Resistenza nativa in Canada

(Petie Danette Chalifoux, danzatrice e attivista cree  © Marco Cinque)

di Marco Cinque – La lotta pacifica degli indigeni Wet’suwet’en contro la costruzione del mega gasdotto Coastal GasLink blocca le ferrovie nazionali e mette in crisi il governo Trudeau

Dal 6 febbraio scorso in Canada si sono moltiplicate nuove ondate di proteste delle Nazioni indigene contro la costruzione del Coastal GasLink, un nuovo mega gasdotto che dovrebbe attraversare l’intera Columbia Britannica, fino a un terminal di smistamento nel Pacifico. Il problema è che il gigantesco impianto, la cui costruzione è valutata attorno ai 4,6 miliardi di dollari, attraversa diversi territori delle popolazioni native canadesi, tra le quali si distingue quella dei Wet’suwet’en, che si stanno opponendo con tenacia a un progetto che mette seriamente a rischio la loro salute e deturpa le loro terre.

DOPO LA GRANDE rivolta pacifica dei Lakota Sioux di Standing Rock, che nel 2016 aveva infiammato le nazioni native americane, dando poi vita al più grande raduno indigeno del secolo contro la costruzione del mega-oleodotto Dapl (Dakota Access Pipeline), ora anche il Canada è attraversato da grandi manifestazioni di protesta.

Ma già nel 2013 il movimento di protesta Idle No More (Mai più passivi), delle popolazioni aborigene canadesi, aveva dato segnali di risveglio contro le politiche colonialiste e già sin dal 2008 l’allora primo ministro, Stephen Harper, dovette chiedere ufficialmente scusa a nome del governo canadese per gli abusi inflitti alle popolazioni indigene. Abusi pesantissimi, dove furono coinvolti attivamente il governo, gli istituti religiosi e gli apparati militari, corresponsabili di leggi razziali e delle politiche genocide che hanno causato la morte di decine di migliaia di bambini indigeni, strappati alle loro famiglie e internati nelle famigerate boarding schools, istituite sin dagli inizi del Novecento e rimaste attive fino alla fine degli anni ’80.

A QUESTO SI AGGIUNGA anche la scomparsa e gli omicidi di circa 5.000 donne indigene dal 1980 ad oggi, come conferma un’inchiesta della Nwac (Native Women’s Association of Canada), un fenomeno in espansione che sembrerebbe strettamente legato all’insediamento dell’industria petrolifera ed energetica. Proprio la crescita dei grandi progetti legati a questa industria ha infatti causato un enorme afflusso di operai maschi non nativi all’interno o nei pressi dei territori che ospitano le comunità indigene. Lo stesso problema si è manifestato tra le popolazioni native statunitensi, dove un’inchiesta del Centers for Disease Control aveva rivelato che quasi l’ottanta per cento delle donne indigene ha subito violenze e almeno il cinquanta per cento di loro è rimasta vittima di abusi sessuali da parte di maschi non nativi. Ragazze e donne indigene rappresentano quindi «facili prede di caccia», anche perché non tutelate da un sistema giudiziario inadeguato e spesso connivente.

LE ATTUALI PROTESTE della nazione Wet’suwet’en, nella Columbia Britannica, in realtà sono iniziate da più di un decennio, contraddistinte da molti ruvidi interventi della Royal Canadian Mounted Police, con sgomberi e arresti di parecchi manifestanti indigeni. La stessa Rcmp ha svolto un ruolo chiave nel tentativo del Canada di proteggere gli interessi commerciali dalle rivendicazioni sulla terra indigena, etichettando come «estremisti» tutte le persone coinvolte nella resistenza e nelle proteste degli Wet’suwet’en.

DALL’INIZIO DI FEBBRAIO la protesta pacifica contro la costruzione del Coastal GasLink sta però assumendo dimensioni imponenti: i capi ereditari dei Wet’ suwet’ en, sempre più supportati da attivisti non nativi, si stanno battendo con barricate e manifestazioni, occupando binari, autostrade, porti, ponti. L’intero sistema ferroviario canadese è al collasso, con decine di migliaia di passeggeri nel caos e tonnellate di merci bloccate. L’agenzia di trasporti Cu Rail ha dovuto chiudere la sua rete orientale e circa 100mila passeggeri sono dovuti ricorrere a mezzi di trasporto alternativi, mentre la Camera di commercio canadese ha dichiarato uno stato di emergenza per l’economia del paese.

IL PRIMO MINISTRO liberale Justin Trudeau, rieletto lo scorso ottobre e alla guida di un Governo di minoranza, si era distinto per le scuse ufficiali e per le aperture alle rivendicazioni delle popolazioni aborigene, ma questo processo di riconciliazione in realtà si pone in evidente contrasto con le politiche espansionistiche e di supporto all’industria energetica, messe in atto dal suo stesso governo. Eppure la nazione Wet’suwet’en non ha mai firmato trattati o ceduto territori al governo canadese e i suoi leader hanno sempre difeso, sia legalmente che sul campo, i loro diritti, anche sulla base di una storica decisione della Corte Suprema canadese del 1997, la Delgamuukw v. La regina, che riconosceva ai Wet’suwet’en il diritto e l’uso esclusivo del loro territorio.

Le rivendicazioni e le lotte delle popolazioni indigene canadesi sono sostenute da associazioni e organizzazioni per i diritti dei popoli aborigeni di mezzo mondo, ma persino dai territori occupati palestinesi si è alzata un’importante voce di vicinanza e solidarietà: «Come palestinesi, abbiamo esperienza diretta di come agisce una potenza coloniale», scrivono dal Comitato Nazionale Palestinese Bds, aggiungendo che «siamo profondamente grati alla Nazione Wet’suwet’en per il loro spirito indomito e la loro instancabile difesa della terra e delle risorse idriche. Siamo fermamente con voi nella lotta per la vostra terra e per i vostri diritti ancestrali. Noi palestinesi siamo in debito con i popoli indigeni di Turtle Island per averci insegnato, con la vostra fiera resistenza, grazia e spirito indomito, a resistere alla colonizzazione, generazione dopo generazione».

BENCHÉ Justin Trudeau lanci segnali distensivi di riconciliazione e di risoluzione pacifica verso le istanze dei Wet’suwet’en, in una recente conferenza stampa ha invece affermato: “Il fatto rimane che le barricate devono ora essere abbassate. Le ingiunzioni devono essere rispettate e la legge deve essere confermata”, ma Stewart Phillip, della nazione di Okanagan e presidente dei capi della British Columbia, replica: «La riconciliazione non può essere raggiunta sotto minaccia», mentre Karla Tait, una delle attiviste arrestate durante un raid della Rcmp, gli fa eco: «Non sorprende molto se il Canada alla fine desidera continuare quell’agenda di ricerca di profitti e ricchezza, a spese della vita e dei diritti umani».

(già apparso sul quotidiano “il manifesto” del 5 marzo 2020)

IN BOTTEGA si è scritto più volte di Dapl (Dakota Access Pipeline) e di resistenza popolare; del gasdotto canadese qui e qui

La Bottega del Barbieri

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