ricordo di Ugo Gregoretti

Perché ho girato così pochi film? C’è un motivo. Per molti ero un miserabile rospo che usciva dal pantano maleodorante delle disprezzatissima tv, osando fare un salto nell’Olimpo del cinema.

 

Che effetto mi fa entrare oggi nel palazzo della RAI? Quello di penetrare in un luogo che in certo senso ha subito una mutazione sottocutanea, impalpabile, una metamorfosi in apparenza minimalista. In apparenza – infatti – tutto è rimasto come prima, anzi un po’ più sgangherato di prima. Tranne però che il banco delle informazioni, dove al posto di burberi usceri pensionanti di un tempo siedono impettite hostess che tengono in riga la pittoresca orda dei postulanti – questi sì molto diversi da quelli dei miei tempi – quando le file per ottenere il “passi” erano composte da signori in abito di grisaglia e dame sobriamente ornate, genere udienza dal Santo Padre o premio Strega, per capirci, e non tipo telegatti, come oggi.

Oggi è difficile distinguere tra esemplari della fauna RAI e quelli della fauna MEDIASET e questa osmosi somatica si è andata di pari passo trasformando in osmosi stilistica. Ai miei tempi era diverso. Anzitutto Mediaset non esisteva e la RAI egemonizzava l’etere. La Tv era divisa in due pianeti, i programmi culturali e i programmi di evasione, di onesta evasione; più i servizi giornalistici radio-televisivi unificati, unificati per essere meglio controllati. Un controllo che non era solo politico ma si estendeva, ferreo all’uso della lingua italiana.

Commettere un errore di grammatica, di sintassi, di terminologia o di pronuncia nella scrittura o nella lettura di un testo giornalistico era altrettanto difficile che affermare qualcosa di politicamente inopportuno. La vigilanza occhiutissima, veniva esercitata dal Direttore Centrale dei Servizi, il cui soprannome a tutti noto, era “Virgoletta”. Virgoletta aveva compilato un “Manuale del corretto eloquio radiofonico televisivo” ad uso interno, e doveva il soprannome a una sua spiccata ossessione per la punteggiatura. Ma non solo per quella. Una volta mi chiese di leggergli il testo che avevo scritto per un documentario sul lago Trasimeno che sarebbe dovuto andare in onda qualche giorno dopo.

Io inizia la lettura con una certa tremarella poi poco per volta acquistai coraggio vedendo che Virgoletta non batteva ciglio. Ma ad un tratto mutò espressione: “come ha detto?” mi disse. Io rilessi quello che avevo appena letto: “ed ora chiediamo al Sindaco di Castiglion del Lago a che ora tramonta il sole”. “Chiediamo che?” ringhiò Virgoletta, “a che ora tramonta il sole….” balbettai io…. “Domandiamo!” quasi gridò lui, “Domandiamo quando tramonta il sole! Non chiediamo! Chiedere per avere, domandare per sapere!” E mi congedò con malagrazia. Certo, nessuno di noi giovani redattori dell’informazione televisiva di allora – i tardi anni cinquanta – aveva molta simpatia per Virgoletta e per le sue pedanterie, meno che mai riconoscenza. Eppure io da quel giorno se ho voglia di una birra chiedo una birra e se non so che ora è perché l’orologio mi si è fermato domando che ora è. E invio un fuggevole grazie a chi mi ha insegnato a dire così. A chi insieme, ad altri, ha insegnato ad altri e a me che la comunicazione corretta, precisa, critica, problematica, chiara e possibilmente elegante è obbligo morale, culturale, civile. E a questo punto verrebbe quasi voglia di augurarsi che una grandinata rigeneratrice di “VIRGOLETTE” si rovesci sulla RAI, su MEDIASET e su tutte le altre piccole e grandi emittenti, per il loro bene e anche per il nostro.

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