Quando a Hollywood copiano l’Italia

Una “pillola” sul film «Terrore nello spazio» di Mario Bava
di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

«Il primo film che feci come assistente di mio padre fu “Terrore nello spazio”, al teatro 5 di Cinecittà. Vuoto, c’era solo la gamba di un’astronave, sei rocce, un po’ di sabbia e tanti sassi che papà faceva cadere davanti alla macchina da presa. Il principio che ho ereditato da lui è che il trucco più è semplice e più va bene»: così Lamberto Bava a proposito di suo padre Mario in una intervista rilasciata per la Rai.
Per quanto possa sembrare incredibile a molti, vista la povertà dei mezzi e l’artigianalità dei film nostrani, anche la possente industria cinematografica statunitense copiò molte idee italiane. Non ultimo il regista sceneggiatore Quentin Tarantino, il quale afferma molto candidamente che «i grandi artisti non citano, rubano«» non andando molto lontano dalla verità, visto quanto dello spaghetti western, dell’horror viscerale e del poliziottesco all’italiana ha egregiamente saccheggiato con spavalderia e divertimento.
«Terrore dello spazio» di Mario Bava, apprezzatissimo da Tarantino per il suo genio “gore”, è un esempio di buon cinema, una perfetta e ben dosata unione tra fantascienza e horror, che non passò inosservato al regista Ridley Scott, il quale, come affermò molti anni dopo in più di un’intervista, s’ispirò lì per il suo celebre «Alien».
Due parole sul film di Bava. Sul misterioso pianeta Aura atterrano le astronavi Argos e Galliot, in un’atmosfera colma di gas, nebbie e molte rocce. La Galliot risulta dispersa e il capitano Mark ordina di andare alla sua ricerca. Quando vengono scoperti i resti dell’astronave sembra, esaminando i corpi, che tutti si siano dilaniati a vicenda con inaudita violenza.
I morti vengono seppelliti ma eccoli resuscitare da dentro i sacchi per assaltare l’altro equipaggio. In realtà i morti sono ormai involucri ospiti per terribili creature aliene che intendono lasciare il pianeta Aura.
La furia autodistruttiva colpisce tutto l’equipaggio del capitano Mark, il quale però riesce, in modo rocambolesco, ad allontanarsi dal pianeta infestato. Senonché, in prossimità della Terra, anche Mark scopre, insieme ai pochi superstiti, di essere infestato dagli alieni.
Oltre a mettere in luce il talento orrorifico di Mario Bava, «Terrore nello spazio» costituisce la prova di come si possa creare un film disponendo letteralmente di due soldi. Con una scenografia al minimo e con effetti “poveri” (qualche roccia di cartapesta e vari fumogeni sono bastati per evocare la claustrofobica atmosfera di un mondo alieno, mentre l’abbigliamento degli astronauti è risolto con semplici tute da sub adattate) Bava riesce a creare una crescente tensione narrativa grazie a un sapiente uso della cinepresa: fuori campo, dettagli rivelatori, accorta utilizzazione delle luci. La sceneggiatura quasi perfetta – scritta dallo stesso Bava, da Alberto Bevilacqua. Callisto Cosulich, Louis M. Heyward, Antonio Roman e Rafael J. Salvia – è tratta da «Una notte di 21 ore» (del 1960), un racconto del bravo Renato Pestriniero.
«Costretto a lavorare con un budget ridotto, Mario Bava sfrutta con intelligenza i risvolti orrorifici del soggetto per trasmettere visivamente il senso del mistero e della minaccia. Con pochi trucchi artigianali il regista crea un mondo silenzioso, soffuso di ombre e di nebbie avvolgenti, pronto ad esplodere ad un bagliore improvviso o ad un grido di terrore […] Caso più unico che raro per la fantascienza all’italiana, su “Terrore nello spazio” è stato scritto molto e in termini elogiativi, spesso con l’occhio rivolto al posteriore “Alien” che ne riprende, con tutta evidenza, alcune situazioni chiave e l’opprimente atmosfera» scrivono Lattanzi e De Angelis sul sito «Fantafilm».
Come si è detto, Ridley Scott s’ispirò a questa pellicola: in entrambi i film vi sono astronavi che atterrano in un pianeta sconosciuto (una in «Alien», due in quello di Bava) per via di un misterioso segnale alieno. In entrambi i film vi è una specie aliena parassita che ha bisogno dei corpi di altri esseri viventi per sopravvivere; vi è il ritrovamento di un’astronave aliena in rovina con gli scheletri giganteschi della specie che la pilotava; c’è un ultimo confronto, dopo l’apparente salvataggio, fra la specie aliena e l’ultimo sopravvissuto con l’unica differenza che in «Alien» la creatura viene catapultata nello spazio mentre nel film di Bava – che fu riedito riedito nel 1979 con il furbesco titolo «Alien è terrore nello spazio» – vi è un finale decisamente più tetro.

Bibliografia minima
Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo, Michele Tetro, «Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero, (1902-1967)», Gremese Editore, 2003: in particolare alle pagine 124-125, 147, 160.

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