Realismo magico e verità intorno al mattatoio mondiale

di Francesco Cecchini

A proposito dei libri «Non tutti i bastardi sono di Vienna» di Andrea Molesini e «Diario dell’invasione» di Maria Spada. Ma occhio anche alla proposta finale sul centenario del mattatoio definito «grande guerra».     

Compro il romanzo un venerdì pomeriggio alla libreria Feltrinelli. Nessuna ragione , se non quella di leggerlo prima della presentazione alla quale devo accompagnare Elena il prossimo lunedì. Chiedo il parere alla commessa, una conoscitrice, che mi indica lo scaffale dove è esposto. Vende molto, ha un bel titolo, ma a me non piacciono i romanzi storici di guerra, dice lei. Neanche a me rispondo, afferro il libro e mi avvio alla cassa. Inizio il libro la sera stessa. L’ho letto d’un fiato terminandolo dopo un paio d’ore abbondanti. Una scrittura che non annoia, una trama che avvince. Devo dire che molte volte il romanzo che leggo non è quello scritto o quello descritto nelle critiche; molte vote alle presentazioni di romanzi mi chiedo se veramente ho capito quello che leggo.

Questo è, in poche parole, il romanzo di Molesini che credo di aver letto. «Non tutti i bastardi sono di Vienna» (Sellerio) quindi. Di getto penso che, oltre i viennesi, i figli di puttana di cui si parla siano il piccolo re Vittorio Emanuele III e chi inviò al fronte un esercito impreparato, senza fucili, cappotti o automezzi. Centinaia di migliaia di contadini e operai mandati al massacro tra due fuochi: quello nemico e quello “amico” delle mitragliatrici piazzate alle loro spalle da generali criminali perchè non retrocedessero. Per non parlare delle decimazioni e fucilazioni. Non è così nella finzione letteraria: i bastardi sono i topi che assieme all’esercito austro-ungarico hanno invaso una villa padronale del paesino di Refontololo, Villa Spada. Lo si scopre in là con il racconto, ma è ingiusto perché, grossi come conigli, quei ratti sfamano invasi e invasori della villa. Mi è chiaro fin dall’ inizio che «Non tutti i bastardi sono di Vienna» non è un romanzo storico che analizza e descrive la guerra del 15-18 , non c’entra niente con lavori, questi si storici, come «In fuga dai tedeschi»di Camillo Pavan o «Gli esuli di Caporetto»di Daniele Ceschin o altri. E’ un esempio riuscito di realismo magico ambientato non nella Colombia della guerra civile, ma nelle colline del Veneto, dove si scontrano unni e italiani. Refrontolo è una specie di Macondo e anche l’io narrante (Paolo) ha lo stesso sguardo del narratore di «Cien Años de Soledad» trasformando la realtà in una favola epica, che inizia una notte di un novembre lontano, quando nel buio un esercito nemico e vincitore invade il luogo dove Paolo e i suoi cari vivono. Protagonista è un diciassettenne che aspetta di compiere i 18 per andare a combattere. Ci pensa un guerriero a cavallo con monocolo a portare la guerra a domicilio, a esaudire quel desiderio di azione. Tutti gli avvenimenti hanno il sapore di un fiaba, dalla violenza agli stupri, dalle impiccagioni alle cenette. «Non tutti i bastardi» inizia con l’apparizione degli orchi – di uno la zia (Maria) si invaghisce – e si chiude con una fucilazione in parte fallita che permette a Paolo di sopravvivere al plotone di escuzione, di evitare le coup de grâce e di raccontare la fine del racconto con i ritorni alla villa e alla zia. Andrea Molesini, scrittore di fiabe per bambini, ne ha scritta una attraente per adulti.

Dopo l’assesore alla cultura che distribuisce ringraziamenti lo scrittore spiega il romanzo, come è nato e come lo ha scritto e mi conferma che quel che ho letto è ciò che Andrea Molesini, scrittore di favole per ragazzi, ha scritto: una fiaba per adulti.

«DIARIO DELL’ INVASIONE» di Maria Spada

Dalla fantasia alla realtà. Dopo aver letto «Non tutti i bastardi sono di Vienna» di Molesini leggo «Diario dell’ invasione»di Maria Spada. Ho tra le mani la fotocopia di un libro edito da Augustea (Roma il 30 Novembre 1934). In ogni caso il Diario è anche pubblicato di recente dal Comune di Refrontolo. Maria Spada fu la sorella del nonno materno di Andrea Molesini e nel diario racconta i lontani giorni – da venerdì 9 novembre 1917 – quando in villa arrivano due ufficiali austriaci – sino al 30 ottobre quando finalmente può esporre il tricolore. Refrontolo non è sul Piave, ma vicina a questo fiume. Nel periodo del diario di Maria avvengono tutte le tre battaglie del Piave, due offensive austriache fallite, la seconda (del solstizio) è determinante e poi l’offensiva italiana vincente, la battaglia di Vittorio Veneto dal 24 ottobre al 4 novembre 1918. Ma l’invasione di cui parla Maria è innanzitutto quella della villa e le battaglie del Piave rimangono lontane. In seconda vi è un ritratto ovale di Maria Spada e a pagina 3 viene descritta così da un certo Lorenzo Brancaloni: «È una signora forte questa Signora Maria con una bella chioma di capelli grigi, sormontati all’ottocento da una crocchia, che incorniciano un volto pallido, ma robusto, gli alternano alla schiettezza ridente dello sguardo, degli ombreggiamenti di severità».

La donna del ritratto e della descrizione è una matura, la Maria autrice del diario scommetto sia stata sicuramente giovane ma anche bella. Nel romanzo di Molesini è zia Maria che si innamora di un ufficiale tedesco. Maria Spada nel diario prega la Madonna per la pace, si preoccupa per la sua Venezia e che la villa non venga bombardata dall’artiglieria italiana, ma in sostanza guarda da un punto di osservazione sostanzialmente privilegiato a una tragedia storica. Rispetta il nemico e il nemico la rispetta. A volte il rispetto sia nel romanzo che nel Diario diventa ammirazione sottintesa.

L’atteggiamento di Maria Spada è emblematico di quello della nobiltà e alta borghesia italiana o francese, inglese, austriaca e tedesca che, se partecipò a una guerra non tra i popoli ma contro i popoli, lo fece in ruoli di generale ministro o altro, lontani dalle battaglia veri e propri. Sempre da lontano, fu osservatrice a distanza delle sofferenze e dei massacri fra i popoli.

“Grande” guerra 1915-1918, una guerra contro il popolo.

In un articolo apparso su «Avanti!» del 5 maggio 1915, un giornalista maledice la guerra che, se scatenata, riverserà un oceano di sangue e lacrime sul popolo italiano; quest’ultimo però non tarderà a chiedere conto ai governanti del massacro dei propri figli e della miseria che il conflitto porterà inevitabilmente. Il prezzo che l’Italia dovrà pagare al conflitto sarà altissimo: 650.000 morti, 947.000 feriti e 600mila fra prigionieri e dispersi, in totale il 39% degli effettivi sarà messo fuori combattimento in tre anni e sei mesi di conflitto. Il costo in perdite umane italiane stimato dagli austriaci sarà di cinquemila morti per ogni chilometro quadrato conquistato; data la nota capacità e pignoleria teutonica nel contabilizzare le vittime altrui c’è da crederci.

Il conto ancora aperto riguarda la dovuta uficializzazione di un giudizio storico negativo su quello che accadde e la condanna della guerra che i generali italiani, Badoglio e Cadorna in primis, condussero contro i loro stessi soldati

Così scriveva con ignominia il generale Cadorna:

«Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini».

«Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi».

«Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale».

«Il comandante di compagnia deve uscire ultimo dalla trincea per fulminare quanti vi fossero rimasti annidati prima di affacciarsi al nemico».

Nel 1919, grazie alle denunce di ex combattenti pubblicate dall’«Avanti», si squarciò il velo sulle esecuzioni sommarie e sui delitti commessi in ossequio alle circolari di Cadorna.

Emilio Lussu nel suo «Un anno sull’altipiano» descrive con abbondanza di particolari quanto succedeva quotidianamente al fronte: le decimazioni e il supplizio del reticolato non furono una consuetudine solo dell’esercito austro-ungarico ma una realtà anche Italiana soprattutto sotto il comando di Cadorna. Da questo libro fu ricavato il film «Uomini contro» (di Francesco Rosi) che documenta in maniera cruda ma veritiera e senza esagerazioni quanto accadde.

Da gennaio per commemorare il centenario della “Grande” Guerra si sprecheranno cerimonie e retorica.

Una proposta per i prossimi mesi: che questo blog (e naturalmente altri, se vorranno) lanci una campagna e/o partecipi a iniziative per la riabilitazione storica e legale dei disertori e delle vittime decimate, fucilate o assassinate dai generali Badoglio, Cadorna e altri.

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