«Palestine 36»: la nostra storia non inizia con la Nakba

di Sarra Grira  e  Annemarie Jacir (*). In coda trovate il calendario delle proiezioni in Italia.

Annemarie Jacir torna con il suo nuovo film Palestine 36, dedicato a un episodio fondamentale della storia del suo Paese: la Grande Rivolta del 1936, che vide i palestinesi sollevarsi sia contro il mandato britannico sia contro il progetto coloniale sionista. Orient XXI ha incontrato la regista durante la sua visita a Parigi. Il film è di prossima uscita nelle sale italiane: in coda trovate.

Sarra Grira. — Prima di parlare del suo ultimo film: il 24 dicembre 2025 è scomparso l’attore e regista palestinese Mohammad Bakri. Lei aveva lavorato con lui in Wajib (Il dovere), nel 2017, e continua a lavorare con i suoi figli, in particolare con il primogenito Saleh.

Annemarie Jacir. — Che riposi in pace. Fin dai miei esordi come regista, ho lavorato con Saleh nel film Il sale di questo mare (1). Anche lui, a quel tempo, stava muovendo i primi passi come attore. Da quel momento abbiamo continuato a collaborare, e ancora oggi recita in Memoria di una rivolta (Palestine 36).
In Wajib era la prima volta che padre e figlio recitavano insieme. È stata un’esperienza magnifica e molto emozionante.
Ricordo quando chiamai Mohammad: il ruolo di Abu Shadi era molto lontano dalla sua personalità. Gli dissi: “Ho pensato a te per un ruolo, ma dobbiamo vederci, parlare del film, della sceneggiatura”. Lui mi rispose: “Aspettavo la tua chiamata da anni. Perché ci hai messo così tanto tempo?”.

Durante le riprese, Mohammad ha dato prova di una professionalità e di un’umiltà esemplari. Arrivava sempre con mezz’ora di anticipo, sia alle prove sia sul set. Beveva il suo caffè e aspettava pazientemente. Non si è mai comportato da divo, non ha mai avuto problemi di ego. Ha lavorato instancabilmente sul suo personaggio, ispirato al padre di mio marito Ossama Bawardi, che era anche il produttore del film.
Ha trascorso molto tempo con lui e con i suoi amici a Nazareth, immergendosi completamente nel ruolo e nel suo mondo. Aveva una curiosità quasi infantile: faceva molte domande, voleva capire tutto.
La scomparsa di Mohammad Bakri è una perdita enorme per il cinema palestinese.
Ha esercitato un’influenza considerevole sulla sua generazione, ma anche su quella successiva. Tutti sanno che aveva lavorato con gli israeliani prima di voltare pagina. Ha pagato il prezzo di questa decisione.

S.G. — Non siamo abituati a vedere film storici firmati da lei. Perché questa scelta con Palestine 36?

A. J. — Nel 2012 ho realizzato il film When I saw you (“Quando ti ho visto”), ambientato dopo la sconfitta del 1967. Ma questa volta volevo risalire ancora più indietro: non solo prima del 1967, ma addirittura prima del 1948.
La grande rivolta del 1936 è un momento cruciale della nostra storia e non capisco chi scelga di far iniziare la narrazione della resistenza palestinese con la Nakba. È impossibile comprendere ciò che è accaduto durante la Nakba senza capire cosa sia successo nel 1936. Quella fu la prima grande rivolta palestinese. Coinvolse tutta la Palestina e mobilitò l’intera popolazione. Certo, ci furono rivolte anche prima, contro gli Ottomani o gli Inglesi, ma non ebbero la stessa portata.
Naturalmente sappiamo cosa è venuto dopo e tutto ciò che abbiamo perso da allora.
Ma credo anche che dobbiamo celebrare questa storia e ciò che il nostro popolo ha saputo realizzare in quel periodo: la sua capacità di organizzarsi, di condurre il primo sciopero generale. Questo è un punto essenziale.
Ed è importante tornare su ciò che è accaduto allora per capire dove siamo oggi.
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S.G. — Può raccontarci le condizioni di produzione e di ripresa del film?

A. J. — La scrittura della sceneggiatura e la ricerca dei finanziamenti hanno richiesto otto anni. La preparazione delle riprese è durata un anno. Il progetto era molto ambizioso. Tutta la troupe tecnica era palestinese e viveva in Palestina. Volevamo girare in Palestina, vivere questa esperienza in piena libertà, nonostante l’occupazione.

Abbiamo trovato un villaggio vicino a Salfit (a nord di Ramallah), in parte distrutto. Abbiamo iniziato a ricostruire le case sul modello delle abitazioni degli anni Trenta. Abbiamo piantato tabacco e cotone, costruito una fucina. Il primo giorno di riprese era previsto per il 14 ottobre 2023. Ovviamente, dopo il 7 ottobre 2023, tutti i nostri sforzi sono stati vanificati. I blocchi dell’esercito ci hanno impedito di accedere al villaggio.
Gli spostamenti della troupe e degli attori erano diventati troppo complicati. Per esempio, Karim Anaya, che interpreta Youssef, vive a Qalqilya (a nord-ovest di Ramallah), mentre una parte delle riprese si svolgeva a Betlemme. E soprattutto, c’era – c’è ancora – un genocidio in corso. Come potevo pensare di girare un film mentre delle persone venivano massacrate?

Le riprese in Palestina si sono svolte alla fine di novembre 2024, con una troupe ridotta e, naturalmente, senza chiedere alcuna autorizzazione agli israeliani. Per esempio, la scena in cui il piccolo Karim attraversa la città vecchia di Gerusalemme è stata girata nei pressi della chiesa di Sant’Anna, che è ufficialmente territorio francese. Abbiamo quindi chiesto l’autorizzazione alle autorità francesi. A Jaffa, invece, abbiamo girato clandestinamente, come facciamo di solito negli altri nostri film.

Yafa Bakri nel ruolo di Rabab. Immagine tratta dal film Palestine 36 diretto da Annemarie Jacir.

S.G. — C’è stato un importante lavoro di ricerca e colorazione degli archivi che sono stati integrati nel film.

A. J. — L’uso di immagini d’archivio era essenziale per me. Prima di tutto, non disponiamo di archivi nostri. È stato il potere coloniale a filmarci e fotografarci prima di andarsene.
Gli inglesi hanno documentato tutto: la vita quotidiana, i posti di blocco, i crimini che hanno commesso, le case che hanno fatto saltare in aria… tutto. Questi archivi sono cruciali perché molti di quei luoghi oggi non esistono più.
Durante la Nakba, più di 500 villaggi sono stati distrutti. Le foto e i video degli anni Trenta ci permettono di vedere come e dove vivevano le persone allora. Guardandoli, continuavo a chiedermi: che fine hanno fatto tutte quelle persone? Cosa è accaduto loro durante la Nakba?

L’inserimento degli archivi nel film serviva anche a mostrare al pubblico il mondo in cui noi palestinesi vivevamo in quell’epoca. Per esempio, quando Youssef lascia il suo villaggio per andare a Gerusalemme, ci si domanda inevitabilmente com’era Gerusalemme allora. Abbiamo colorato gli archivi affinché il pubblico potesse percepire la vita: i vestiti, i dettagli, la presenza del quotidiano. Se fossero rimasti in bianco e nero, la storia sarebbe rimasta congelata nel passato. Io volevo invece che fosse ancorata al presente, che ci si potesse proiettare.

Gli archivi hanno avuto un ruolo decisivo anche nella preparazione del film. Tutti — io come regista, il produttore, la costumista — eravamo determinati a restare fedeli a ogni dettaglio di quell’epoca. Per esempio, nella scena in cui le donne manifestano davanti alla sede dell’Alto Commissariato britannico — cosa realmente accaduta — le attrici indossano esattamente gli stessi abiti delle manifestanti dell’epoca, grazie a una fotografia che ho trovato negli archivi. Abbiamo persino fatto arrivare dal Libano la macchina da scrivere utilizzata da Khouloud, perché volevamo assolutamente un modello autentico degli anni Trenta. Eravamo ossessionati dal minimo dettaglio.

Un gruppo di persone in abiti tradizionali, in un paesaggio rurale, con alcuni soldati.

Immagine tratta da Palestine 36, di Annemarie Jacir.

S.G. — Nel film, nonostante la presenza di attori famosi, avete scelto di non concentrarvi su un unico personaggio principale, ma di seguire diversi personaggi, una scelta che può sembrare rischiosa. Alcuni appartengono alla borghesia urbana — quelli che indossano il fez —, altri alla classe contadina rurale, quelli che portano la kefiah. Ma tutti sono, in un modo o nell’altro, legati al movimento di resistenza nazionale.

A. J. — Volevo che questo film fosse un’opera collettiva, proprio come lo è stata la rivolta, e che fosse costruito intorno a una moltitudine di personaggi.
Gli attori con cui ho lavorato hanno voluto partecipare all’avventura anche per ruoli minori o per una sola scena, in particolare attori famosi come Liam Cunningham. È stata una vera fortuna, perché è raro che accada. Tutti hanno voluto aiutarmi e incoraggiarmi a realizzare questo film. Per esempio, quando ho proposto il ruolo di Amir a Dhafer El Abidine, ha accettato immediatamente, senza nemmeno leggere la sceneggiatura.

Di solito, soprattutto nel cinema hollywoodiano, si segue un personaggio dall’inizio alla fine. Io invece volevo raccontare la storia da più prospettive, affinché la rivolta potesse essere compresa attraverso punti di vista diversi: quello di Khouloud (Yasmine Al Massri), la giornalista araba proveniente dalla borghesia, o quello del bambino Karim. Tutti, a modo loro, partecipano alla rivolta. Anche senza aver resistito direttamente.

La questione delle classi sociali è inoltre fondamentale. Gli anni Trenta sono un periodo di modernizzazione. Allora era possibile lasciare il proprio villaggio per la città, diventare qualcun altro, abbracciare un’altra vita, appartenere a un’altra classe sociale.
È il caso di Youssef, che alla fine capisce quanto questo sia impossibile. Anche Khaled (Saleh Bakri) lascia il suo villaggio per lavorare al porto di Jaffa, come molti uomini dell’epoca. Ma alla fine tutti si pongono la stessa domanda: vogliono difendere questa terra o no?
Ogni personaggio, a un certo punto, è costretto a prendere una decisione. Quando Abu Azmi evoca la resistenza armata, Khaled inizialmente risponde: “Non voglio combattere”. Ma nessuno lo desidera. Tuttavia, di fronte alla situazione che si impone, ognuno deve scegliere.

Immagine tratta da Palestine 36, di Annemarie Jacir.

S.G. — E tra questi personaggi, molti sono ispirati a persone realmente esistite.

A. J. — Sì. Khouloud, per esempio, è ispirata a diverse giornaliste arabe dell’epoca, in Palestina, Siria, Libano ed Egitto. Scrivevano sotto pseudonimi maschili per due ragioni: per essere prese sul serio e per evitare di essere identificate dalle autorità coloniali.
Per Amir, mi sono ispirata ai sindaci di Haifa e Tiberiade, che avevano fondato organizzazioni islamiche finanziate dall’Organizzazione sionista, come si vede nel film. Sono rimasta scioccata quando ho scoperto questo fatto storico. Non immaginavo che la strategia coloniale di dividere i palestinesi tra musulmani e cristiani risalisse già agli anni Trenta.

I quattro funzionari britannici del film sono personaggi storici reali.
Thomas Hopkins, segretario particolare dell’Alto Commissario britannico, era venuto a lavorare con le autorità mandatarie in Palestina, prima di lasciare tutto e diventare marxista.
Ho letto il suo diario personale e mi sono interessata molto a lui. Durante l’anteprima del film a Londra, due settimane fa, una signora anziana tra il pubblico ha alzato la mano e ha dichiarato di essere la nipote di Thomas. Le era piaciuto molto il film e mi ha detto: “Sono sicura che anche Thomas lo avrebbe adorato, perché amava la Palestina ed era diventato un attivista anticolonialista dopo la sua esperienza sul posto”. È stato un momento davvero emozionante.

Un gruppo di soldati trasporta un uomo su un'auto d'epoca in un paesaggio rurale.

Immagine tratta da Palestine 36, di Annemarie Jacir.

S.G. — Nel suo film si vede chiaramente la continuità coloniale: innanzitutto, le pratiche britanniche nelle Indie e in Irlanda, che le autorità mandatarie applicheranno in Palestina. Queste stesse pratiche saranno poi applicate dagli israeliani.

A. J. — È chiaro che sono stati i britannici a disegnare il blueprint (2) dell’occupazione israeliana: la tortura nelle prigioni che non lascia tracce, le punizioni collettive — ciò che i soldati britannici fanno nel film agli abitanti del villaggio è realmente accaduto nel 1938 —, l’uso di scudi umani, legando le persone alla parte anteriore delle auto, facendo saltare in aria case o autobus con persone all’interno…
Quando ho visto le foto degli archivi britannici che mostravano posti di blocco e perquisizioni, persone arrestate e fermate per strada, mi sono detta: è così che vivevano i miei nonni, che viveva mio padre, che vivo io stessa oggi in Palestina e che vive mia figlia. Da un secolo siamo trattati come criminali solo perché siamo vivi e camminiamo per strada.

S.G. — La grande rivolta del 1936 è scoppiata per due motivi: protestare contro la colonizzazione britannica e contro il ruolo svolto dalla Gran Bretagna nel movimento sionista e nella creazione di una patria ebraica in Palestina. Ma nel film non vediamo quasi mai i coloni, tutta l’attenzione è rivolta ai britannici. Perché questa scelta?

A. J. — È vero. Non ci sono personaggi ebrei nel film. Ma all’inizio si vedono i rifugiati ebrei provenienti dall’Europa, ed era importante per me ricordare che tutto questo è innanzitutto un crimine europeo: non siamo stati noi a espellere gli ebrei né a versare il loro sangue.
Tra l’inizio e la fine del film si vede chiaramente l’espansione del movimento sionista, gli attentati commessi dall’Irgun (3)…
Ma non c’era alcun legame tra i contadini palestinesi e i coloni ebrei. Ponendo l’accento sugli inglesi, volevo sottolineare il loro ruolo nella storia dell’occupazione sionista della Palestina. Nella scena dell’inaugurazione della stazione radio, l’Alto Commissario britannico afferma di voler “far convivere le due comunità”, cioè gli ebrei e gli arabi. Alla fine, sarà la Gran Bretagna a gettare le basi per la separazione totale. In entrambi i casi, l’intenzione del colonizzatore è controllare entrambe le popolazioni.

(*) Tratto da Orient XXI.

QUI IL CALENDARIO DELLE PROSSIME PROIEZIONI IN ITALIA.

Note:
(1) Alain Gresh, “Le Sel de la mer”, Les blogs du Diplo – Nouvelles d’Orient, 23 maggio 2008.
(2) La parola “Blueprint” indica, in architettura, una pianta tecnica di un edificio [Ndr].
(3) Ala militare del cosiddetto partito “revisionista” (destra sionista) fondato da Vladimir Jabotinsky. Chiamato anche Etzel (acronimo delle parole ebraiche “Organizzazione Armata Nazionale”

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