Ragazze consapevoli

di Maria G. Di Rienzo

La città pakistana di Peshawar, sul confine con l’Afghanistan, è attualmente nota per due dati di cui non c’è da vantarsi: la radicalizzazione pseudo-religiosa della sua gioventù maschile, e la fiorente industria artigiana di armi leggere, con relativo commercio. La violenza è la moneta corrente di quest’area nel nordovest del paese.

Naturalmente anche qui c’è chi dice “no”, ma dev’esserci voluto un coraggio straordinario per cominciare a farlo a 16 anni, ed essendo una femmina. Gulalai Ismail, oggi 24enne, da otto anni fa funzionare due programmi di seminari e incontri per contrastare la violenza (uno sul genere e l’altro sulla costruzione di pace) da casa sua, a Peshawar. Invitata a Londra, nel maggio di quest’anno, ha parlato ai giovanissimi del suo lavoro:

“Ho messo in piedi “Ragazze consapevoli” quando avevo 16 anni perché tutto attorno a me vedevo le femmine trattate in modo diverso dai maschi. Mia cugina aveva 15 anni quando le fu arrangiato un matrimonio con un uomo che aveva il doppio della sua età. Non poté terminare gli studi, mentre i suoi fratelli continuavano ad andare a scuola. Ciò era considerato normale. Le ragazze hanno interiorizzato tutta questa discriminazione: una donna che soffre la violenza ma non dice nulla dev’essere ammirata e presa a modello, una brava donna si sottomette a suo marito o suo padre. “Ragazze consapevoli” suscita la coscienza dell’eguaglianza di status. Nei seminari insegniamo che le donne hanno diritti umani, e le tecniche per prendere l’iniziativa e negoziare all’interno delle famiglie per avere un’istruzione ed il controllo sulle proprie vite. La posizione delle donne nella società si è deteriorata con il tempo. Peshawar era una città molto progressista, ma dopo la “talibanizzazione” la vita per le ragazze è diventata più dura. Mia sorella minore vive peggio di come ho vissuto io alla sua età. Persino andare al mercato è difficile, a causa delle molestie sessuali.”

Se qualcuno aveva ancora dubbi sull’uso politico della violenza sessuale, in tutte le sue forme, la storia di Gulalai Ismail dovrebbe dissolverli: il principale ostacolo all’organizzazione dei seminari di “Ragazze consapevoli” sono proprio le molestie. Ismail e il suo staff devono spendere un bel po’ di tempo a costruire, nelle comunità che visitano, la fiducia che le ragazze non subiranno violenze se partecipano agli incontri. Lavorare nelle zone rurali richiede molta pazienza, ma Ismail non è interessata all’opzione più semplice di lavorare solo in aree urbane.

Le discriminazioni di genere sono state il suo primo motivatore, ma molto presto la ragazza ha colto la connessione fra genere e pace: “Durante un seminario, una donna narrò di come suo figlio dodicenne fosse stato portato in Afghanistan dai militanti. Dieci mesi più tardi era morto. Questo ha fatto sì che io cominciassi a chiedermi come potevamo indurre queste giovanissime persone a non unirsi ai militanti.” Il risultato della riflessione di Ismail è stato il network “Semi di pace” che lo scorso anno ha fornito formazione a 25 giovani. Costoro, a loro volta, formeranno altre 20 persone che avranno il compito di passare l’insegnamento ad altre venti e così via. Ognuno di essi, stima Ismail, potrà raggiungere almeno 500 ragazzi tramite i seminari: “Identificano i giovani nelle loro comunità che potrebbero essere vulnerabili all’estremismo ed organizzano incontri per discutere cause e conseguenze del conflitto, e la storia della talibanizzazione. Parliamo di tolleranza e rispetto per chi ha un’altra fede. L’estremismo si infiltra in ogni aspetto della crescita dei bambini: persino i libri di scuola chiedono loro di essere pronti per la guerra santa, e dappertutto ci sono canzoni e film che glorificano la guerra, il martirio e la violenza. “Semi di pace” ha lo scopo di fornire un’altra prospettiva, quella dei diritti umani. La pace non è solo l’assenza di guerra, la pace è proprio tolleranza e rispetto, e le donne hanno un ruolo importante nell’educazione dei bimbi.”

Ismail sa bene che il suo lavoro sfida il dominio dei talebani e conosce i pericoli che questo comporta. E’ anche consapevole che vi sono istanze politiche coinvolte nella radicalizzazione della regione in cui vive, ma crede che il cambiamento dal basso sia una parte cruciale della costruzione di pace. “Per risolvere un conflitto”, dice Ismail, “hai bisogno sia delle negoziazioni politiche ad alto livello, sia della partecipazione della gente comune.”

Ruari Nolan di “Peace Direct”, che ha portato la giovane donna in Gran Bretagna, è d’accordo: “Le trattative politiche sono i mattoni, il coinvolgimento della comunità è il cemento che li tiene insieme. L’esperienza dell’Irlanda nel Nord ce lo ha insegnato: decenni di costruzione di pace dal basso sono stati la premessa fondamentale al processo politico che è culminato con l’accordo.”

Alle conferenze internazionali, Gulalai Ismail ha incontrato “semi di pace” provenienti dall’Uganda, dallo Sri Lanka, e da molte altre parti del mondo. “Nonostante le forme dei conflitti siano diverse, vedo che stiamo facendo lo stesso lavoro. Questo mi riempie di speranza.”

(Fonti: Awid, The Guardian)

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