Rimatriare l’amore

di Beppe Pavan (da «Uomini in cammino» 2/2012)

Al convegno «Culture indigene di pace» (www.associazionelaima.it) che si è svolto a Torino nei giorni 16-18 marzo 2012, ho respirato aria di Mary Daly: ho sentito parole nuove, desideri e proposte che si incarnano in parole nuove e in significati nuovi per parole usate.

Rimatrio/rimatriare subito mi sono suonate ostiche: avevano una strana assonanza con “rimpatrio/rimpatriare”… ma nello stesso tempo le sentivo profondamente diverse. Continuo a rigirarmele dentro, da allora, soprattutto nell’espressione che contiene un complemento oggetto: rimatriare l’amore. Qui il pensiero sembra smarrirsi, per ritrovarsi agli inizi dell’avventura umana: l’amore lo impariamo dalla madre, da sempre. Eppure l’abbiamo fatto diventare un evento maschile: il dio maschio è amore; i preti, più di chiunque altri al mondo, sanno e predicano cos’è l’amore e com’è lecito amare… Hanno “impatriato” l’amore. Addirittura c’è chi, come Franco Barbero, sulle orme del profeta Osea, ha dotato Dio di mammelle, per poterne parlare meglio con espressioni materne (vedi «Le mammelle di Dio», quaderno n. 1 della rivista «Viottoli» della Comunità di base di Pinerolo). Intenzione apprezzabile, senza dubbio, ma dall’esito incerto. Basterebbe superare la maschilità di Dio “rimatriando l’amore” e riflettendo che «all’inizio non può esserci che una donna» per l’umanità… e femmine dovunque. Matricentricità: «Il grembo da cui tutti e tutte abbiamo origine ci chiede di mettere al centro del nostro sguardo il germoglio, anziché il seme» ha detto Bernadette dei Khoe San africani, uno dei popoli più antichi della terra.

Rinunciando alla violenza patriarcale (vedi «Quando Dio era una donna» di Merlin Stone, edizioni Venexia) possiamo riutilizzare il termine matriarcato nel suo significato proprio di “arché” = principio, inizio: in principio non c’era il logos, ma la madre. Perché, a differenza del patriarcato, che significa soltanto “dominio del padre”, matriarcato significa, oltre che “dominio della madre” (caro agli antropologi maschi) «in principio erano le madri»; solo con questo secondo significato continueremo a usarlo (condivido e faccio mia questa proposta di Bernadette).

Luciana Percovich ci ha poi suggerito di riflettere su altre due parole:

        1. Universalità”, che deriva dal latino uni-versum = girato in una sola direzione fra tutte quelle possibili; il Dio unico e maschio ne è il simbolo più potente.

  1. Aggressività”, dal latino ad-gredior = mi muovo verso; solo nel Medioevo assume il significato di “mi muovo contro”. «Mi muovo verso» è pulsione di curiosità per entrare in relazione con ciò che ci circonda: è pulsione positiva. Le culture indigene di pace l’hanno compreso a fondo e hanno organizzato la società con un uso positivo di questa energia.

Passaggio decisivo, una vera “pasqua”, è per me entrare in questa matria, dove si sta bene, dove nessuna (o quasi) si fa chiamare maestra, ma dove vivono le nostre vere maestre e guide per la vita, individuale e del mondo. Non è forse quello che Matteo (23.8) fa dire a Gesù: «Non fatevi chiamare maestri»? Quanti uomini e quante donne ci sono maestri e maestre di vita… ma guai a chi “si fa chiamare” così! Vogliono imporsi e dominare sulle coscienze altrui, attirandoli/e con la seduzione in una relazione di dipendenza.

Ma non basta. L’invito è anche per noi, a non chiamare nessuno/a maestro o maestra, per non instaurare con loro una relazione di sudditanza. Che, se è formativa e naturale nell’età della crescita, cessa di esserlo nell’adultità: non è positiva una formazione che non sia finalizzata alla libertà di pensiero, all’autonomia nelle scelte di vita.

Impariamo, piuttosto, l’ascolto reciproco nei confronti di tutti e tutte, perché non dobbiamo avere pregiudizi. Seguendo un maestro o una maestra ci priviamo delle ricchezza di una pluralità di risorse per la nostra crescita pienamente umana. Quante donne – antropologhe, filosofe, teologhe, poete, scienziate… – scrivono e dicono cose fondamentali per una diversa e nuova civiltà delle relazioni, per un mondo di pace e di giustizia, che la tradizionale cultura gerarchica e patriarcale non si è rivelata capace di costruire! Eppure chi, tra gli uomini, legge, studia, diffonde quei libri e quelle ricerche? Pochi, troppo pochi! E il mondo continua ad andare alla deriva…

Il gelsomino giallo aveva due lunghi rami che sembravano secchi, uccisi dal gelo… Uno si sta rimatriando, ha cominciato a emettere piccoli germogli, che ora sono ciuffetti di foglioline e diventeranno fiori…

la redazione di«Uomini in cammino» è presso Beppe Pavan – corso Torino 117 – 10064 Pinerolo (carlaebeppe@libero.it). Una copia della rivista a chiunque la chieda, sia in formato cartaceo che web. Altre info su www.maschileplurale.it

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