Philip Dick, ESEGESI 9

«Stasi» di Giuliano Spagnul   

Scrive Lawrence Sutin nella biografia su Dick «Divine invasioni»: «dei suoi anni alle superiori è sopravvissuto un racconto di fantascienza (…) ‘Stability’1 (Stabilità). Tratteggia una distopia post-venticinquesimo secolo retta dal principio soffocante della ‘stabilizzazione’, che non permette cambiamenti politici o tecnologici. Analoghe distopie statiche sarebbero comparse in due suoi romanzi di fantascienza degli anni Cinquanta: “The World Jones Made”2 (E Jones creò il mondo) e “The Man Who Japed”3 (Redenzione immorale). Poi sembra che Dick abbandoni per sempre questo tipo di distopie troppo consuete e consumate nella SF tradizionale, ma in realtà della stasi e del suo necessario superamento sono intessute le trame di molti altri suoi romanzi. Il governo dello status quo viene rappresentato in modi più variegati e sofisticati ma l’idea di un sistema in equilibrio che non permette trasformazioni sostanziali è sempre presente. Cos’altro sono i due sistemi di spionaggio e controspionaggio che governano in modo perfettamente simmetrico il gelido mondo di Ubik? Ma quello che demarca una linea di confine tra i primissimi romanzi citati da Sutin e i via via più maturi che seguono possiamo cercare di capirlo proprio da alcune annotazioni che si trovano nell’Esegesi: «Che ci piaccia o no, il marchio di garanzia del reale è l’inflizione e dunque l’esperienza del dolore… fisico e mentale: poiché per far sì che si verifichi l’attività (il cambiamento) nell’organismo totale, la sua ‘respirazione’… dev’esserci un incessante (e intendo davvero incessante) smantellamento di ogni forma (o stasi) per far posto alla stasi successiva»(432). Cioè ne va proprio della realtà. Non è solo una questione di distopia, della dittatura di una utopia realizzata che si trasforma nel suo contrario, un potere che, per dirla con Foucault, si trasforma in dominio4. Per Dick, scrittore filosofo, il mondo necessita sì di raggiungere una stasi ma solo a patto che questa possa essere nuovamente distrutta per far posto a quella successiva. È la concezione di una stasi che contiene in sé l’idea di un conflitto permanente, un “disordine” che «è sempre sottostante – come una costante – non prima dell’ordine, ma ‘sotto’ di esso»(443) . Conflitto come unica possibilità per produrre il cambiamento, quel cambiamento che è costitutivo della vita, a cui noi, come singole parti, apparteniamo. La stasi allora non è assenza di tensioni ma al contrario ciò che le rende possibili.

Nota 1: «Stabilità», pubblicato in «Tutti i racconti» vol. 1, Fanucci

Nota 2: Ma qui la stabilità è vista come l’interdizione di qualunque dogmatismo tramite, paradossalmente, un dogmatico relativismo che si impone come legge dello Stato sopra ogni pretesa di verità assoluta.

Nota 3: Lawrence Sutin, «Divine invasioni», Fanucci 2001, p. 66

Nota 4: cioè da potere di relazione si trasforma in potere di costrizione.

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