Racconti in (fanta)esposizione

Introduzione di LUCA ORTINO a «Continuum Hopper» (*) ovvero «Quattordici racconti fantastici sull’arte, principalmente pittura e scultura».

Racconti in esposizione

Sciogli le trecce ai cavalli canta l’autoradio sull’autostrada mentre ci rechiamo da una parte all’altra di Firenze per compiere la nostra quotidianità; basta un attimo e il programma musicale è cambiato, il rapporto con la musica che ci ha ispirati nella redazione delle Variazioni Gernsback è continuo, variegato e si interseca anche con la letteratura, tutto semplice, tutto istintuale, siamo italiani e cantiamo pure in bagno la mattina quando ci si rade… Ma il nostro rapporto con l’arte visiva? Ogni volta che guardiamo, appena alzati, il nostro viso allo specchio intravediamo nelle ombre rossastre e verdi, eh sì, semplice gioco dei complementari per i più distratti fra noi, la stessa forza e potenza di un autoritratto di Van Gogh? Nell’angoscia delle nostre occhiaie prelavorative le impressioni suscitate da El Greco nelle sue mistiche rappresentazioni? Forse no; allora il nostro rapporto con la più classica delle arti si limita solo all’accorrere a ogni esposizione interessante lungo lo stivale allorché propagandata dai mass media o da qualche critico onnipresente in video? Non sapremmo dare una risposta univoca; noi allora ci possiamo limitare a evidenziare che anche l’arte visiva, seppur solo descritta o evocata nel nostro medium letterario preferito, spesso rompe la tela che la contiene, spezza il mastio della fisicità materica nel caso che essa erompa da una scultorea e plastica rappresentazione, e si sposa perfettamente al flusso di pensiero che si stende su carta, ne esalta le risonanze immaginative, crea una corrispondenza visiva alla parola potenziandola e perfezionandola.

Siamo riusciti in questo intento, raccogliendo le opere presenti in questa raccolta? Noi siamo perfettamente convinti sia così e la voglia della letteratura fantascientifica di sposarsi alla visualità artistica è dichiarata, l’entusiasmo degli scrittori coinvolti nel progetto evidente, e l’ammirazione per tale matrimonio ci spinge a cercare accanto a noi del riso da gettare sulla feconda creatura che origina da questa tanto desiderata unione.

D’altronde la fantascienza classica vede varie volte di buon occhio questo incontro, capita per Clifford Simak nel bellissimo Grotto of the Dancing Deer e in quel caso l’arte figurativa torna alle sue origini rupestri in buie caverne giustificando il percorso successivo attraverso alcune migliaia di anni, così anche per il suo Spaceman’s Van Gogh.

L’ippogrifo e il cavalletto di Theodore Sturgeon unisce l’arte di un pittore che non sa più trovare ispirazione alla materia letteraria dell’Ariosto; sempre Sturgeon e il suo bonsai in Scultura Lenta.

Isaac Asimov nel suo Occhi non soltanto per vedere mette in scena una competizione artistica basata sulla creazione di forme tramite la manipolazione dell’energia, in questo caso solo il ritorno alla ristrutturazione della materia (scultura) porterà nell’animo dei due protagonisti la vera essenza dell’arte, il sentimento e l’emozione che al suo zenit renderà necessaria la distruzione dell’opera stessa.

O ancora i Giardini della Delizia di Ian Watson che vedono una ambientazione aliena che sembra scaturire direttamente dalle tele di Hieronymus Bosch.

In Jack Vance invece il rapporto con la pittura è addirittura insito nella sua stessa formula narrativa, nella sua capacità evocativa: dalle sue pagine sgorgano mondi e civiltà dai mille colori, simili a folli tele screziate di colori dagli abbinamenti psichedelici.

Nel senso opposto vari sono gli artisti a essere stati attratti dalla letteratura fantastica avendone prefigurato visualizzazioni anticipatorie quali quelle tipiche di certo futurismo, più nelle industrie/città future progettate dal Sant’Elia che nelle estremizzazioni dinamico-motorie di Boccioni e Balla, così pure nelle sofferte introiezioni geometriche di certo Escher, o nella inquietudine metafisica che permea in modo classicamente deviato le opere di De Chirico, Savinio o Dalí sfociando in un universo distorto e fantastico o restando più levigate in Hopper e Magritte, opere non per questo meno produttrici di inquietudine esistenziale. Questo flusso determinato dalla letteratura fantastica si ripiega poi all’interno del genere stesso attraverso le belle e molteplici copertine illustranti romanzi di fantascienza spesso trovando paragone e conforto nella pittura alta, riportando anche solo attraverso Karel Thole le correnti più surrealistiche a contorno dei romanzi di Urania anni Sessanta, attraverso Festino, oltre al rigore bianco e nero della sua grafica, l’edonismo del colore vivido che fu di Caesar ma ancora prima di lui di tanti pittori del Quattrocento e della Maniera, i quali solo oggi dopo attenti ma anche discussi restauri vengono riportati a viva luce dimostrando anche nelle pitture murarie, nelle volte dalle prospettive infiammate della pittura veneta, colori vivacissimi, vere e proprie copertine uraniche ante litteram vuote di marziani ma spesso molto fittamente abitate da lussuriosi diavoli e creature immaginifiche che poco devono alla tradizione religiosa e molto alle sue distorsioni, palese frutto dei modelli gotici e medievaleggianti di stampo germanico.

A questo punto siamo lieti di invitarvi a voler andare avanti, a entrare uno alla volta attraverso la prossima pagina di questo libro che vorrebbe essere esso stesso opera d’arte senza riuscirvi: attraverserete così nel vostro percorso a volte comodo, a volte più impervio la lettura e la visione delle varie opere contenute nelle pagine simili a corridoi di una variopinta, folle e divertentissima collezione di opere.

(*) Il libro – curato da Roberto Chiavini, Luca Ortino e Gian Filippo Pizzo – è stato pubblicato nel 2016 da Edizioni Della Vigna. Questo l’indice: Giovanni De Matteo «Tornare a Cape Cod»; Michele Piccolino «Il genio fra le torri»; Francesco Brandoli «La realtà in trasparenza»; Andrea Carlo Cappi «Lux Dei»; Italo Bonera «La casa di Peggy»; Henry S. Whitehead «Luci delle Antille»; Franco Ricciardiello «Città di porcellana»; Stefano Carducci e Alessandro Fambrini «La cattedrale dell’infinito»; Antonino Fazio «La donna che non credeva ai fantasmi»; Robert Silverberg «Il secondo scudo»; Gian Filippo Pizzo «Il gallerista marziano»; Lorenzo Fabre «La pillola»; Danilo Arona «Il doppio giro del Breguet gigante»; Bruno Vitiello «Salvator delle battaglie».

LA BOTTEGA RINGRAZIA I CURATORI DEL VOLUME PER AVERE RESO DISPONIBILE QUESTO TESTO che colma un “buco” nei nostri Marte-dì e può essere (anche) letto in relazione al fanta pittore del romanzo «Cosmocopia» – vedi In quanti mo(n)di si può dipingere? – di Paul Di Filippo.

 

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