazionale per crimini di guerra, dal suo insediamento (fine del 2022) ha approvato la costruzione in Cisgiordania di 51.370 unità abitative per i coloni. Razzismo urbanistico e cancellazione di ogni prospettiva di nascita dello Stato palestinese.
Cisgiordania 2
Nella Giornata mondiale per i diritti umani, l’esercito di occupazione ha arrestato oltre 100 attivisti palestinesi. In decine di operazioni di irruzione e rastrellamento, che hanno toccato la totalità delle città della Cisgiordania e Gerusalemme est, i soldati hanno distrutto mobili e rubato oro e oggetti preziosi. In un caso, i soldati hanno fatto deflagrare con la dinamite la porta di casa, all’alba, senza neanche bussare o avvisare gli abitanti. Tra gli arrestati un ex ministro del governo precedente dell’ANP, consiglieri comunali e attivisti.
Ostaggi 1
Le autorità di occupazione israeliane hanno comunicato all’Autorità per gli affari dei prigionieri palestinesi della morte del prigioniero Abdul Rahman Al-Sabateen (21 anni) della città di Husan, a ovest di Betlemme, nell’ospedale israeliano “Shaare Zedek”. Al-Sabateen è stato arrestato il 24 giugno 2025 ed è rimasto in prigione in stato di detenzione amministrativa, cioè senza accuse e senza processo, fino al momento del suo decesso.
La famiglia della vittima ha affermato che il figlio è stato colpito da una pallottola delle forze di occupazione, circa un anno fa, e non ha ricevuto le cure necessarie durante la sua detenzione, sottolineando che questa è stata una delle cause principali del peggioramento delle sue condizioni di salute.
Ostaggi 2
Si è svolta ieri con successo la mobilitazione “La sanità non si imprigiona” per chiedere la liberazione degli oltre 90 sanitari palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Davanti ad oltre 30 strutture sanitarie italiane, da Trento a Palermo, stati realizzati dei #flashmob che hanno coinvolto personale sanitario e cittadini.
Libertà per Marwan Barghouti
È in corso in Italia ed a livello internazionale, la campagna in favore della liberazione dei prigionieri politici palestinesi e in particolare per mettere fine alle torture e maltrattamenti. Al centro di tale campagna vi è l’obiettivo di salvare il Mandela palestinese, Marwan Barghouti, da 23 anni in carcere. La campagna viene lanciata alla vigilia della giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall’ONU: Appello: clicca!
Coalizione Freedom Flotilla
La Coalizione Internazionale ha chiamato di nuovo alla partenza verso Gaza. La missione avverrà la prossima primavera. Il comunicato sottolinea il bisogno di spezzare l’assedio che la popolazione palestinese soffre e la necessità dell’applicazione del diritto internazionale.
da Anbamed – 13 dicembre
Genocidio a Gaza
Non c’è tregua a Gaza. L’esercito israeliano ha continuato a bombardato, con artiglieria e caccia, in tutta la Striscia. A Rafah, a Khan Younis, a Hay Tuffah e Jebalia. Con morti e feriti. Violazione della tregua che non viene condannata da parte della diplomazia dei paesi colonialisti. E neanche citata dalle testate scorta mediatica del genocidio.
Un cecchino ha ucciso stamattina l’ennesimo minorenne che è andato a cercare legna per scaldare la tenda di famiglia. È giunto poco fa il suo corpo nell’ospedale Shifà di Gaza città. Un altro giovane è stato assassinato dai cecchini a Jebalia.
Continua anche l’operazione di radere al suolo tutte le costruzioni nella zona est e nord della Striscia. Le esplosioni sono state sentite e osservate dal territorio israeliano. Obiettivo è di annettere la metà di Gaza ad Israele e rendere permanente l’occupazione. 30 ministri e parlamentari israeliani della maggioranza hanno firmato una mozione per l’annessine di Gaza e la ripresa della costruzione di colonie ebraiche.
Situazione umanitaria a Gaza
Piogge torrenziali e freddo hanno colpito la Striscia di Gaza, rendendo i campi di sfollati in laghi. Le tende invase di acqua, rendendo la vita difficile alla popolazione, oltre un milione di persone, cacciate dalle loro case bombardate in due anni di aggressioni.
Sale ad almeno 16 il numero delle persone morte a Gaza nelle ultime 24 ore per freddo e maltempo. Tra le vittime ci sono anche 3 bambini, deceduti per il freddo.
La responsabilità non è del clima. Anche in anni passati le tempeste si sono abbattute su Gaza, ma non hanno causato stragi di innocenti. La responsabilità è del governo e esercito israeliani, perché impediscono l’ingresso dei soccorsi.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite afferma che l’ingresso nella Striscia di Gaza di kit di utensili di base, sacchi di sabbia e pompe per l’acqua, così come materiali da costruzione come legname e compensato, continua a essere ritardato a causa delle “restrizioni di accesso di lunga data” imposte dalle autorità israeliane.
“Questi materiali sono essenziali per riparare e rinforzare i rifugi contro le continue piogge e per mitigare le inondazioni nei siti”, si legge in una nota: “molti campi di sfollati si trovano su terreni bassi e pieni di detriti, con un sistema di drenaggio e una gestione dei rifiuti inadeguati, esponendo le famiglie a un rischio maggiore di epidemie e altri pericoli per la salute pubblica man mano che le inondazioni si diffondono”.
Paradossalmente, l’accusa al genocida Netanyahu sono esplicite in un commento del giornale Haaretz, mentre i media italiani blaterano della furia del clima.
Abbas da FDI
La vergogna
Il presidente Abbas è in visita in Italia per partecipare alla festa dei fascisti. L’incontro di circa un’ora a palazzo Chigi con la premier Meloni, prima di salire sul palco della festa di FDI. Il leader palestinese ha ringraziato l’Italia per «l’assistenza umanitaria fornita al nostro popolo nella Striscia di Gaza», dimenticandosi però delle esportazioni di armi che hanno bombardato la popolazione civile palestinese. Una vergogna e una accoltellata alla schiena del movimento di solidarietà italiano con la Palestina. La stampa governativa palestinese presenta la festa di FDI come il congresso politico del partito di governo (falso) e sorvola sull’uso propagandistico della presenza di Abbas (Abu Mazen) da parte dei fascisti per attaccare l’opposizione.
Sulla controversa visita sono circolate nei giorni passati comunicati di realtà palestinesi organizzate in Italia con un appello al presidente Abbas di evitare la partecipazione alla festa del partito di governo FDI, noto per le sue posizioni a favore del genocidio a Gaza e altri controcomunicati che la difendono.
Cisgiordania
Attacco israeliano a Nablus
Rastrellamenti dell’esercito israeliano nella maggior parte delle città palestinesi della Cisgiordania. I più gravi sono avvenuti a Dora, vicino a el-Khalil. Nel villaggio di Al-Mughayir e nel campo di Al-Amaary, in provincia di Ramallah, sono stati feriti da colpi di arma da fuoco due civili.
A Deir Samit, la madre anziana di un detenuto politico è stata arrestata. È una presa in ostaggio, per costringere il marito a consegnarsi.
I coloni hanno attaccato alcune comunità di Khan Ahmar, a Gerusalemme est lanciando pietre e distruggendo strutture agricole e di pastorizia. L’esercito ha arrestato non gli aggressori ebrei ma le vittime palestinesi, conducendoli nelle caserme e torchiandoli in interrogatori degni della Gestapo.
A Kober, l’esercito ha sradicato in una sola giornata più di mille ulivi.
Informate, per favore, Fassino e Fiano, degli atti gloriosi della cosiddetta “unica democrazia in MO”.
BDS
Tre giorni di mobilitazione nazionale “Teva? No, grazie!”. Ierri, oggi e domani. clicca per maggiori dettagli.
Firmate e fate girare la petizione per cancellare il gemellaggio Milano-Tel Aviv e le collaborazioni economiche del Comune con Israele. clicca!
[BDS] Tre giorni di mobilitazione nazionale “Teva? No, grazie”.
mobilitazione nazionale venerdì 12, sabato 13 e domenica 14 dicembre. In varie città si svolgeranno iniziative per promuovere la campagna e informare sul genocidio a Gaza.
movimenti BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) e Sanitari per Gaza, promotori della campagna Teva? No grazie, hanno indetto tre giornate di mobilitazione nazionale venerdì 12, sabato 13 e domenica 14 dicembre. In varie città si svolgeranno iniziative per promuovere la campagna e informare sul genocidio e sul sanitaricidio che continuano a Gaza, mentre si aggrava l’offensiva israeliana per l’annessione della Cisgiordania.
Finalmente è stato firmato [en, come tutti i link seguenti] un cessate il fuoco. Le organizzazioni umanitarie stanno riprendendo le loro attività per raggiungere le famiglie palestinesi colpite dalla carestia, a quasi due anni dall’inizio dei bombardamenti senza sosta e del blocco degli aiuti umanitari. E ora il mondo rivolge l’attenzione alla ricostruzione di Gaza.
L’annichilimento della Striscia non è solo una tragedia umanitaria. Ha innescato uno dei più terribili disastri ambientali del XXI secolo. Due anni di bombardamenti incessanti hanno raso al suolo interi quartieri, avvelenato il terreno e contaminato l’acqua e l’aria. Mentre il mondo si mobilita alla ricostruzione, è necessario comprendere che la sfida posta davanti a noi non è solo umanitaria o politica.
Come capo di un’organizzazione che lavora da decenni al nesso di emergenza umanitaria e cambiamento climatico, ho assistito al modo in cui il degrado ambientale paralizza una comunità. Eppure, quello che vediamo a Gaza è qualcosa di completamente diverso. Non è semplicemente il danno collaterale di una guerra; è la distruzione deliberata e sistematica di un intero ambiente.
Questo è un ecocidio, compiuto e sfruttato strumentalmente come arma per rendere il territorio palestinese inabitabile e impedire qualsiasi futuro per una società palestinese autosufficiente.
Distruzione sistematica
Nell’arco degli ultimi 10 anni, i palestinesi di Gaza hanno fatto notevoli passi avanti nel campo della resilienza climatica, nonostante l’asfissiante blocco imposto sulla Striscia. Gaza ha raggiunto una delle più alte densità di tetti fotovoltaici al mondo, una soluzione semplice alla crisi della produzione energetica. I palestinesi stavano implementando dei progetti di gestione della scarsità d’acqua e adattamento al surriscaldamento globale. Questi sforzi erano l’emblema della loro perseveranza, ma l’offensiva militare di Israele ha spazzato via sistematicamente ogni traccia di tale progresso.
Non si è trattato di sparuti atti di guerra. L’annientamento di quasi il 70% della terra agricola di Gaza, l’abbattimento di uliveti antichissimi, lo smantellamento della rete idrica e la distruzione di tutti e cinque gli impianti di depurazione dell’acqua sono attentati pianificati alle fondamenta della vita stessa.
Quando le forze israeliane pompano acqua di mare nei tunnel sotterranei, rischiano di causare l’avvelenamento salino permanente dell’unica principale falda acquifera di Gaza — fonte primaria di acqua potabile per oltre due milioni di persone. Quando le bombe bersagliano schiere di pannelli fotovoltaici, spezzano l’unica garanzia di indipendenza elettrica per abitazioni private e ospedali.
Un evento ambientale catastrofico
Il bilancio del danno ambientale va ben oltre i confini di Gaza, determinando una maxi impronta di carbonio con conseguenze a livello mondiale. Solo nei primi 60 giorni, il conflitto ha generato all’incirca 281.000 tonnellate metriche di CO₂, corrispondenti a più delle emissioni di carbonio annuali di oltre 20 delle nazioni climaticamente più vulnerabili al mondo messe assieme.
Oltre il 99% di queste emissioni sono attribuibili alle operazioni militari di terra e di aria condotte da Israele. E il costo ambientale si riverbererà a lungo, ben oltre lo sgancio dell’ultima bomba.
La ricostruzione di Gaza si prospetta essere un evento ambientale di immane portata. La riedificazione dei circa 100.000 edifici distrutti potrebbe disperdere altri 30 milioni di tonnellate cubiche di CO2, al pari delle emissioni annuali di un Paese come la Nuova Zelanda.
La carestia in atto a Gaza è la conseguenza diretta del deliberato assedio dell’ambiente. La malnutrizione non è un effetto collaterale del conflitto; è un’arma di guerra. Quando si distrugge la produzione agricola, si rade al suolo il 70% della flotta peschereccia e si contaminano le fonti d’acqua potabile sversando 130.000 metri cubi di liquame grezzo al giorno, si vuole causare una carestia. Quando si inquina il territorio con 37 milioni di tonnellate di detriti tossici e ordigni inesplosi, si sta rendendo quella terra un pericolo per i suoi stessi abitanti. L’aria è intrisa di polveri sottili, derivate da cemento, amianto e metalli pesanti. A causa delle decine di migliaia di corpi in decomposizione sotto le macerie, gli agenti patogeni continueranno a filtrare nel suolo e nelle falde acquifere per anni.
Come rendere Gaza di nuovo vivibile?
Il costo della ricostruzione di Gaza è, quindi, diverso da qualsiasi altra cosa che abbiamo affrontato. Non è una questione di cemento e mattoni. Come si decontamina un’intera falda acquifera? Come si ricostruisce un suolo che è stato ripetutamente distrutto e contaminato dal fosforo bianco? Come si sgomberano milioni di tonnellate di detriti saturi di sostanze cancerogene?
Rendere Gaza nuovamente vivibile richiederà un impegno su scala mondiale di portata inedita, basato su un progetto non già di semplice ricostruzione delle infrastrutture, ma di profondo ripristino ecologico.
Ricostruire Gaza sarà il banco di prova non solo della nostra compassione, ma della nostra coscienza collettiva. Il cessate il fuoco potrà aver silenziato le bombe, ma non ha messo fine ai danni inferti alla terra, all’acqua e all’atmosfera che sono di tutti noi. Quello che accadrà ora dimostrerà se il mondo ha imparato qualcosa da questa catastrofe o no.
Possiamo limitarci a ricostruire muri e strade, o possiamo ricostruire Gaza con senso di responsabilità: risanando l’ambiente e incriminando i responsabili di questo ecocidio e genocidio.
Stop dell’Ispra:
“No a nuovi legami scientifici con Israele”
L’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, si è impegnato a non intraprendere
nuovi rapporti con Israele, dopo un appello firmato da un terzo dei dipendenti. I vertici dell’Istituto “hanno condiviso la necessità di agire per evitare ogni coinvolgimento nelle violazioni delle
libertà e dei diritti attuate da parte del governo israeliano nel territorio palestinese”. Secondo il
ragionamento che, “se è vero che la collaborazione nel campo della ricerca deve avere il più ampio
spazio possibile per allargare i confini della conoscenza, è altresì vero che i principi etici delle comunità di coloro che praticano la ricerca, può e deve costituire un freno alle violazioni del diritto internazionale che sono in atto sulla popolazione di Gaza e dei Territori Palestinesi Occupati”.
Il Consiglio Scientifico ha pertanto accolto le richieste dei dipendenti impegnandosi, tra l’altro a valutare con particolare attenzione eventuali nuove collaborazioni dell’Istituto con enti e
aziende che contribuiscano, anche indirettamente, al perpetrarsi delle violazioni del diritto internazionale, evitando la stipula di nuovi accordi di natura scientifica, tecnologica o accademica
con tali soggetti. La richiesta dei dipendenti riguardava anche la ricerca sul “dual use”(ovvero tecnologie nate in ambito civile che si possono poi usare anche in ambito militare): l’Ispra ha accolto la richiesta di aprire una riflessione specifica sul tema del dual use.
Si tratta del primo ente di ricerca, insieme all’Ogs (Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale) che si muove in tal senso. La maggior parte degli Enti di ricerca, a partire dal Cnr, hanno agito in altro modo, conformandosi a quanto affermato dal Coper (Consulta dei
presidenti degli enti di ricerca), che, pur condannando i crimini di Israele, sostiene che la scienza
deve portare pace e cooperazione, quindi nessuna apertura a sospensioni di collaborazioni. Da
notare che per la Russia questo non è stato l’approccio adottato.
WA . M A
Gaza brucia. Gaza è sott’acqua. Gaza è (ancora) sotto il fuoco dei droni e delle bombe di Israele.
Tutto questo è l’emblema del peggior genocidio in mondovisione con l’assoluta complicità dei governi che stanno a guardare.
Il 3 dicembre scorso, ieri, Instagram (oramai fonte primaria per chi voglia informarsi in tempo reale e con assoluta certezza) dalle 20 in poi ha mostrato le fiamme.
E i video con le fiamme, la corsa dei superstiti, le grida di chi cercava di aiutare o di scappare, facevano il giro dei social e del web.
Con sopra impressa la data del rogo, a scanso di equivoci.
Incendio causato dai droni di Israele, contro un accampamento di sfollati. Nelle tende che già non stavano in piedi perchè finite sotto l’acqua delle piogge torrenziali dei giorni scorsi.
«Il fuoco è divampato all’improvviso: mi sono guardato attorno e ho visto che le fiamme erano proprio dentro il nostro campo», racconta Jihad Samir al-Arja alla Reuters.
I testimoni oculari e le fonti a Gaza sono infiniti: non c’è alcuna scusa per non raccontare quello che succede.
«La gente, i bambini e le donne erano a pezzi.
Ognuno cercava di fare la sua parte per spegnere il fuoco e mettere al sicuro le bombole del gas e le tende», ha raccontato al-Arja.
Perchè questo accanimento in una fase che dovrebbe essere di cessate-il-fuoco ed è invece di attacco estremo?
Il ministro degli Esteri di Israele, Israel Katz, stamani ha detto alla stampa che i militari continueranno “ad agire con forza” a Gaza, spiegando senza vergogna che l’attacco di ieri sera sul campo per sfollati sarebbe una «ritorsione» per una aggressione subita da alcuni soldati israeliani da parte di “combattenti palestinesi”.
Il commento arriva durante una visita di Katz ai soldati feriti ad est di Rafah.
Dunque: un soldato israeliano ferito in guerra va vendicato appiccando il fuoco su centinaia di civili inermi chiusi nelle tende, secondo il ministro degli Esteri di Israele.
La logica della ritorsione assume qui forme mai viste prima nella storia (e anche su questo bisognerà ragionare) e raggiunge dimensioni infernali.
L’intenzione di Israele, ammette il ministro, è quella di distruggere tutto ciò che ancora rimane in piedi dentro la Striscia, fino a nuovo ordine.
A fronte del buio delle coscienze e della mostruosa distorsione della psiche, brillano ancora di più le foto e i video delle 54 coppie di sposi palestinesi durante una cerimonia collettiva (e non “di massa”) tra le macerie di Gaza.
Anche su questo la manipolazione mediatica però ha fatto leva: il matrimonio delle giovani coppie sulla stampa italiana mainstream diventa la prova che la guerra è finita.
Se si sposano, in così tanti, in abiti tradizionali e per di più sorridono è segno che «le cose stanno tornando alla normalità». Che la tregua regge.
Pubblichiamo la seconda parte dell’inchiesta di Linda Maggiori che, curiosamente, non ha trovato spazio nei media della zona. Qui la prima parte.
Cosa dice il diritto internazionale
La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che in base al diritto internazionale gli Stati sono tenuti ad “astenersi dall’instaurare con Israele trattative economiche o commerciali concernenti i Territori Palestinesi Occupati, o parti di essi, che potrebbero consolidare la sua illegale presenza nel territorio”, e devono “adottare misure per prevenire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscono al mantenimento della situazione illegale creata da Israele”. Nonostante questo il commercio (di armi e non solo) continua indisturbato.
Tra Faenza, Lugo e Russi, l’agritech dell’occupazione
Anche nei comuni della provincia ravennate c’è un florido substrato di piccole e medie aziende che fanno affari con Israele.
A Faenza, nella frazione di Granarolo, il 5 novembre 2024 l’azienda Tecnir S.r.l. che si occupa di progettazione e installazione di impianti di irrigazione, è stata acquistata da Netafim (100% delle quote). L’amministratore delegato è ora Stefano Ballerini, direttore generale di Netafim Italia. Netafim è stata fondata in Israele, ma posseduta all’80% dalla messicana Orbia Advance Corporation.
Resta tuttora leader mondiale nella tecnologia di irrigazione a goccia. “Netafim ha progettato la sua agrotecnologia di concerto con gli imperativi di espansione di Israele, ha permesso lo sfruttamento intensivo dell’acqua e della terra in Cisgiordania, impoverendo ulteriormente le risorse naturali palestinesi”, denuncia il rapporto ‘Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio’ di luglio 2025, della relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese. E ancora: “Nella Valle del Giordano, i sistemi di irrigazione Netafim hanno facilitato l’espansione delle colture israeliane, mentre i contadini palestinesi a cui è stata negata l’acqua e con il 93% di terra non irrigata, sono stati espulsi, incapaci di competere con la produzione israeliana. Netafim si propone come innovatore sostenibile, mentre perfeziona tecniche secolari di sfruttamento coloniale”.
L’azienda ha inoltre sviluppato la piattaforma intelligente di gestione dell’irrigazione NetBeat™ in collaborazione con mPrest Systems, una società controllata (40%) dalla Rafael Advanced Defense Systems, azienda militare statale strettamente coinvolta nel genocidio a Gaza. Secondo l’associazione investigativa Who profits, “la piattaforma digitale per l’irrigazione incorpora la tecnologia militare di mPrest, sviluppata originariamente proprio per l’Iron Dome della Rafael”.
Altra azienda specializzata in irrigazione, fortemente implicata con Israele è Gal Italia , di Lugo, il cui direttore generale è Shaul Whertman, imprenditore israeliano: si occupa di macchine agricole, sistemi di irrigazione e filtrazione e commercializza i prodotti delle aziende israeliane partner.
Tra i maggiori partner troviamo Amiad, fornitrice di sistemi di filtraggio agli impianti di desalinizzazione di Mekorot, l’azienda statale israeliana, che supporta l’insediamento dei coloni in Cisgiordania, e limita l’accesso all’acqua ai palestinesi.
Amiad è controllata da FIMI, fondo di investimento israeliano che ha azioni anche nelle industrie di carri armati come Ashot Ashkelon Industries. I sistemi di Amiad Water Systems Ltd vengono utilizzati anche nelle navi militari, come nelle portaerei della Marina degli Stati Uniti.
Altro partner di Galitalia è Galcon, presente con i suoi progetti anche nelle basi dell’esercito israeliano e che supporta il Keren Kayemet LeIsrael (KKL) organizzazione sionista fondata nel 1901, dedita allo sviluppo della terra d’Israele attraverso rimboschimenti e bonifiche, che ha contribuito all’espropriazione di terre arabe e all’espianto di ulivi nei decenni.
In provincia di Ravenna è poi praticamente onnipresente la multiutility Hera, che gestisce il settore di acqua e rifiuti dei comuni. Oltre ad avere tra i suoi investitori istituzionali i fondi di investimento Black Rock, Vanguard e Lazard Asset, citati dall’ONU come coinvolti a supportare il genocidio in Palestina, Hera collabora con la Watertech (azienda di Asti controllata al 100% dalla israeliana Arad Group) dalla quale ha acquistato i nuovi modelli di contatori d’acqua. Gli stessi contatori che Arad Group ha installato in molte colonie illegali, tra cui quella di Ma’on, a sud di Hebron, come dettagliatamente documentato anche da da Cosimo Pederzoli, attivista reggiano per i diritti umani, che ad ottobre 2025 si è recato sul posto.
foto di Cosimo Pederzoli
La Watertech di Arad, da anni presente alla fiera di Ecomondo a Rimini è puntualmente contestata dagli attivisti.
A Russi invece c’è Dmo Spa, rivenditore ufficiale di macchine agricole Doosan e dei mezzi cingolati Bobcat, utilizzati da Israele per smantellare i villaggi palestinesi in Cisgiordania e per attuare la campagna di demolizione degli edifici bombardati a Gaza, compreso il seppellimento dei corpi di persone palestinesi non identificate.
Sempre a Faenza, è ubicato il CNR-ISSMC (Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilitá per lo sviluppo dei Materiali Ceramici), impegnato in progetti di ricerca civili e militari: “lavoriamo e forniamo servizi qualificati per tutto il settore della difesa al fine di sviluppare continuamente prodotti e tecnologie che offrono vantaggi operativi ai nostri clienti (agenzie, governi, e varie forze militari in tutto il mondo)”si legge nel loro sito. Nel 2017 hanno collaborato con The Israel Ceramic and Silicate Institute (ICSI) di Haifa per un progetto (T-SC Transparent spinel ceramic) sui materiali ceramici trasparenti a fini militari, secondo l’Accordo di Progetto n. 2016/02 tra il Ministero della Difesa Italiano e il Ministero della Difesa dello Stato di Israele.
Nel dubbio, abbiamo fatto un accesso agli atti, per capire se questo progetto, che ha come cliente il Ministero della difesa israeliano, è stato rinnovato. Ad oggi, non ci è arrivata risposta.
I motori di Bucci e i robot di Fanuc
Bucci Composites, altra azienda faentina, fornitore di Leonardo, Ge Avio e Ge Aviation (sussidiaria della General Electrics) produce strutture e sistemi complessi per aerei, elicotteri, droni, sistemi spaziali. Come riportato dal suo sito, produce anche i motori GeT700 prodotti da General Electrics), montati su elicotteri militari come il Black Hawk e l’Apache. Elicotteri ampiamente utilizzati dall’esercito israeliano per bombardare Gaza e per ogni incursione militare sulla Palestina dagli anni ‘80. Elicotteri ancora usati visto che a maggio 2025 Elbit ha vinto un contratto con il Ministero della Difesa per rafforzare proprio Apache e Black Hawk, provvisti dei motori GET700.
Infine, il gruppo Bucci industries, (tramite l’azienda Giuliani) ha una solida partnership con il gigante giapponese Fanuc, leader nei robot industriali per l’automazione. Fanuc vende questi robot all’azienda israeliana Elbit per produrre i famigerati proiettili da 155 mm (i più usati dall’esercito israeliano). Per questo Fanuc è sotto boicottaggio internazionale dalla campagna BDS. I robot di Fanuc hanno un ruolo centrale non solo nella produzione di proiettili di artiglieria pesante dell’IDF, ma anche nel processo di produzione dell’F-35 e sono impiegati anche nella produzione missilistica di Raytheon in Arizona.
Aziende di cybersecurity
Ma le collaborazioni con Israele non si fermano qui, e si estendono anche alla cybersecurity e alla “space economy”.
La New Production Concept, controllata al 40% da Ecor, al 40% da Curti, al 20% da Nabore Benini, (presidente della NPC e vicepresidente di Curti), ha aperto a giugno 2024 una sede produttiva proprio a Faenza. NPC sta lavorando a progetti militari nel campo dei droni e delle antenne satellitari e fa parte del progetto ERIS (cittadella aerospazio di Forlì) con la capofila Thales Alenia. Non solo, nel maggio 2021 nell’ambito dell’accordo di collaborazione tra Italia e Israele, ha vinto insieme a Elbit Systems Ltd un finanziamento per un progetto segreto (HTCNS). Intanto a marzo 2023 NPC e la veneta Vector Robotics Srl hanno lanciato nel mercato un drone spia “per missioni di sorveglianza, controllo e intelligence”, chiamato “Guardian”. Nel 2024 si sono aggiudicati una fornitura dello stesso all’esercito italiano.
A Ravenna è inoltre attiva l’azienda di cybersecurity Itway che a gennaio 2024 ha stretto una partnership strategica con l’azienda israeliana Radiflow. Grazie a questa partnership Itway ha previsto nei successivi tre anni “ricavi addizionali per 5 milioni di euro in riferimento a svariati settori quali Manifatturiero, Chimica, Energia elettrica ed Energie Rinnovabili, Petrolio e Gas, Acqua/Acquedotti, Trasporti e Logistica”.
Ma chi è Radiflow? Azienda leader di tecnologie informatiche, fa parte del gruppo Rad, che a sua volta fornisce numerosi servizi alle forze armate israeliane, inclusi quelli relativi alla gestione dei checkpoint nei territori palestinesi occupati, e guida importanti progetti infrastrutturali per l’esercito israeliano. Il Ceo di Radilow, Ilan Barda, proviene dalla Information Security division delle Forze di difesa israeliane (Idf) mentre Yehonatan Kfir, manager di Radiflow, ha “servito” per dieci anni nell’Idf Intelligence Corp Elite R&D Unit e nella Unit 8200 (che si occupa di cyber guerra e spionaggio). Radiflow inoltre fa parte di un consorzio israeliano per garantire sicurezza alle infrastrutture critiche, la cui capofila è la holding militare-industriale Rafael Advanced Systems LTD.
Radiflow collabora strettamente anche con Fraunhofer Institute, l’ente tedesco che coordina il progetto europeo Undersec sulla cyber security portuale e sottomarina, progetto che si sperimenta e svolge anche nel porto di Ravenna. Nel 2020 Radiflow e il Fraunhofer Institute hanno avviato una ricerca congiunta sull’applicazione dell’intelligenza artificiale alla cybersicurezza industriale.
Finalmente potrà tornare alla sua famiglia ed a Torino. Lo aspettano i tanti che in questi giorni si sono mobilitati per chiederne la liberazione. Mohamed uomo di dialogo, che non ha mai smesso di battersi contro le ingiustizie. Ora aspettiamo gli esiti dei procedimenti in corso perchè possa davvero tornare ad essere uomo libero con il suo documento di soggiorno e senza minaccia di un rimpatrio che lo condurrebbe a morte certa. Ringraziamo gli avvocati e tutti coloro che in questi giorni non hanno mai smesso di urlare freeShain. Continuiamo a batterci per la chiusura dei cpr e contro le politiche di repressione e abuso contro chi lotta per libertà di movimento,verità e giustizia.
– CL 15dicembre 2025
Coordinamento nisseno per la Palestina, Catanesi solidali con il popolo palestinese, LasciateCIEntrare, CarovaneMigranti, MemMed
“Lullaby” è una canzone realizzata per raccogliere fondi a sostegno della Palestina: i proventi andranno infatti alla campagna @t4plive dell’organizzazione benefica inglese @chooselove. Sono 16 gli artisti che hanno partecipato alla realizzazione di questo pezzo: oltre a nomi di fama internazionale come Brian Eno, Peter Gabriel, Leigh-Anne e Neneh Cherry, ci sono anche artiste meno note e di origini palestinesi come Lana Lubany e Nai Barghouti.✌️
– https://www.youtube.com/watch?v=G957oaAZwhc&list=RDG957oaAZwhc&start_radio=1
– https://www.rivistastudio.com/brian-eno-canzone-di-natale-palestina/
Mohamed Shahin è uscito dal cpr di Caltanissetta!
Finalmente potrà tornare alla sua famiglia ed a Torino. Lo aspettano i tanti che in questi giorni si sono mobilitati per chiederne la liberazione. Mohamed uomo di dialogo, che non ha mai smesso di battersi contro le ingiustizie. Ora aspettiamo gli esiti dei procedimenti in corso perchè possa davvero tornare ad essere uomo libero con il suo documento di soggiorno e senza minaccia di un rimpatrio che lo condurrebbe a morte certa. Ringraziamo gli avvocati e tutti coloro che in questi giorni non hanno mai smesso di urlare freeShain. Continuiamo a batterci per la chiusura dei cpr e contro le politiche di repressione e abuso contro chi lotta per libertà di movimento,verità e giustizia.
– CL 15dicembre 2025
Coordinamento nisseno per la Palestina, Catanesi solidali con il popolo palestinese, LasciateCIEntrare, CarovaneMigranti, MemMed
“Lullaby” è una canzone realizzata per raccogliere fondi a sostegno della Palestina: i proventi andranno infatti alla campagna @t4plive dell’organizzazione benefica inglese @chooselove. Sono 16 gli artisti che hanno partecipato alla realizzazione di questo pezzo: oltre a nomi di fama internazionale come Brian Eno, Peter Gabriel, Leigh-Anne e Neneh Cherry, ci sono anche artiste meno note e di origini palestinesi come Lana Lubany e Nai Barghouti.✌️
– https://www.youtube.com/watch?v=G957oaAZwhc&list=RDG957oaAZwhc&start_radio=1
– https://www.rivistastudio.com/brian-eno-canzone-di-natale-palestina/