Ribellarsi è giusto

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Diceva Nelson Mandela:

Su uno stato Palestinese: «L’ONU ha preso una posizione forte contro l’apartheid contribuendo a creare un dibattito pubblico che ha contribuito a porre fine a questo sistema iniquo. Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi» (via cbsnews.com)

Su Israele: «Israele dovrebbe ritirarsi da tutte le aree che ha preso agli arabi nel 1967 e in particolare dovrebbe ritirarsi completamente dalle alture del Golan, dal sud del Libano e dalla West Bank (jweekly.com)

«Se c’è un paese che ha commesso atrocità indicibili nel mondo, quel paese è l’America (USA). A loro non importa nulla degli esseri umani (Cbsnews.com)

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Qualsiasi sudafricano che oggi va in Palestina e visita la Cisgiordania e Gaza, o i palestinesi che vivono nello Stato di Israele “ne rimane scioccato e, scuotendo la testa, afferma che questo è molto peggio dell’apartheid che abbiamo conosciuto noi”. Un gran numero di sudafricani afferma che “quello che noi abbiamo sofferto è un picnic in confronto a quello che stanno soffrendo i palestinesi. (Ronnie Kasrils, di origini ebraiche, sudafricano, comunista dell’ANC, lo diceva nel 2010)

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Anche Gandhi avrebbe capito la violenza dei palestinesi – Gideon Levy

Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?
Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.
Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele. Fino a quando Israele non farà qualcosa per alleggerire questa sua responsabilità, non esisteranno le condizioni perché possa avanzare la benché minima richiesta nei confronti dei palestinesi. Tutto il resto non è altro che falsa propaganda.
Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?
In un’intervista a Haaretz, il presidente palestinese Abu Mazen ha formulato questa domanda: “Come pensate che reagiscano i palestinesi dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato, che la casa della famiglia Dawabsheh è stata data alle fiamme, dopo le aggressioni da parte dei coloni e il danneggiamento delle loro proprietà sotto gli occhi dei soldati?”. E da che pulpito possiamo rispondere? Ai cent’anni di espropri e ai cinquanta di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’inaccettabile arroganza degli israeliani che, una volta ancora, sta esplodendo proprio davanti a noi.

I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele

Sono stati anni nei quali Israele ha pensato di poter fare i suoi comodi senza mai pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, tanto i palestinesi si sarebbero trattenuti. Ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le case potessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.
Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potesse ricominciare a torturare con dei metodi ereditata da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto questo, acclamandolo nei casi migliori o esigendo altro sangue palestinese in quelli peggiori, con una sete che è difficile comprendere. E i palestinesi, tanto, avrebbero perdonato tutto.
Questa situazione potrebbe andare avanti per molti altri anni: Israele è più forte che mai. L’occidente è indifferente e le permette di agire indisturbata. I palestinesi, nel frattempo, si sono fatti deboli, divisi, isolati e feriti come mai sono stati dai tempi della Nakba.

Questa situazione può andare avanti per molti anni: Israele è più forte che mai e l’occidente è indifferente

Insomma, tutto ciò potrebbe andare avanti perché Israele è in grado di farlo, e la gente vuole che lo faccia. Nessuno cercherà di fermarla, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele respinge bollandola come odio antiebraico.
E non abbiamo detto una parola sull’occupazione stessa e sull’impossibilità di mettervi fine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece è ripresa con forza anche maggiore nel 1967, continuando senza che se ne intraveda la fine. Non abbiamo parlato del diritto internazionale, della giustizia naturale e della morale umana, nessuno dei quali può accettare, in nessun modo, quel che sta succedendo.
Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o di una somma di tutte queste cose.
(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su Haaretz.

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I palestinesi combattono per la loro sopravvivenza – Amira Hass

 

Questa è una guerra. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, forte del mandato del popolo, ha chiesto d’intensificare le operazioni belliche. Se già in tempi tranquilli Netanyahu non ascolta i messaggi di conciliazione del presidente palestinese Abu Mazen, perché dovrebbe farlo adesso?

Netanyahu ha intensificato la guerra soprattutto a Gerusalemme Est, autorizzando punizioni collettive. Questo mostra il successo della strategia israeliana: disconnettere Gerusalemme dal resto dei territori palestinesi e sfruttare l’assenza di una leadership palestinese a Gerusalemme Est e la debolezza del governo a Ramallah, che ora sta cercando di arginare questa tendenza.

La guerra non è cominciata il 1 ottobre. La guerra non comincia con le vittime israeliane e non finisce quando non ci sono più israeliani uccisi. I palestinesi combattono per la loro vita, nel vero senso della parola. Noi ebrei israeliani combattiamo per proteggere il nostro privilegio di padroni, nel senso più spregevole del termine.

I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini

Ci accorgiamo dell’esistenza di una guerra solo quando vengono uccisi gli ebrei, ma questo non cancella il fatto che i palestinesi vengono uccisi continuamente e che noi facciamo tutto ciò che è in nostro potere per rendere insopportabile la loro esistenza. Il più delle volte questa è una guerra a senso unico, scatenata e condotta da noi con l’obiettivo di convincere i palestinesi a dire “sì, padrone, grazie perché ci permetti di sopravvivere nelle riserve”. Quando qualcosa interferisce con questa unidirezionalità della guerra e muoiono anche gli ebrei, allora ce ne accorgiamo.

I giovani palestinesi non vanno a uccidere gli ebrei perché sono ebrei, ma perché noi siamo gli occupanti, i torturatori, gli aguzzini, i ladri della loro terra e della loro acqua, i distruttori delle loro case, un muro davanti al loro orizzonte. I giovani palestinesi, disperati e assetati di vendetta, sono pronti a morire e a far soffrire la loro famiglia, perché il nemico che affrontano dimostra ogni giorno che la sua malizia non ha limiti.

Anche il nostro linguaggio è crudele. Gli ebrei vengono ammazzati, mentre i palestinesi semplicemente rimangono uccisi o muoiono. Il problema sta anche nel fatto che noi giornalisti non possiamo scrivere che un soldato o un poliziotto ha ammazzato un palestinese anche se non era per legittima difesa, da vicino o pilotando un aereo o un drone. La nostra comprensione è prigioniera di un linguaggio censurato retroattivamente per distorcere la realtà. Nel nostro linguaggio gli ebrei vengono ammazzati perché sono ebrei mentre i palestinesi muoiono perché probabilmente se la sono andata a cercare.

Una guerra unilaterale

La nostra visione del mondo è modellata dal costante tradimento dell’etica professionale da parte dei mezzi d’informazione israeliani, dalla loro incapacità tecnica ed emotiva di analizzare tutti i dettagli della guerra mondiale che abbiamo scatenato per proteggere la nostra superiorità.

Nemmeno questo giornale ha le risorse per ingaggiare dieci giornalisti e riempire venti pagine al giorno con i resoconti delle aggressioni in tempi di violenze crescenti e degli attacchi dell’occupazione in tempi di calma, dai colpi di fucile alla costruzione di una strada che distrugge un villaggio alla legalizzazione di un insediamento a milioni di altri attacchi. Ogni giorno. Gli esempi di cui riusciamo a occuparci sono soltanto una goccia nel mare, e non hanno alcun impatto sulla maggioranza degli israeliani, che continuano a non capire qual è la situazione.

L’obiettivo di questa guerra unilaterale è costringere i palestinesi a rinunciare alle loro terre. Netanyahu vuole che il conflitto s’intensifichi, perché sa per esperienza che la calma dopo lo scontro non ci riporta al punto di partenza, ma a un nuovo minimo storico per il sistema politico palestinese e a un aumento dei privilegi degli israeliani.

Questi privilegi sono il fattore chiave che distorce la nostra percezione della realtà, rendendoci ciechi. A causa dei nostri privilegi non riusciamo a capire che anche con questa leadership palestinese debole e “presente-assente” il popolo palestinese, sparpagliato nelle sue riserve indiane, non si arrenderà mai e continuerà a trovare la forza per resistere a noi padroni.

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Non si dorme più in Palestina – Anna Maria Brancato

 

Sono giorni, mesi, anni, che siamo bombardati da immagini che provengono dalla Palestina e che raccontano di soprusi e violenze.
Non si può rimanere indifferenti. Non si può continuare a pensare che tutto questo finirà senza che noi muoviamo un dito.
Non si può neanche pensare che “se la risolvano da sé la questione della terra. L’aveva detto anche Gesù Cristo: in questa terra non ci sarà mai pace”.
E così lavarsene le mani e lasciare che la lotta palestinese, l’unica lotta giusta, moralmente giusta, quella per la vita, per la terra e per la propria identità venga portata avanti da un popolo inerme.
Non solo si ignora. Si omette. Si nega. Si mente in Palestina. Il terrore è di chi detiene il potere, è dell’occupante. È di chi possiede un esercito ben equipaggiato. Di chi detiene la forza e la potenza per far credere al mondo ciò che vuole.
Questi giorni si sono superati tutti i limiti, sempre che limiti ce ne siano mai stati in Palestina.
I numeri di morti e feriti non si contano più e le uniche parole che mi vengono in mente per descrivere tutto questo sono genocidio, omicidio di massa, strage.
Nakba, in questo senso, diventa un eufemismo. La parola Nakba in sé contiene una dimensione temporale: una “catastrofe”, qualcosa che ha un inizio e una fine. Ma qui l’occupazione continua, la Nakba continua ininterrotta dal ’48 e la catastrofe si allarga e rimbalza: dalla West Bank a Gaza, poi di nuovo Gaza e poi ancora più forte sulla West Bank.
I giovani, la parte più colpita. Colpendo la parte più attiva si vuole cercare di eliminare la Resistenza. Si vuole distruggere quella capacità di reazione e di riappropriazione di se stessi e della propria coscienza di popolo in lotta per eliminare ogni spiraglio di speranza. Dal ‘48 questo non è mai successo.
Intifada delle pietre, intifada di al-Aqsa, intifada dei coltelli. Gli apici della lotta. I simboli della lotta.
Non mi bastano i sentimenti. Non mi basta più lo sdegno. Non mi bastano le parole che conosco e non mi bastano la vergogna che provo per i tempi e per l’umanità di cui faccio parte. Solo silenzio di fronte alle immagini che vengono dalla Palestina. E solo silenzio per cercare di capire come la passione, l’amore e la sofferenza provata in una terra non mia e lontana da me, possano diventare atto. Possano essere resi utili e a disposizione di questa lotta. Pensare al fare più che al dire, più che al testimoniare. Perché forse l’unico limite a cui si è arrivati è quello tra il continuare a dire e il fare.
Ma cosa fare?
Continuo a non chiudere occhio, facendomi male guardando foto da Hebron, da Betlemme, proteste a Ramallah, feriti a Nablus, ambulanze colpite.
Mi chiedo come si può passare una notte sotto occupazione. Le notti saranno forse più lunghe dei giorni in Palestina?
Penso ai prigionieri. Mi chiedo quanto male può far loro lo stare rinchiusi mentre il loro popolo e la loro terra si infiamma. Non è l’idea che viene fermata. Non è il pensiero o la volontà. È l’azione. La libertà di avere libertà.
Uno scenario di guerra, che guerra non è. Un genocidio silente. Vorrei poter esserci quando una volta caduto il sionismo, i suoi complici giocheranno a darsi le colpe fingendo di non essere stati messi al corrente della gravità della situazione. In Palestina.
Cerco conforto cercando tra i pensieri versi di poesie. Cerco di ricordarmi parole di Darwish o Kanafani, per trovare un significato, una continuità storica, con quello che sta succedendo. Per vedere se anche loro come non dormivano, pensando da palestinese alla Palestina…
Ma niente. Il vuoto.
Così l’unica associazione che mi viene in mente è quella con Antigone. L’ignorata sacralità della morte. Il mancato rispetto per i cadaveri, che nella foto vediamo lì, stesi, lasciati immobili di fronte a soldati dell’IDF per i quali un morto in più è solo un numero, un traguardo, una conquista all’interno del disegno sionista di eliminazione della popolazione palestinese.
Palestina come Antigone. La Palestina che dà sepoltura ai propri morti, ma scoperta, continua a essere vessata, accusata, punita.
La Palestina punita perché porta avanti un nobile ideale e ne rimane vittima. La Palestina Antigone che incarna quella lotta tra razionalità e potere. Un potere che sfida e che non rispetta l’umanità. Antigone che sfida l’autorità ingiusta.
La storia palestinese, la storia del popolo palestinese, come la tragedia di Antigone ci stanno insegnando una cosa sicuramente. Ci insegnano la dignità, il rispetto e la tenacia. Ci insegna il coraggio
Di chi non si arrende, pur sapendo di non avere i mezzi per vincere, se non la propria volontà e, a volte, la fede.
Alla Palestina viene implicitamente chiesto da ormai 67 anni di accettare un’occupazione violenta e illegale e di accettarla passivamente. Di dimenticare che il resto dei palestinesi vive in diaspora da più di 67 anni. Di lasciar perdere la terra rubata, le case occupate e distrutte. Di dimenticare la violenza nei luoghi sacri, nelle scuole. Di far finta di non vedere i check point, le restrizioni. Da 67 anni ormai viene chiesto ai palestinesi di cercare la morte. Da soli o contro l’esercito.
Noi stiamo conoscendo la dignità di un popolo a queste spese. Per quanto ancora?

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Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Un commento

  • chi erano gli amici di Mandela?
    Arafat, Gheddafi e Castro, tutto il resto che ci hanno propinato è stato per bocca delle “crocerossine dell’imperialismo” molto ben infiltrate nel movimento nonviolento che ha reso possibile che sedicenti nonviolenti pontifichino con arroganza mentre sono parte integrante delle missioni di guerra. Grandi sono le colpe ma ancora più grande il danno culturale che questi loschi figuri hanno provocato servendosi di ogni mezzo necessario, compresi i tribunali e le carceri!

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