Quasi Natale e la bottega regala un doppio Angelo

Artisti, mascherine, Covid e l’aria che uccide

68esima puntata dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì della bottega

Artisti a perdere?

Il 9 dicembre ho ascoltato per un po’ la riunione on line di artisti-lavoratori dello spettacolo uniti in un coordinamento della Campania (ma credo facciano parte di un coordinamento nazionale decentrato) ma c’era almeno uno, che conosco direttamente, che è pugliese. La prima cosa che ho saputo è che stanno preparando una manifestazione di protesta per il 22 dicembre. Uno di loro ha parlato anche di “sciopero” anche se subito dopo ha osservato “già non lavoriamo che senso ha fare uno sciopero?”. Un controsenso, una cosa simbolica. Un altro ha parlato del reddito di cittadinanza e del reddito di continuità. Un altro ancora ha citato, fortunatamente, gli “esclusi” da tutti i coordinamenti ufficiali e cioè gli artisti di strada “randagi”, per distinguerli da quelli del coordinamento che sono “fiscalizzati”, con tutto il corollario di effetti collaterali che ciò comporta. Volevo intervenire ma la riunione era già quasi finita e poi avrei dovuto iscrivermi e non so usare Zoom (di questo analfabetismo telematico un po’ ne vado fiero). Se dovessi raccontare qualcosa, la prima è che da marzo a oggi ho dovuto scrivere (libro, monologo teatrale e canzoni) e questo mi ha in un certo senso oberato di lavoro. Attenzione: ho scritto, cantato e raccontato in forma teatrale soprattutto perché spinto e ispirato dall’orrore e dallo stupore che da marzo si è amplificato e potenziato. Questo “orrore” (la realtà!) è la materia prima, per me in quanto artista, che mi dà la spinta ad andare avanti. Ovvio che vi siano traumi da elaborare. Mia madre è morta a marzo per il Covid.

Come scrive Goffredo Fofi: «Il compito dell’artista è sempre stato, ed è oggi più che mai, quello di sapere guardare oltre, quello di scavare per capire e di capire per reagire» (sul quotidiano «Avvenire» del 23 novembre 2018).

Conosco artisti – Biagio Accardi, Calogero Incandela, Davide Di Rosolini, Luca Privitera (ha fatto una serie di interviste intitolate Dialoghi resistenti, con altri artisti, si trovano on line) – che vivono di quello che producono e quando non ce la fanno si reinventano. Non mi risulta che chiedano finanziamenti statali, sarebbe interessante fare un’indagine approfondita. Nel 2014 avevamo pubblicato un libro breve dal titolo Poveri poeti e pazzi (Autoproduzioni Malanotte) “allegato” a Senza codice a barre, un piccolo festival che avevo organizzato con Ivan Catalano a Torino. Sarebbe interessante aggiornare e ampliare dopo sei anni quelle esperienze. C’erano anche Davide Vietto e Skulla, due cantautori di Torino. Vietto ha scritto una canzone dal titolo Sanremo 2012 che consiglio di ascoltare mentre Di Rosolini ha scritto Il segreto del successo: due canzoni ciniche e sarcastiche, che rivendicano il rifiuto di un certo tipo di successo facile che oltretutto arricchisce solo pochi grossi produttori, SIAE, EMPALS ecc. E su questi ultimi aspetti c’è il contributo di Antonio Carletti nel libro Poveri poeti e pazzi (posso mandare il pdf a chi volesse leggerlo).

Quello che mi premeva dire è che “mi fa strano” e mi intristisce sentire parlare artisti in uno schermo, ognuno da casa sua, abdicando totalmente alla possibilità e alla scelta di scendere per strada (per fare arte). Certo, se siamo lontani può servire ma credo ci sia già qui un arretramento deprivante: io personalmente preferisco uscire di casa per trovare spazi pubblici e privati dove esprimere un vissuto, anche un breve spettacolo (ormai sempre più clandestino). Però credo sia il dovere di un artista “scendere in piazza” non tanto per protestare ma per fare il suo lavoro. Io non ho mai smesso di fare monologhi teatrali e concerti: all’aperto da luglio a settembre (tante date mi sono saltate ovviamente) in spazi autogestiti, minimali che ci hanno garantito dignità, sostegno e convivialità diretta. Parliamo di 15 persone come pubblico, che era il numero al quale mi ero abituato e “allenato” negli ultimi anni. E chi conosce i fondali della realtà sa bene che è già un miracolo non spararsi in testa se vuoi fare arte di strada, la più antica e diretta che c’è. Fortunatamente a Perugia c’è ancora un po’ di presenza di musicisti di strada non troppo vessati o perseguitati da vigili e guardie varie. Purtroppo l’orrore è nel fondo, e cioè nell’assenza di ascolto, di disponibilità a fermarsi e fare un piccolo gesto di sostegno. Però devo dire che da marzo in poi – purtroppo e fortunatamente – chi viveva di arte immediata, diffusa, all’aperto, o comunque autogestita (con altri artisti, da un po’ di anni, organizziamo festival in case, masserie, luoghi all’aperto o al chiuso: da Marsiglia a Torino a San Feliciano sul Trasimeno, Pietraperzia ecc) si è ritrovato, per certi versi, un tesoro di convivialità. Intendendo con questa parola un circuito in cui è garantito scambio, sostegno, valorizzazione degli artisti. Ed è questo l’aspetto più importante: l’autonomia reale da qualsiasi istituzione e da qualsiasi “aiuto”. Ovvio che “diffuso” vuol dire un’attività di creatività continuativa che viene dal vuoto di potere altrui nella propria sopravvivenza, contenuto, elaborazione ecc. Per essere chiari: questo comporta anche una “guerra” quotidiana, come diceva Bobo Rondelli in una intervista di qualche anno fa: «Non immaginavo di poter vivere per decenni senza sapere quanto avrei guadagnato il mese successivo, e senza sapere con quali risorse e impegni artistici vivrò l’anno successivo, però questa incertezza dà anche sapore alla vita».

Chiaro che non si tratta di abbandonarsi all’incertezza. Conosco persone – e mi ci metto anch’io – che non stanno ferme un attimo, sia manualmente che come elaborazione creativa della realtà, per farne racconto. Mi sento dentro questo modello. Non è inutile aggiungere il dettaglio che tutta questa filiera è quasi sempre a carico. Credo non ci sia niente di strano in tutto ciò, perché i cantastorie che vedevamo nelle piazze cinquant’anni fa (io non li ho mai visti in realtà) facevano proprio questo. Come i teatri popolari e gli artisti di strada “eliminati” dalla strada con due o tre “tecniche”: la criminalizzazione della vita e dell’arte “randagia” e l’istituzionalizzazione dei fondi statali per gli artisti. Uno per tutti l’ETI, ente teatrale italiano, che già negli anni ’60 dava contributi a chi aveva fatto un certo numero di date in certi teatri. Un controsenso che però è il principio della SIAE: dare a chi è già “pompato” e riconosciuto e non ha bisogno. L’ETI poi – come denunciava Roberto De Simone, il grande teatrante napoletano, in un’intervista sul Venerdì di Repubblica – è diventato un organo per finanziare gente che fino agli anni ’70, quando non c’erano i fondi pubblici, diceva che fare l’artista non conveniva perché non ci si campava ma poi arrivata la mammella dell’ETI hanno trovato i canali per accaparrarsi i finanziamenti e hanno cominciato a “darsi” all’arte. De Simone dice cose più “specifiche e delicate” sull’orientamento politico di questi “artisti a convenienza” a esempio che gestiscono teatri e si scambiano favori tra regione e regione. Secondo me su questa scia purtroppo molti artisti si sono incanalati e adesso si ritrovano a parlare di reddito di emergenza e di aiuti che spettano agli artisti ecc.

Significativa l’intervista ad Alessio Boni (attore piuttosto affermato) sul Corriere della sera di fine novembre in cui propone un registro di attori e attrici che devono avere i requisiti, fra l’altro aver frequentato un corso di teatro o di cinema statale. Lo stesso Boni ammette che è difficile oggi anche per chi è affermato avere una pensione perché i soldi che i lavoratori dello spettacolo versano all’EMPALS – per via di criteri assurdi di assegnazione e cumulo crediti per la pensione – gonfiano solo le casse dell’EMPALS. Se questo avviene per chi è affermato figuriamoci per gli altri. In quell’articolo spiccano le foto di Pierfrancesco Favino e di Monica Guerritore, iscritti al registro degli attori e delle attrici. Ora sono due le cose: o la crisi ha davvero riportato alla “base” anche personaggi affermati (non credo che Favino e Guerritore hanno bisogno di soldi come tanti sconosciuti e non riconosciuti da EMPALS e simili) oppure stiamo andando sempre più a fondo nel nascondimento delle questioni cruciali e sostanziali. L’aspetto più inquietante è questo: chi vive di quello che produce ha trovato da reinventarsi nell’ultimo anno di “emergenza” ma continua a non essere riconosciuto né considerato, forse per quel discorso che Umberto Galimberti fa sull’epoca della tecnica e del pensiero calcolante (*) in cui la bellezza e l’arte se non entrano nel mercato e nel gioco del mercato – quindi nella possibilità di essere controllati – vengono considerati «attività amatoriali, luoghi di depressione, espressione di sè». Potrebbe anche esserci una lettura al contrario, sempre più evidente in questi ultimi mesi: chi rimane fuori dal “gioco” si salva mentre il luogo di depressione (non fossaltro per la burocratizzazione del mestiere di artista) e l’attività fine a se stessa rischia di diventare quella di tanti lavoratori dello spettacolo che hanno perso di vista la “strada maestra”. O no?

(*) cfr «» Il pizzettaro, Eraclito e il pensiero calcolante

Mascherina anche se passeggi da solo ma non per Covid

«Lo smog di Londra ha ucciso la piccola Ella, mai una sentenza così» (su la Repubblica del 17 dicembre). Quella che stiamo vivendo è una dissociazione tragica – e comica? – a oltranza. Ci penso mentre leggo nel libro Il racconto dell’uomo di Arnold Toynbee, pubblicato nel 1976: oi facciamo parte della “biosfera” e se la biosfera viene compromessa ne va della nostra sopravvivenza, come specie. Mi viene da ridere…. dalla disperazione: perché più di quarant’anni fa si sapeva già e si diceva, e oggi siamo ancora qui, “primitivi a scannarci per la modernità” (da Canzone per Turi). Dovremmo usare le mascherine da almeno dieci anni non per il virus ma per l’aria avvelenata. E dovremmo metterla sempre, anche se da soli per strada, perché i veleni nell’aria ci sono ogni giorno senza che possiamo dire “stammi lontano un metro”. Epperò siamo dissociati e come «pazzi chini di scantu», come canto in E levati a mascherina.

La ragazzina (di 9 anni) è morta nel 2013 a Londra ma solo oggi è stato “dimostrato” in un tribunale – per la prima volta nella storia – che è morta per l’inquinamento, Ebbene è uno dei 40mila decessi prematuri che ogni anno si registrano in Inghilterra per polveri sottili; in Italia sono almeno 20 mila in più, in Europa circa 400 mila! Ma noi siamo dissociati! Ultimamente ho saputo che anche i freni delle ruote delle automobili con l’attrito sviluppano sostanze metalliche nocive ai nostri polmoni, peggio di quelli dei tubi di scappamento! Viene da “ridere” perché la mascherina andrebbe usata per questi motivi reali e tremendi. Mia madre non era giovanissima ma dato che non fumava è probabile che la fibrosi polmonare l’abbia presa a causa dell’aria che respiriamo, avendo vissuto 15 anni a Milano.

Siamo dissociati a oltranza, a diversi livelli. Vedo consigli istituzionali (in manifesti, farmacie e negozi) che a volte non annoverano fra i comportamenti precauzionali le mascherine. Andrebbe capovolto il ragionamento: mettiamocela anche quando siamo soli, in strade deserte, ma … a causa dell’aria avvelenata. Così la mascherina diventa una sorta di paraocchi mentale, psicologico, politico. Ma noi possiamo benissimo farla diventare un’arma e uno strumento per indicare la luna!

PS – Esistono buone pratiche per abbassare l’inquinamento. Una è viaggiare sui mezzi pubblici. C’è chi lo fa gratis con diversi motivi, frequenze e sensibilità. Una volta un ragazzo disse all’autore – un certo Angelo Maddalena, lo conoscete? – del libro Amico treno non ti pago (Eris edizioni): «non pagando un mezzo pubblico, per imporre un utilizzo e un accesso socialmente dignitoso, ognuno di noi fa un beneficio ambientale perché solo così, abbassando o riducendo al massimo il prezzo dei biglietti dei treni e degli autobus, ci possiamo salvare». Lo sanno anche i sindaci di Milano e di Torino che qualche anno fa per far abbassare sotto la soglia limite il pm10, per alcune settimane diedero possibilità di viaggiare gratis sugli autobus urbani. Poi tutto tornò come prima. Più che dissociati … masochisti!

QUESTO APPUNTAMENTO

Mi piace il torrente – di idee, contraddizioni, pensieri, persone, incontri di viaggio, dubbi, autopromozioni, storie, provocazioni – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena. Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” per aprire la settimana bottegarda. Siccome una congiura famiglia-anagrafe-fato gli ha imposto il nome di Angelo mi piace pensare che in qualche modo possa fare l’angelo custode della nuova (laica) settimana. Perciò ci rivediamo qui – scsp: salvo catastrofi sempre possibili – fra 168 ore circa che poi sarebbero 7 giorni. [db]

 

La Bottega del Barbieri

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