Pena di morte: un appelllo dal Texas e…

notizie dagli Usa e dall’Iran. Testi ripresi dal «Foglio di collegamento» del comitato Paul Rougeau

APPELLO IN FAVORE DI CHARLES RABY CONDANNATO A MORTE IN TEXAS

La nostra corrispondente Cinzia Wood – email: salviamouninnocente@libero.it – ci ha chiesto di pubblicare il suo seguente appello:

Charles Raby, arrestato nel 1992 e nel braccio della morte in Texas dal 1994, è stato condannato per l’omicidio della nonna di un suo amico, un crimine che non ha commesso. Raby ha rilasciato una falsa confessione per evitare che la sua fidanzata venisse incarcerata e suo figlio affidato ai servizi sociali, confessione poi ritrattata.

Durante il processo non è stato difeso adeguatamente e i risultati degli esami sotto le unghie della vittima sono stati definiti inconcludenti, testimonianza falsa dato che, in realtà, i test mostravano che il DNA trovato sotto le unghie della donna non apparteneva a Raby. Inoltre nessuna prova fisica lo colloca sulla scena del delitto.

I suoi attuali avvocati hanno lottato per fargli concedere un nuovo processo che, purtroppo, è stato negato. Per questo Charles ha bisogno di far conoscere il suo caso a quante più persone possibile, di poter dimostrare la sua innocenza, ottenere giustizia e salvarsi la vita.

Per conoscere la storia di Charles Raby visitate il sito: www.savecharlesdraby.com

ESECUZIONI E CONDANNE A MORTE NEGLI USA AI MINIMI STORICI NEL 2021#00b050;">

Negli Stati Uniti d’America il movimento abolizionista ha ottenuto notevoli risultati: il numero dei cittadini favorevoli alla pena capitale diminuisce, esecuzioni e condanne a morte diminuiscono, aumenta il numero degli stati abolizionisti.

Nel 1999, 279 persone furono condannate a morte negli Stati Uniti e 98 prigionieri furono “giustiziati”. Quell’anno vide il maggior numero di esecuzioni da quando la pena capitale era stata ripristinata nel 1976.

Le cose sono cambiate: nel 2021, le persone condannate a morte sono state 18 e i prigionieri giustiziati sono stati 11. Si è avuto il numero di esecuzioni più basso dal 1988.

E quando la Virginia ha messo fuori legge la pena capitale a marzo, dopo aver giustiziato più prigionieri di qualsiasi altro stato, si è avuta una maggioranza di 26 stati che hanno bandito la pena di morte o imposto una moratoria sul suo utilizzo.

I numeri indicano un continuo declino del desiderio dell’America di mettere a morte gli assassini.

Da un sondaggio Gallup risulta che il sostegno del pubblico alla pena di morte è al minimo. Mentre l’80% degli intervistati nel 1994 sosteneva la pena capitale, quest’anno solo il 54% si è dichiarato “favorevole alla pena di morte per una persona condannata per omicidio”.

C’è una tendenza nazionale consistente ad allontanarsi dalla pena di morte”, ha affermato Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center (DPIC). Dunham ha citato due fattori principali: “Vi è stato un cambiamento di paradigma sulla punizione in generale, un cambiamento sociale rispetto alla punizione eccessiva, e c’è stata una crescente consapevolezza dei difetti della pena di morte, in particolare”, che si tratti dell’errata condanna degli imputati, delle disparità razziali nel suo utilizzo o dell’alto costo del processo e degli appelli.

Da una ricerca del DPIC risulta che dal 1976, 186 prigionieri sono stati scagionati dopo essere stati condannati a morte. “Ora sappiamo che per ogni 8,3 esecuzioni c’è un esonero”, ha detto Dunham. “Questo è un tasso di fallimento spaventoso. Se si verificasse in qualsiasi altra politica pubblica, non sarebbe tollerato”.

Dunham ha aggiunto: “E’ indiscutibilmente vero che sono state giustiziate persone innocenti, e la loro innocenza non è mai stata scoperta”.

Il DPIC ha constatato che la pena di morte sta diventando geograficamente isolata, con solo 3 stati – Alabama, Oklahoma e Texas – che hanno la maggioranza sia delle condanne a morte che delle esecuzioni dal 1976.

Nel 2021, il Texas e il Governo federale, che hanno giustiziato 13 prigionieri durante gli ultimi 6 mesi dell’amministrazione Trump, hanno eseguito entrambi 3 condanne, mentre l’Oklahoma 2 e il Missouri, l’Alabama e il Mississippi una ciascuno. Non ci sono state esecuzioni a ovest del Texas per il settimo anno consecutivo.

Riferendosi alla Virginia, il primo stato del Sud ad abolire la pena di morte, e allo Utah, dove l’anno prossimo sarà preso in considerazione un disegno di legge bipartisan per l’abolizione, Dunham ha affermato che “uno dei grandi sviluppi in entrambi questi stati è che gli accusatori sostengono l’abolizione tanto quanto i familiari delle vittime di omicidio”. In Virginia, la figlia di un vicesceriffo ucciso ha detto che i membri della famiglia vengono nuovamente traumatizzati dal processo di appello e non trovano conforto quando ha luogo un’esecuzione, come è accaduto per l’assassino del caporale Eric Sutphin.

Stiamo vedendo sempre più familiari affermarlo”, ha detto Dunham, “e sempre più pubblici ministeri che ascoltano”.

Ci sono continue prove di disparità razziale nella pena capitale. Delle 18 persone condannate a morte quest’anno, 6 erano Nere e quattro Latino americane. Anche la razza della vittima è rilevante. Secondo il rapporto: 14 dei 18 casi riguardavano vittime Bianche e nessuna persona Bianca è stata condannata a morte per un omicidio che non avesse coinvolto almeno una vittima Bianca.

Dal 1976, il 55% dei giustiziati sono stati Bianchi, il 34 % Neri e l’8,4 % Ispanici, mentre il 75% delle vittime è stato di Bianchi, rispetto al 16% di Neri e al 7% di Ispanici.

Anche la menomazione intellettuale gioca il suo ruolo. Il DPIC ha rilevato che delle 11 persone giustiziate nel 2021, 10 avevano 1 o più disabilità significative, tra cui malattie mentali, lesioni cerebrali, disabilità intellettiva o traumi infantili cronici gravi.

Dunham ha sottolineato un’altra osservazione del DPIC: la metà delle persone nel braccio della morte in America sono state mandate dall’1,2% delle contee degli Stati Uniti.

Quello che ci dicono i numeri”, ha detto Dunham, “è che la percentuale di imposizione delle condanne a morte non ha niente a che fare con i tassi di omicidi né con la gravità degli omicidi che si verificano in un luogo. Ha a che fare con chi deve decidere se perseguire la pena di morte. Quindi uno dei maggiori contributori al calo in queste contee anomale e aggressive è la riforma dei Pubblici Ministeri”.

I Pubblici Ministeri di Filadelfia, Los Angeles e altre grandi giurisdizioni hanno dichiarato che non chiederanno più la pena capitale.

Quattro contee in Texas – Harris, Dallas, Tarrant e Bexar – e la contea di Oklahoma City in Oklahoma, hanno portato a termine il 20% di tutte le esecuzioni dal 1976. La contea di Oklahoma, dove si trova Oklahoma City, ha portato a termine 42 esecuzioni, più del doppio di quelle portate a termine in qualsiasi altra contea degli Stati Uniti.

Ciò ci dice che questi sono valori anomali”, ha osservato Dunham. “Ci dice anche quanto questi valori anomali distorcano il sistema”.

Il movimento per la giustizia sociale – in particolare dopo la morte di George Floyd (1) e mentre è cresciuta la consapevolezza dello squilibrio razziale nel sistema giudiziario – si è unito all’attenzione dei cittadini verso stati come la Carolina del Sud e l’Arizona che continuano a spingere per le sentenze capitali anche se i tribunali statali tendono a non infliggerle”, ha dichiarato Dunham.

Nella Carolina del Sud, i pubblici ministeri hanno cercato due volte di programmare le esecuzioni senza prima ottenere i farmaci letali e i pubblici ministeri in Arizona hanno cercato di accelerare il processo di appello per giustiziare i prigionieri prima che i farmaci scadessero. “È questo tipo di condotta estrema”, ha detto Dunham, “che sta avendo effetti a lungo termine sulla visione pubblica della pena di morte. Anche le persone che sostengono la pena di morte in astratto stanno perdendo fiducia nella possibilità di metterla in pratica correttamente.”

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  1. Ricordiamo che George Floyd, un afroamericano disarmato, arrestato e ammanettato, morì il 25 maggio del 2020 a Minneapolis mentre giaceva ansimante per mancanza di respiro con il collo bloccato a terra dal ginocchio di un poliziotto.

MESSO A MORTE IN IRAN L’OPPOSITORE HAIDAR GHORBANI

Si è parlato moltissimo nel mondo del caso dell’oppositore iraniano Haidar Ghorbani arrestato l’11 ottobre del 2016 e impiccato a Sanandaj nella provincia del Kurdistan il 19 dicembre scorso.

L’agenzia ufficiale iraniana IRNA il 19 dicembre ha diffuso a notizia che in quel giorno a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, è stato messo a morte il 48-enne Haidar Ghorbani colpevole di complicità nell’omicidio di 3 cittadini curdi e reo dell’appartenenza al Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDPI), un’organizzazione politica fuori legge.

Saleh Nikbakht, avvocato di Ghorbani, ha dichiarato al Kurdistan Human Rights Network (KHRN) che il suo cliente è stato impiccato alle 4:00’, ora locale, nella prigione centrale di Sanandaj. Ha aggiunto che i funzionari della prigione non hanno informato né lui né la sua famiglia prima dell’esecuzione. Un gruppo di civili si è riunito davanti alla casa di Ghorbani a Kamyaran per esprimere le proprie condoglianze.

L’avvocato di Ghorbani ha detto al KHRN: “Dopo molto tempo di silenzio, Heydar Ghorbani mi ha chiamato il giorno prima alle 19:53’ dalla prigione di Sanandaj. Sperava ancora che la sua condanna a morte sarebbe stata annullata e non sembrava avere la minima premonizione dell’esecuzione. La sentenza è stata eseguita segretamente senza informare né la sua famiglia, né me”.

Uno dei parenti di Ghorbani ha detto a Iran Human Rights: “Ci hanno detto di venire a visitare Heydar […]. Stavano mentendo e lo hanno giustiziato stamattina. Ci hanno portato a vedere una tomba che hanno detto essere di Heydar. Lo hanno seppellito loro stessi nel cimitero di Beheshte Mohammadi e non ci hanno dato il suo corpo”.

L’avvocato Nikbakht ha affermato che tre mesi fa aveva presentato alla Corte Suprema la richiesta di nuovo processo ai sensi dell’articolo 477 del codice di procedura penale iraniano. La Corte Suprema aveva chiesto in una lettera al Dipartimento di Giustizia della provincia del Kurdistan di riesaminare il caso, e di informare il tribunale e la famiglia di Ghorbani dell’esito. Nikbakht ha continuato: “La condanna a morte di Heydar Ghorbani è stata eseguita mentre non avevamo ancora ricevuto alcuna risposta dal Dipartimento di Giustizia della provincia del Kurdistan. Considerando i plateali errori del processo, nonché le petizioni di oltre mille civili a Kamyaran e di oltre 50 religiosi e imam sunniti alla Guida Suprema della Repubblica Islamica per revocare la condanna a morte di Heydar Ghorbani, speravamo che la Corte Suprema avrebbe ribaltato la sentenza”.

In una precedente intervista con il KHRN, Nikbakht aveva espresso preoccupazione per la possibile esecuzione del suo cliente.

Aveva detto: “La condizione per commettere il crimine di insurrezione armata è l’appartenenza a un gruppo armato e l’uso di armi contro la Repubblica islamica. Il mio cliente non ha mai confessato di aver posseduto o usato un’arma, e non ci sono prove che suggeriscano il contrario anche nelle circostanze difficili e dolorose che ha vissuto”.

Heydar Ghorbani era nato nel 1973 ed era originario del villaggio di Bezush presso la città di Kamyaran. L’11 ottobre 2016 fu arrestato, assieme al cognato Mahmoud Sadeghi, dalle forze di sicurezza mentre tornava a casa dal lavoro. Lo hanno interrogato e torturato per diversi mesi nel centro di detenzione del Ministero dell’Intelligence a Sanandaj al fine di ottenere le note “confessioni forzate”, che spesso vengono mandate in onda sui media nazionali, e altrettanto frequentemente costituiscono l’unica prova in processi carenti di prove concrete. Nel marzo 2018 il canale “Press TV” della televisione statale iraniana ha mandato in onda le confessioni di Ghorbani ottenute con la forza. Il 7 ottobre 2019, Ghorbani è stato condannato a 90 anni di carcere e 200 frustate. Nel febbraio 2020 la Prima Sezione della Corte rivoluzionaria islamica di Sanandaj ha condannato a morte Ghorbani con l’accusa di insurrezione armata per l’appartenenza al Partito Democratico del Kurdistan iraniano (KDPI)”. Il 5 agosto 2020, la 27° sezione della Corte Suprema ha confermato la sentenza e un mese dopo ha respinto l’appello per un nuovo processo.

LA PRESENTAZIONE E IL SOMMARIO DEL NUMERO 289 (dicembre 2021) DEL “FOGLIO DI COLLEGAMENTO” DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Questo numero, oltre che agli Stati Uniti – unico Paese del blocco occidentale nel quale persiste la piaga della pena di morte, ma nel quale la situazione continua migliorare – è dedicato all’Iran, in cui gli orrori della pena capitale permangono e tendono ad aumentare.

Ricordo che gli articoli comparsi nei numeri precedenti del Foglio di Collegamento, ai quali rimandano le note in calce ad alcuni articoli di questo numero, si trovano nel nostro sito www.comitatopaulrougeau.org

E ricordo anche la pagina Facebook Amici e sostenitori comitato Paul Rougeau contro la pena di morte: visitatela votando “Mi piace”. Nella pagina trovate articoli scritti da organizzazioni abolizioniste in tutto il mondo, nonché appelli che potete firmare e diffondere, condividendoli con i vostri amici e conoscenti.

Giuseppe Lodoli per il Comitato Paul Rougeau

 

SOMMARIO

Non si ferma la macchina della morte in Oklahoma

Liberato in Georgia 23 anni dopo l’ingiusta condanna per omicidio

In Mississippi dopo David Neal Cox anche Blayde Grayson chiede di essere giustiziato

Esecuzioni e condanne a morte negli USA ai minimi storici nel 2021

Appello in favore di Charles Raby condannato a morte in Texas

In Giappone impiccati tre uomini: si tratta delle prime esecuzioni dopo il 2019        

Messo a morte in Iran l’oppositore Haidar Ghorbani       

Nella giornata mondiale dei diritti umani condannato l’Iran   

Pena di morte nel mondo: le esecuzioni in un anno scese da 1.500 a 483   

26 dicembre 1862: 38 impiccati per ordine di Abramo Lincoln   

Quando visitiamo Gesù in prigione

Notiziario. Iran

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 dicembre 2021

 

Scriveteci all’indirizzo paulrougeau@tiscali.it per comunicarci il vostro parere su quanto scriviamo, per chiederci ulteriori informazioni riguardo ai temi trattati, per domandarci dell’andamento delle nostre campagne in corso, per esprimere il vostro accordo o il vostro disaccordo sulle posizioni che assumiamo.

AIUTIAMOCI A TROVARE NUOVI ADERENTI

È di vitale importanza per il Comitato potersi giovare dell’entusiasmo e delle risorse personali di nuovi aderenti. Pertanto facciamo affidamento sui nostri soci pregandoli di trovare altre persone sensibili alla problematica della pena di morte disposte ad iscriversi alla nostra associazione.

Cercate soci disposti anche soltanto a versare la quota sociale.

Cercate soci attivi. Chiunque può diventare un socio ATTIVO facente parte dello staff del Comitato Paul Rougeau.

Cercate volontari disposti ad andare a parlare nelle scuole dopo un periodo di formazione al seguito di soci già esperti.

Cercate amici con cui lavorare per il nostro sito Web, per le traduzioni. Occorre qualcuno che mandi avanti i libri in corso di pubblicazione, produca magliette e materiale promozionale, organizzi campagne e azioni urgenti, si occupi della gestione dei soci, della raccolta fondi ecc.

Se ogni socio riuscisse ad ottenere l’iscrizione di un’altra persona, l’efficacia della nostra azione aumenterebbe enormemente!

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Attenzione: L’edizione e-mail del Foglio di Collegamento è gratuita per tutti, soci e non soci, basta chiederla inviando un messaggio a: #00000a;">prougeau@tiscali.it

 

Giuseppe Lodoli
Ex insegnante di fisica (senza educazione). Presidente del Comitato Paul Rougeau per il sostegno dei condannati a morte degli Stati Uniti.
Lavora in una scuola di Italiano per stranieri di Sabaudia (LT) (piu' che altro come bidello).

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