Pinko Tomažič e i suoi compagni

di Claudia Cernigoi (*)

Pinko Tomažič

A Fontane Chiesa Vecchia, frazione di Villorba vicino a Treviso è stato inaugurato il 25 aprile 2014 il monumento dedicato alla memoria dei cinque patrioti sloveni Pinko Tomažič, Ivan Vadnal, Viktor Bobek, Simon Kos e Ivan Ivančič, condannati a morte per attività politica antifascista dal Tribunale speciale fascista e fucilati il 15 dicembre 1941 presso il poligono di tiro di Opicina.
Per motivi rimasti ignoti, le loro salme vennero segretamente trasportate nel vecchio cimitero di Fontane di Villorba, in località Chiesa Vecchia. Per molto tempo le famiglie non seppero dove fossero stati sepolti tuttavia, dopo molte ricerche, Gizela Ivančič, sorella di Ivan, riuscì a scoprire che le spoglie dei cinque si trovavano a Fontane, ma fu obbligata a mantenere il silenzio fino alla fine della guerra.
Solo dopo la Liberazione i familiari poterono quindi riportare i resti dei loro cari a Trieste, dove il 28 ottobre 1945 vennero celebrate esequie solenni in Piazza Unità d’Italia.

Nel 2010 Claudia Cernigoi ebbe l’onore di fare l’intervento commemorativo in lingua italiana per la celebrazione di Pinko Tomažič e dei suoi compagni. Lo riproponiamo, in occasione della ricorrenza dell’esumazione delle salme dei cinque patrioti italo-sloveni a Fontane di Villorba il 17 ottobre 2015.

Come prima cosa voglio ringraziare tutti coloro che sono intervenuti a questa commemorazione in ricordo di cinque martiri della libertà, di cinque persone che non
esitarono a sacrificare la propria vita in nome della lotta per un mondo migliore, cinque compagni che si chiamavano Pinko Tomažič, Ivan Vadnal, Simon Kos, Viktor Bobek e Ivan Ivančič.
Il modo migliore per iniziare questo ricordo sta, io credo, nelle parole scritte dallo stesso Pinko Tomažič il giorno prima di essere assassinato:

Ho 26 anni e amo la vita. ho goduto di essa ogni attimo, ogni più piccolo istante. amo l’umanità, amo i bambini, amo la natura, il nostro Carso, i nostri monti e il mare.
Ma proprio perché amo tutto ciò che mi circonda, offro senza alcun rimpianto la mia vita per il partito, per il futuro, per l’abolizione della servitù, per la cessazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, per la vittoria del comunismo. Dal punto di vista statistico la mia morte ha un valore irrilevante, perché in questo preciso istante, nel mondo, milioni di compagni e compagne, certo migliori e più degni di me, stanno anch’essi sacrificando la propria vita. Quando esaminerete il nostro operato, vi rileverete certo un gran numero di errori e difetti. ma nonostante ciò perdonate me e tutti coloro che oggi combattono l’imperialismo poiché la nostra lotta è dura e le nostre forze deboli”. 

Di fronte a queste parole che rappresentano un inno alla vita ed alla gioia di vivere sorge spontaneo il confronto con gli slogan e la simbologia di morte del fascismo: viva la muerte, gridavano i falangisti spagnoli; le camicie delle divise fasciste erano nere ed i simboli che i fascisti si portavano addosso rappresentavano teschi ed ossa.
Coloro che assassinarono Pinko Tomažič ed i suoi compagni, cioè coloro che si rifacevano alle idee fasciste di prevaricazione e di morte, non amavano né l’umanità né la natura, né i bambini, e difatti furono proprio le persone che avevano quelle idee che portarono morte e distruzione non solo in tutta Europa ma in tutto il mondo, furono le persone che avevano quelle idee che non risparmiarono neppure i bambini nei rastrellamenti e nelle rappresaglie e poi nei campi di sterminio.
Probabilmente chi lottò per il comunismo e per la libertà, come i partigiani negli anni della resistenza, commise degli errori, ebbe dei difetti, come scrisse lo stesso Pinko: ma gli ideali di partenza erano quelli giusti, erano ideali di amore e non di morte, ideali di giustizia e non di prevaricazione, e per questo ricordiamo anche cosa scrisse Italo Calvino in proposito:

dietro il milite delle brigate nere più onesto, più in buona fede, più idealista, c’erano i rastrellamenti le operazioni di sterminio le camere di tortura le deportazioni l’olocausto mentre dietro il partigiano più ladro, più spietato c’era la lotta per una società più pacifica più democratica e ragionevolmente più giusta”

Per questo non ci possono essere, io credo, esitazioni, di fronte alla parte da cui stare. Chi ama la vita, la natura, i bambini, non può che identificarsi nelle idee che furono di Pinko Tomažič e battersi contro coloro che invece si identificano nelle idee di morte del fascismo.
Chiudo con i versi del poeta e cantautore uruguayo Daniel Viglietti:

ascoltatemi, voglio cantare per coloro che sono caduti.
non dico i nomi e neppure da dove venivano
dico solo: compagni!
e canto per coloro che sono vivi
e lottano contro il nemico”

Oggi il ricordo più degno che possiamo offrire ai compagni assassinati, A Pinko Tomažič, Ivan Vadnal, Simon Kos, Viktor Bobek e Ivan Ivančič, come a tutti i martiri dell’antifascismo e della Resistenza, sta nell’impedire, noi compagni che siamo vivi, che si ricrei la situazione politica che portò al potere il fascismo con le conseguenze che sappiamo; sta nel lottare per un mondo diverso, dove, come scriveva Bertolt Brecht, l’uomo un aiuto sia all’uomo.
Gloria ai caduti. Slava padlim.
Ora e sempre Resistenza!

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/tomazic.htm

(*) ripreso da resistenzatradita.eu che si presenta così;

Perchè questo blog?

Giuro di lottare con con fedeltà ed onore, sino all’estremo sacrificio, per la liberazione del mio paese; di non deporre l’arma che mi è stata affidata prima di avere spazzato via dal suolo della patria l’ultimo usurpatore tedesco e l’ultimo traditore fascista; di lavorare con tutte le mie forze, a vittoria ottenuta, per la ricostruzione del paese e per fare del mio popolo un popolo felice e rispettato nella comunità del Popoli Liberi. Lo giuro nel nome d’Italia, sulla memoria dei nostri Martiri”.

Questo era il giuramento della Garemi. Per aver rispettato questo giuramento tanti partigiani garibaldini nel dopoguerra sono stati imprigionati ed hanno dovuto scontare condanne impartite dagli stessi giudici che facevano il loro mestiere sotto il fascismo e che hanno continuato il loro mestiere dopo il 1945. Nella sola provincia di Modena “i dati che vanno dal 1948 al 1956 ci parlano di centinaia e centinaia di processati. Parlo di dati complessivi, quindi, voglio dire, ci sono dentro sia i reati dei fascisti che i reati imputati ai partigiani. Allora, quello che si evince da quei dati è semplicemente impressionante, e cioè che circa il 9% degli imputati (cioè la parte rappresentata dai partigiani) si prese il 90% degli anni di galera affibbiati complessivamente. Più esattamente, i circa settemila processati furono condannati a complessivi 2400 anni di carcere. Ebbene, fra tutte quelle 7000 persone i 654 partigiani se ne sono presi oltre 2100, di anni, li hanno presi tutti loro. Non solo, di quei 2100 anni, 164 furono di carcere preventivo, quindi possiamo dire persecutorio. Infatti credo che l’unico termine adatto a indicare quello stato di cose sia persecuzione. (Massimo Recchioni “Il Tenente Alvaro, la volante rossa”)

Questo blog è dedicato a tutti i partigiani perseguitati negli anni successivi alla Liberazione e cercherà di proporre documenti, articoli e testimonianze su quel particolare periodo storico che tanto ha segnato la vita democratica nel nostro paese. Un periodo dimenticato anche da chi doveva e deve per statuto difendere la memoria di tante persone che hanno cercato di far nascere un’Italia diversa, che hanno dato i loro anni migliori per un’idea di libertà, di pace e di giustizia sociale.

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

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