Rating: chi e perché

di Saverio Pipitone

Dalla seconda metà dell’Ottocento il processo di accumulazione del capitale ha seguito un avanzamento esponenziale tanto che la stessa produzione (che ne sta a fondamento) non è riuscita a tenerne il passo. La massa di capitali accumulati non ha tuttavia raggiunto il pieno impiego fino a quando non è subentrata la fase del capitalismo monetario che supera i cicli di produzione e consumo delle merci incentrandosi in un’odierna «società deindustrializzata e post-consumistica ovvero indebitata» per riprendere una frase di Stefano Franchini (nell’introduzione nel libro da lui curato «Il capitalismo divino: colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione», edito da Mimesis nel 2011).

Un debito permanente che trascina interi Paesi e singoli consumatori ai quali si affibbia un’etichetta di affidabilità creditizia, meglio nota con il termine «rating», emessa da agenzie private fondate alla fine dell’Ottocento. Stiamo parlando delle tre sorelle Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch che da qualche anno influiscono sul mercato mondiale imponendosi come demiurghi delle crisi finanziarie.

Nel libro «Le agenzie di rating» (edito dal Mulino) Giovanni Ferri e Punziana Lacitignola ne descrivono in 7 capitoli l’origine, la struttura, il ruolo e le problematiche legate alla finanza internazionale affermando che «[…] le agenzie forniscono un’opinione su quello che è il merito di credito in un determinato lasso di tempo, e a essa è collegata una specifica probabilità di default». Migliaia di organizzazioni economiche private o pubbliche vengono osservate nella capacità di onorare i debiti rimborsando capitale e interessi con una valutazione basata su una serie di elementi quali probabilità, rischio, incertezza e complessità, a cui si lega un segno alfanumerico che sintetizza varie informazioni quantitative o qualitative e in genere parte da una tripla A per un alto grado di solvibilità fino alla D per l’insolvenza. Praticamente le agenzie di rating interpretano i dati del presente per anticipare gli scenari futuri, ma in realtà dai primi anni Duemila a oggi non hanno previsto la bancarotta di Enron negli Stati Uniti, il default dei bond argentini, i crac Parmalat e Cirio in Italia, il crollo della banca Lehman Brothers, avallando positivamente prodotti finanziari anomali su cui nessuno avrebbe scommesso: e milioni di risparmiatori sono stati messi in ginocchio.

L’Associazione di consumatori Adusbef di Roma aveva già avvertito il mercato di previsioni errate delle tre sorelle del rating e ultimamente le ha denunciate per sospetta emissione di un rating sovrano negativo sull’Italia su un presunto rischio di insolvenza ad adempiere agli impegni del debito pubblico. La procura di Trani ha svolto le indagini concludendo recentemente l’inchiesta con l’accusa per Standard & Poor’s di «manipolazione di mercato pluriaggravata e continuata che ha provocato una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari»; nel documento di chiusura delle indagini si può leggere che «fornivano intenzionalmente ai mercati finanziari, quindi agli investitori, un’informazione tendenziosa e distorta in merito all’affidabilità creditizia italiana ed alle iniziative di risanamento e rilancio economico adottate dal Governo, per modo di disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne il valore».

Nel libro «I signori del rating» (Bollati Boringhieri) Paolo Gila e Mario Miscali spiegano che «il baricentro dell’attenzione deve essere spostato sugli assetti proprietari, sulla rete di relazione che esiste tra questi “sistemi esperti” che controllano e guidano i mercati, il mondo degli investitori e quello del rating. Che cosa accadrebbe se qualche società o qualche uomo della finanza fosse presente contemporaneamente su tutti questi piani (informazione, controllo, investimento, rating) e potesse accedere alle informazioni mondiali rilevanti alla velocità della luce mentre parallelamente decide le sorti di un Paese attraverso un giudizio di valutazione della capacità di credito dei suoi bond?».

Nell’agenzia Moody’s il principale azionista è il magnate Warren Buffet, mentre un azionista di minoranza comune alle tre sorelle è il fondo di private equity BlackRock, ed entrambi hanno puntato sempre su “cavalli vincenti”. Sullo stesso mercato questi big della finanza da un lato giudicano e dall’altro investono, richiamando alla mente il finanziere d’assalto degli anni Ottanta Gekko Gordon del film «Wall Street» che, munito di informazioni riservate e reperite con l’inganno, speculava cinicamente in Borsa per fare soldi in poche ore anche se provocava fallimenti di aziende e la perdita di posti di lavoro.

Il professore Pierangelo Da Crema nel libro «La crisi della fiducia» (Etas) individua le colpe del rating nel crollo della finanza globale ma avverte che «[…] sbaglierebbe chi volesse riconoscere la radice di quanto è successo solo nell’avidità degli uomini del rating e della finanza. Su uno sfondo brulicante e sconfinato premono i bisogni e i desideri di un’umanità intera, la voglia di tutti di avere di più».

Siamo dinanzi a un gioco pericoloso dove a ogni debito corrisponde un credito e al vantaggio di uno lo svantaggio di tanti altri che sono oramai soggiogati da una pesantissima crisi non di penuria di beni ma per mancanza di eccesso.

PICCOLA NOTA SULL'ECCESSO
Quando ho letto questo articolo di Saverio mi è venuto naturale correggere l'ultima parola ("eccesso") in "accesso"... Fortuna 
che l'ho chiesto però, così l'autore mi ha spiegato che è proprio "eccesso" nel senso di una crisi dove non mancano i beni da 
consumare perchè li hanno quasi tutti, sopratutto chi dice di esserne coinvolto; ed è in realtà la crisi è per una mancanza di
eccesso, abbandonanza, dismisura, eccedenza di beni di consumo che la gente vuole consumare sempre di più senza mai soddisfarsi
... disposti a indebitarsi per mantenere questo stile di vita di eccesso. (db)

 

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