Rigaglie: la toponomastica dei ragazzini

di Andrea Appetito (*)

Mentre cammino sulla strada asfaltata incontro una banda di ragazzini in bicicletta che parlottano tra di loro. Discutono di sentieri e di scorciatoie. Il più navigato avvisa che stanno per arrivare al Bosco di pini.

Il Bosco di pini è un giardinetto al centro di un complesso di edilizia popolare. È rigogliosa la toponomastica dei ragazzini, nelle loro mappe c’è sempre un’isola del tesoro. Mi trovo a mio agio con questo genere di mappa mundi. Per quanto riguarda la geografia diciamo infatti che sono fermo all’età evolutiva. Nel bosco però mi oriento senza difficoltà anche se a primavera inoltrata l’erba cresce rigogliosa come la fantasia dei ragazzini e copre i sentieri. A volte mi ritrovo spaesato ed è piuttosto mortificante per uno che crede di conoscere il bosco ma in realtà è piuttosto un agrimensore. Ad ogni modo saluto la folta compagnia del sottobosco, una banlieue di felci, ginestre, rovi che circonda la ceppaia, copre pietosamente i rifiuti e protegge rettili, volatili e roditori sfuggiti alla ceduazione selvaggia, piccoli clandestini che razzolano in cerca di cibo. Mi addentro nel bosco e sul sentiero c’è un mucchio di aculei sparsi: l’istrice deve aver avuto un grande spavento. Chissà, forse un cinghiale o un incubo notturno materializzato nella siepe di cardi spinosi che costeggia il sentiero. Mentre mi arrampico su un’ascesa stretta e ripida penso che dovrei vivere una vita più avventurosa. Invecchiando ho acquisito alcune competenze per sopravvivere a un mondo dominato dalla tecnica e dal cinismo in cui lo spirito d’avventura è affidato all’algoritmo. Dovrei avere pensieri più arditi, una capacità di sentire simile al fogliame dei castagni che ora veleggia sul cielo azzurro. Tutte le cose hanno un’interiorità, scriveva Empedocle nel suo poema Sulla natura. Non solo le cose che hanno occhi, ma ogni cosa. È il nostro sguardo l’anima del mondo? Tutto quello che esiste riceve profondità dallo sguardo? Cosa accadrebbe se non guardassimo più il mondo, se non ci lasciassimo più guardare? Non si tratta dello specchio (il quale ha a che fare con la civetteria) ma di uno sguardo che disfa, disorienta, spaesa e ci dona un’interiorità. Uno sguardo che non è promessa ma è già avventura. Uno sguardo che anima e completa. Anni fa ho scritto due righe che poi ho infilato dappertutto ma senza realmente sapere cosa farci, solo perché sentivo che avevano a che fare con qualcosa di misterioso e irrisolto, almeno per me. Dicevano più o meno così. Un uomo perduto nella campagna deserta viaggiava tra i cardi e i chenopodi senza sapere dove andare. Quando a un tratto sentì i passi di un uomo, la gioia lo colse all’improvviso. Erano i passi del suo assassino. Abbiamo bisogno di essere guardati, persino dalla morte che viene a prendersi la nostra vita. Fortunato chi ha ricevuto anche solo uno sguardo d’amore, ma fortunato anche chi ha incrociato uno sguardo d’odio. Il non essere guardato, il non entrare mai nello sguardo dell’altro è il buio dell’interiorità. Osservo una felce per metà illuminata dal sole e per metà in ombra e penso che dovrei guardare di più e lasciarmi guardare da ogni cosa con imbarazzo, con desiderio, con paura, con la giusta misura. Nel mondo plasmato e dominato dall’«equivalente generale» le cose hanno solo un prezzo. Guarderò di più e mi lascerò guardare con un po’ di pudore. Chi guarda il più profondo infatti ama il più vivo. 

L’IMMAGINE è del film «La doppia vita di Veronica» girato nel 1991 da Krzysztof Kieślowski.

(*) Dal 9 gennaio la domenica in “bottega” trovate «Rigaglie» ovvero recensioni molto velate o riflessioni stimolate da una citazione iniziale. Qui le ultime quattro: Rigaglie: a domani, Rigaglie: le balene e il mio magone, Rigaglie: alla forza di gravità e Rigaglie: ai fiori di primavera

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *