Reggio Emilia e Covid: il carcere oltre l’assurdo

di Vito Totire (*)

Le istituzioni totali sono dure a morire

Garantire immediatamente il diritto alla salute

Impedire ogni trattamento disumano e degradante delle persone ristrette

Assicurare condizioni di lavoro accettabili per il personale

Le “rivolte” si prevengono garantendo i diritti fondamentali e non con le “punizioni esemplari” il giorno dopo

Chi garantisce la salute dei cittadini e chi detiene il potere politico in Italia? Pare evidente che esistano aree e territori in cui i diritti costituzionali non valgono, in cui si vive in condizioni esasperanti, in cui possono accendersi “rivolte” destinate a essere duramente represse dallo Stato prima assente ma pronto “il giorno dopo” a dichiararsi assurdamente “parte lesa”.

Se le cosiddette rivolte carcerarie del marzo 2020 sono ancora tutte da scrivere, né potranno essere scritte con obiettività nelle aule dei tribunali, forse il timore di nuove improvvise proteste è attenuato da un ragionamento: nella storia l’umanità reclusa nei lazzaretti e nei lebbrosari, fisicamente e psicologicamente stremata, non è più in grado, sul piano fisico, di mettere in campo alcuna forma di protesta.

Reggio Emilia è una città medaglia d’oro della Resistenza, che ha resistito anche dopo il 25 aprile; ricordiamo i morti di Reggio Emilia del 1960 ma anche le “calate” del movimento operaio – raccontate da Giorgio Antonucci – che andavano a visitare i manicomi prima della legge 180 del 1978 e che hanno contribuito in maniera significativa all’abbattimento dei muri. Ricordiamo il rigore pacifista ed ecologista del partigiano Paride Allegri. Ricordiamo le denunce della sopravvivenza del manicomio criminale («il canile in cui vengono rinchiusi gli uomini» per citare un articolo di Jenner Meletti anni fa sul quotidiano «L’unità»). Ma ricordiamo anche le persone legate al letto di contenzione nel “nuovo” Opg – cioè Ospedale Psichiatrico Giudiziario ovvero il vecchio manicomio criminale – una volta dismesso «il canile»; ci fu chi restò legato per più di un anno.

La città di Reggio Emilia ha già sofferto troppo.

Ora la fotografia che le cronache ci riportano è impietosa : 119 detenuti positivi su 400, 5 ricoverati in ospedale, 2 in fase di accertamento, 60 agenti non disponibili per quarantena o positività (il calo del personale comporta più distress per i lavoratori e maggiore costrittività per i detenuti) con impossibilità di attuare un isolamento sanitario e igienistico efficace in un momento in cui gli “scienziati” hanno scoperto che la distanza di sicurezza è forse due metri e non uno (su questo abbiamo già detto ampiamente nel 2020, pur non essendo scienziati).

Tutto questo comporta una condizione fisica e psicosociale che sarebbe eufemistico dichiarare “trattamento disumano e degradante” o anche solo “abuso di mezzi di correzione”.

Non conosciamo ovviamente la situazione giuridica delle singole persone “ristrette” nel carcere di Reggio. Ma casualmente siamo a conoscenza di una persona detenuta pur essendo stata dichiarata la sua incompatibilità assoluta con il regime carcerario: imprigionata dunque “illegalmente”. Siamo in contatto con i familiari di questa persona che aspettano da mesi un atto di “giustizia”. Quante persone potrebbero uscire immediatamente con provvedimenti del tribunale di sorveglianza o dei giudici in attuazione di misure alternative? Oggi il meschino partito del “buttare la chiave” è in crisi visto che tutti si sono resi conto di quanto sia gravosa e afflittiva – altro che “favoritismo” – la detenzione domiciliare.

Piuttosto che utilizzare le energie e le risorse dello Stato per la repressione “il giorno dopo” perché non si impiegano risorse ed energie per la prevenzione ?

Tuttavia se lo Stato è assente (per modo di dire, in verità è fin troppo presente) chi garantisce i diritti costituzionali alla salute e a un percorso di riabilitazione che non sia afflittivo e non sconfini nella tortura?

Se non lo Stato allora i garanti delle persone detenute? Difficile! Si tratta di figure che – al di là delle ottime azioni e dell‘impegno di alcuni singoli – stanno scivolando verso l’inutilità e la dipendenza dal ceto politico locale.

Ma il sindaco di una città medaglia d’oro della Resistenza è consapevole del suo ruolo di autorità sanitaria locale? Non ha nulla da dire sulla situazione del carcere di Reggio Emilia?

Non ritiene di emanare una ordinanza in materia di salute pubblica?

E il “governatore” Bonaccini cosa “governa” se rimuove il problema della carceri?

(*) Vito Totire è portavoce della «Rete per l’ecologia sociale»

La Bottega del Barbieri

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