Ritorno a Reims

di Alberto Prunetti (*)

Recensendo «Retour à Reims (Fragments)» Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate. Eppure queste biografie operaie aiutano a liberarsi dalle zavorre che ci portiamo dietro

 

Da un po’ di giorni ricevevo inviti a guardare il documentario francese Retour à Reims (Fragments) di Jean-Gabriel Périot. E sempre mi sottraevo. Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente.

Certo, me n’ero andato dalla mia città natale, con il suo altoforno che languiva e gli alti tassi di disoccupazione. Ma ero rimasto nella classe lavoratrice, saltando dalla padella alla brace, finendo a pulire cessi a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale. E quando ho provato a raccontare le mie disavventure working class in Gran Bretagna, un giornale conservatore, il Daily Mail, mi ha descritto come un «very sweary, grizzled old Italian Lefty», ossia un «volgare sinistrorso attempato», con il sottinteso che gente come me non dovrebbe scrivere libri ma stare al suo posto, a condire pizze con l’ananas e il prosciutto cotto.

Prima della visione

L’altro elemento che mi preoccupava era la ricezione da parte della classe media di opere culturali prodotte da autori con un background working class. Non è un problema solo delle opere di Eribon o Éduard Louis. Riguarda in forme diverse un po’ tutti. La narrativa working class rischia una paradossale eterogenesi dei fini. I memoir di donne proletarie abusate, che per le autrici hanno un valore terapeutico, alimentano il voyerismo middleclass di chi compatisce le vite dei poveri. Trainspotting di Irvine Welsh ha spedito nel fine settimana tour di studenti universitari ricchi a fare il poverty safari in Scozia per poi tornarsene con l’hangover nelle loro confortevoli case del sud dell’Inghilterra. E una mia inchiesta sulla malattia professionale di mio padre, Amianto, spesso mi garantisce una serie di pacche sulle spalle da persone che mi vogliono vedere come una vittima e non come uno che vorrebbe mettere a fuoco i privilegi di classe.

Stiamo insomma attraversando un periodo interessante per la letteratura working class, ma la strada è tutt’altro che in discesa. Aumenta l’impatto nell’industria culturale mainstream delle storie working class (penso a Maid di Stephanie Land e a Shuggie Bain di Douglas Stuart); si abbassa il livello di testosterone delle storie proletarie e la classe si intreccia sempre di più con altre forme di oppressione, come quelle di genere e di race. Viene meno la narrativa della rissa fuori dal pub e si mette in discussione la mascolinità tossica anche in ambiente operaio. Il rischio però è che queste storie di classe operaia passino attraverso un processo di normalizzazione che le renda accettabili agli occhi dei lettori di classe media, togliendo loro ogni elemento sovversivo. La storia di un ragazzo che soffre perché vede la propria omosessualità stigmatizzata in ambiente operaio e accettata nel passaggio verso la classe media, come accade nei memoir di Eribon e in quello di Eduard Louis, rischia di confortare il lettore middleclass sulla propria superiorità morale, demonizzando la classe operaia e presentando la borghesia come un luogo di emancipazione (Il film Pride in questo senso va nella direzione opposta, perché mostra la possibilità di cercare un’alleanza tra politiche di classe e di identità).

Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere. Ma dobbiamo riflettere sulla possibilità che la middleclass si appropri delle nostre storie e le usi per fini diversi da quelli per cui le abbiamo scritte. Ad esempio, raccontando storie working class, rischiamo di entrare nel paradigma della vittima, o del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta» (in cui mi espongo con il mio 108 metri) o del criminale che si mette il passato alle spalle (The Young Team di Graeme Armstrong, altro libro grandissimo di questa stagione di letteratura working class). Insomma, qualsiasi mossa facciamo come autori di classe operaia, ci esponiamo alla possibilità di alimentare il mito del deserving poor vs l’underdeserving poor, del cherry picking, della ciliegia buona nel mazzo delle cattive.

Dobbiamo cominciare a combattere contro questo rischio, cercando di fissare dei paletti per evitare che le nostre opere subiscano un framing middleclass. Non è sempre possibile, ovviamente. Lo fa bene Cash Carraway, quando si rivolge al lettore di classe media del suo memoir Skint Estate accusandolo di voyerismo. Lo fa Éduard Louis riprendendo il filo della sua storia e raccontando quel padre, presentato come un perpetratore dell’ideologia reazionaria e eteronormata, in maniera completamente diversa, più umana, in un’opera successiva a quella del suo esordio: Chi ha ucciso mio padre (Qui a tué mon père). Lo fa spiegando come l’adesione del padre operaio a ideali di suprematismo bianco e di nazionalismo e di omofobia era il risultato di una pressione enorme esercitata sulla classe operaia: il tentativo di cooptare una parte della classe operaia bianca, legandola a quello che più assomigliava ai suoi sfruttatori, ossia il fatto di essere maschi. Depistando la violenza di classe verso il basso. Patriarcato, razzismo e suprematismo bianco sono forze che possono distruggere la solidarietà di classe. Come ci spiega benissimo questo adattamento cinematografico del notevole memoir di Didier Eribon.

Primo movimento

Ma cominciamo con ordine. Tutte queste cose alla prima visione non mi sono venute in mente. Anche perché il film mi ha preso assolutamente in contropiede. Invece di una narrazione solista, mi sono trovato di fronte un racconto corale, polifonico, raccontato col montaggio – suprema arte proletaria, da Eizenstejn fino all’ultimo dei saldatori – di voci di archivio, prelevate da materiale documentaristico e cinematografico francese, sorrette da un frame teorico che risente della lezione di Bourdieu. Voci che risuonano nella mia testa con timbro fin troppo familiare. Scene di famiglia. Endogamia di classe. Gli operai si sposano tra di loro perché la classe media non spreca il capitale familiare accumulato. Gli operai e le operaie si innamorano ai balli popolari. Scene di balli, interviste a giovani donne di classe operaia.

Non posso non pensare alla mia famiglia. Mio padre e mia madre si sono conosciuti proprio in un posto come questo: una sala da ballo popolare. Un’operaia bella dice che vuole sposare un operaio, ma deve essere bello anche lui. Non posso non pensare ancora alle foto di famiglia. Alla bellezza strafottente di mio padre, che a vent’anni sembrava un cowboy del metallo e che alla fine dei suoi giorni in tuta blu diventerà un rottame da cui la sanità pubblica si sbrigherà a togliersi il peso con la diagnosi di un tumore polmonare. Il corpo degli operai ci dice la verità sulle loro vite. La loro bellezza si consuma, raschiata via dalle macchine, troppo presto. Essere di classe operaia non è solo una definizione da salario e indicatori economici: vuol dire essere qualcuno a cui è stata rubata la bellezza dalla vita.

Il film continua ma ormai la mia visione segue le dinamiche di contemplazione di uno sguardo interno. Le immagini sulla pellicola rimbalzano dalla mia retina al cervello e non riesco a permettermi lo sguardo esterno, oggettivo, borghese, di chi può guardare un film del genere a titolo informativo, espositivo o militante. Detta in altro modo, per me ogni fotogramma è una ferita di classe che sanguina e la voce off, femminile, assume una forza ipnotica e fa da contrappunto alla coralità delle voci proletarie dell’archivio.

Adesso – Bourdieu docet – si continua con la riproduzione sociale e l’esclusione dei figli dei proletari dal mondo della cultura. Sono immagini di bambini francesi quelle sullo schermo ma io continuo a pensare a mia madre, ai suoi racconti sulle medie separate, al suo desiderio di studiare che si è arenato nel sapere utilitaristico di una scuola professionale in cui anche la matematica era insegnata, come recitava il titolo di un suo vecchio manuale che ho trovato in un cassetto, «per l’avviamento industriale femminile». Mentre mio padre esce dalla scuola a testa alta, da uomo fatto, per iniziava a lavorare a 14 anni. Ingiustizie, un mondo di ingiustizie. La madre di Eribon commenta un licenziamento e la voce off ci dice: «da allora provo odio per le relazioni gerarchiche e di potere». Quanta empatia c’è in quell’odio di classe.

I fotogrammi scorrono. Arriva il momento più commovente. La situazione delle donne operaie è ancora più oppressiva di quella dei loro mariti. Le donne proletarie si fanno carico del lavoro di cura domestico e non retribuito e mancano di quei momenti fondamentali di socialità operaia che permette ai lavoratori maschi di andare avanti, con qualche sollievo emotivo: il bar, il bistrot, le sigarette con gli amici parlando di calcio e politica. Il sabato pomeriggio degli operai.

Ma la depressione operaia è dietro l’angolo. La voce di un operaio, associato a un’immagine di catena di montaggio, mi fa venire in mente Lulù di La classe operaia va in paradiso. Ma è meno spaccone del personaggio di Gian Maria Volonté. Le sue parole scavano dentro la coscienza ferita: «Sei come una macchina. Le mani mi fanno male. Quando cambio la bambina, non riesco a slacciarle i bottoni. Ci hanno mangiato le mani. Faccio fatica a scrivere, è difficile esprimersi. Quando non parli per 9 ore di seguito, hai così tanto da dire che non riesci a dire nulla. Hai paura. Noi sopravviviamo. In media un operaio vive 59 anni».

59 anni. Mio padre, dopo aver lavorato una vita da saldatore, è morto a 59 anni per un tumore professionale causato dall’amianto. 59 fottuti anni. Un operaio vive in media quindici anni meno di un impiegato, anche di piccola classe media.

A 50 anni mio padre ne dimostrava 70. A 20 anni era bello come un cowboy del metallo. A 50 anni aveva la tavola di Mendeleiev tatuata sui polmoni e sembrava un vecchio devastato, con gli occhi spenti, senza più la luce piena di irriverenza verso i quattrinai degli anni della sua giovinezza.

La classe sta nel corpo, è embodied, sta sotto la pelle, under your skin, come ha scritto la femminista britannica Annette Kuhn. A chi vi dice che le classi sociali non esistono, fate vedere il corpo di un operaio, di un’operaia di sessant’anni. Le ferite di classe incistate nel corpo degli operai che invecchiano. «Il corpo di una donna operaia quando invecchia mostra tutta la verità dell’esistenza delle classi», dice la voce off di Retour a Reims. Mi infilo in una deriva di pensieri, incalzato dalla voce di un adolescente che declama parole meravigliose: penso che una società sarà giusta quando anche gli operai saranno felici. Qui finisce il primo movimento dedicato alla classe operaia, quella classe destinata ad abolire lo stato delle cose presenti nel nome del suo universalismo.

Secondo movimento

E comincia il secondo movimento. Meno emotivo. Più espositivo-argomentativo. Il tema diventa quello della rappresentanza politica del mondo operaio. Del tradimento dei partiti e dei sindacati che, nati nel movimento operaio, hanno virato verso la classe media, sulla base del presupposto che «la classe operaia non esiste più». In realtà in tanti hanno fatto il funerale alla classe operaia – come ci ricorda Richard Hoggart nella sua introduzione all’edizione del 1989 di The Road to Wigan Pier di George Orwell – ma la bara era sempre vuota. Eppure in lustri di neoliberismo si è ripetuto come una litania il mantra tatcheriano per cui le classi non esistono: la società è un sistema omogeneo, da gestire con tecniche di management, senza che ci sia un conflitto di interessi contrapposti tra gruppi sociali distinti. Smantellata la classe e atomizzati i lavoratori, la forza operaia si spegne e si scopre impotente. L’impotenza genera rabbia e frustrazione. La forza di un tempo si rivolgeva contro il padrone e l’oppressore; la rabbia e la frustrazione sono incanalate contro i deboli e gli impotenti. La forza degli operai diventa maschilismo che colpisce le donne operaie, o i deboli della propria classe: i lavoratori immigrati. Così, spinti dalle destre, si finisce per diventare traditori di classe. E quando si cerca una ricomposizione nell’astrazione generale, invece che alla classe si guarda alla nazione. Di qui le tendenze verso il suprematismo bianco di certi settori della classe operaia. La destra in fondo ha fatto il suo gioco: ha colto la disperazione della gente comune e ha provato a deviarla verso i propri obiettivi, a difesa dei ricchi. La sinistra istituzionale, gentrificata, se ne sbatte della disperazione della gente, è diventata un partito di persone istruite che fanno scelte di consumo illuminate. Alimentando sempre di più il rancore degli oppressi.

Cattivi umori attraversano il secondo movimento della pellicola. Mark Fisher parlerebbe di giustizia negativa: che capiti agli altri quel che è capitato a me. Il razzismo, soffiato sulle ceneri del rancore dalla destra, guadagna campo. Non che elementi di conservatorismo – e il film lo spiega bene – non esistessero da sempre nel mondo operaio. Ma erano sussurri che non diventavano la base per campagne di mobilitazione politica, perché i partiti e i sindacati mobilitavano le energie dal basso verso l’alto, contro le imprese e il padronato. Oggi la destra cerca di occupare lo spazio retorico della sinistra per «difendere i lavoratori», dividendo la classe operaia sul fronte della linea del colore, per mobilitarla contro gli stranieri.

Un tempo famosi per la loro generosità e solidarietà, così lontane dall’utilitarismo commerciale e dall’individualismo dei borghesi, oggi gli operai sono raccontati come gretti, ignoranti e meschini. Ma non è così: ci stanno demonizzando. Mi viene in mente una citazione di Dorothy Allison. «Ci chiamano anche ceti bassi, plebaglia, classe operaia, poveri, proletari, pezzenti, rifiuti umani o feccia. Da tutto questo so far nascere storie», scriveva Allison in Due o tre cose che so di sicuro.

Ecco, di sicuro io so che dobbiamo tornare a Reims, alle nostre dannate città operaie, e riprendercele.  Dobbiamo raccontare della classe operaia anche la luce e non solo le ombre e smettere di pensare che la borghesia possa essere un luogo di emancipazione. Dobbiamo pensare a una classe operaia che sia anche intersezionale e queer, che lotti contro il patriarcato e l’eteronormatività. Con l’immaginario, con l’attivismo, con la forza delle nostre storie. Perché siamo il fottuto sale della terra e dobbiamo avere l’ orgoglio di resistere a una sinistra di persone bennate che ci tratta con condiscendenza e a una destra che avvelena i pozzi della solidarietà operaia.

Non so se è uno spin off del film che ho visto io, ma mi immagino che le storie raccontate da Didier Eribon, da Éduard Luis, dalla stessa Annie Ernaux, invece di rassicurare il lettore middleclass sulla presunta superiorità etica della classe media, servano a spronare la classe operaia sulla necessità di liberarsi dalle zavorre del sessismo, dell’eteronormatività, del razzismo, del patriarcato. Che esistono in tutte le classi, non solo in quella operaia. Mi immagino questi autori e queste autrici francesi lottare per una classe operaia nuova che può illuminarsi dalle loro traiettorie biografiche, senza sentirsene schiacciata. Che in queste opere veda la possibilità di ricostruire un nuovo immaginario. Come diceva David Graeber, lui stesso nato in una famiglia della working class statunitense, con l’immaginario le classi popolari si prendono cura di sé stesse. Prendersi cura di sé, fare della working class una caring class, riprendere percorsi di coscienza e di solidarietà di classe, lottando contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’eteronormatività e i ricchi di merda. Ecco due o tre cose che di sicuro dobbiamo fare, con i conflitti sociali e con i romanzi, con gli scioperi e con l’immaginario working class. Coi piedi sempre dentro la classe.

(*) Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore di Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2020), 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (Alegre, 2014). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.

https://jacobinitalia.it/ritorno-a-reims/

QUI il film completo, su Arte.tv, con sottotitoli in italiano

Redazione
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2 commenti

  • Valentina Gentile

    Non ho visto il documentario che andrò a vedere sicuramente, ma volevo ringraziare Alberto Prunetti, per l’attenta analisi e condivisione del fenomeno del razzismo dal suo punto di vista che non avevo mai considerato, restituendo una prospettiva trasversale e “laterale” di alcuni fenomeni sociali del nostro paese che andrebbero approfonditi e condivisi il più possibile, dando già solo con la loro esistenza una testimonianza di una complessità che è sempre più ridotta, semplificata, rifiutata, anche da quella politica che estremizza e esalta soluzioni radicali e definizioni semplicistiche. Manca questa voce e invece ci vuole!

  • Gian Marco Martignoni

    Avevo letto il sofferto ” Amianto ” di Alberto Prunetti, e mi aveva colpito la sua capacità di restituirci narrativamente una vera storia operaia. Pertanto, condivido la necessità di riprendere con convinzione l’immaginario delle classi popolari, poichè la voglia di riscatto e di un futuro dignitoso è enorme .

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