Ron Hubbard: fantascienza e scientologia

di Gian Filippo Pizzo

Hubbard

La recente pubblicazione di un saggio sulla scientologia (*) ci stimola a occuparci del suo inventore, Ron Hubbard, con lo scopo precipuo di distinguerne la sua produzione fantascientifica. Come ha scritto Roberto Genovesi «qualsiasi giudizio a proposito della dottrina scientologica, positivo o negativo che possa essere, non riesce, come alcuni hanno tentato di far credere, a cancellare l’enorme lavoro che ha fatto per la letteratura fantastica».

Nato nel 1911, il 13 marzo, a Tilden nel Nebraska, Ron Lafayette Hubbard studiò all’università George Washington, poi alla Princeton e quindi alla Sequoia University, conseguendo nel corso degli anni il baccellierato in ingegneria civile nel 1934 e il dottorato nel 1950. Fece il suo esordio come scrittore di science fiction nel 1938 all’età di 27 anni sulla rivista Astounding con il racconto «The dangerous dimension» ma già aveva alle spalle una solida carriera di narratore e articolista, specializzato in racconti di avventura e di esplorazione (era egli stesso membro dell’Éxplorers Club
di New York, pilota di aerei, e fra il Trenta e il Quaranta partecipò in queste vesti a importanti spedizioni, che lo portarono dai Caraibi all’Alaska).
Come si sa, fu proprio nel 1938 che esordirono alcuni fra i massimi scrittori di sf, da Asimov ad Heinlein a Sturgeon, e furono loro, Hubbard compreso, a caratterizzare quel felice periodo che parte dalla vigilia della Guerra Mondiale e che fu segnato dalla personalità del direttore di
Astounding, John W. Campbell jr. Fu in questo periodo – l’età d’oro della Sf – e nel quinquennio successivo che Hubbard diede il meglio di sé, pubblicando un buon numero di romanzi e racconti, tanti da dover ricorrere a vari pseudonimi: René Lafayette fu il principale, anche se il più scoperto (ma forse per questo le opere firmate Hubbard recavano solo le iniziali dei nomi) ma furono usati anche Kurt Von Rachen, Frederick Engelhardt, Frankie Rohne e molti altri rivelati solo di recente.

Al primo racconto ne seguì subito un altro, «The tramp», poi l’anno dopo ecco il primo romanzo, Schiavi del sonno, e via via, attraverso opere come Le quattro ore di Satana, L’uomo che non poteva morire, L’ultimo vessillo, si arriva al 1950, quando appare il suo capolavoro, Ritorno al domani. A questo punto, Ron L. Hubbard smette di scrivere per dedicarsi alla diffusione della dottrina che aveva intanto elaborato, la dianetica. Solo molti anni dopo, nel 1980, per celebrare il cinquantennio dell’attività di scrittore, ritornerà alla fantascienza con il ciclo «Battaglia per la Terra», al quale abbinerà addirittura un disco con musica composta da lui stesso – forse primissimo caso di ‘colonna sonora’ di un romanzo! – ed eseguita da vari artisti, tra cui il famoso pianista jazz Chick Corea. Seguirà una decalogia (!) cioè «Missione Terra», l’ultima sua fatica prima della morte che lo colse il 24 gennaio 1986.

Diamo un’occhiata più da vicino ai romanzi. Schiavi del sonno è un viaggio nella fantasia, ambientato nel mondo delle Mille e una notte, simile a certe opere scritte da De Camp e Pratt; come i tre successivi apparve infatti su Unknown, la rivista di fantasy parallela ad Astounding, diretta sempre da Campbell. Le quattro ore di Satana e L’uomo che non poteva morire appartengono a quel genere di horror psicologico che avrà il suo miglior esponente in Robert Bloch (autore di Psyco) e in tempi più recenti in Stephen King. Nel primo l’archeologo James Lowry cerca di ricostruire quello che ha fatto durante quattro ore in cui è stato colpito da amnesia; scoprirà che in quel periodo sono stati commessi delitti e che forse egli ha agito sotto l’impulso di esseri sovrannaturali. Nel secondo, il protagonista stringe un patto col diavolo, in virtù del quale ottiene di essere risparmiato dagli incidenti che si verificano attorno a lui, ma a prezzo della vita di coloro che gli stanno accanto; quando riesce finalmente a morire, il suo potere viene ereditato dalla moglie.
La trama fra le nubi narra l’inglobamento di un personaggio contemporaneo, un musicista, in un romanzo storico ambientato nella Spagna del Seicento, e sotto la trama divertente si può scorgere un discorso più serio, metaforico, sui rapporti tra uomo e dio. Di fantascienza pura sono invece gli altri due romanzi: L’ultimo vessillo (noto anche come II Tenente) è un «truce ma efficace ritratto di una ‘presa di potere’ in Inghilterra da parte di un semplice tenente dopo una guerra nucleare» (G. Montanari) e della riorganizzazione inglese contro il decadentismo degli Stati Uniti. Il romanzo fu accusato all’epoca della sua prima edizione italiana di militarismo; in realtà Hubbard non è poi così militarista, come dimostrano i racconti satirici del ciclo di Old Doc. Certamente il romanzo lo è, così come lo sono certe opere di Heinlein, ma in entrambi i casi andrebbero fatti alcuni distinguo (sul ruolo dell’individualismo, sulle differenze culturali e politiche fra Stati Uniti ed Europa, eccetera) che rimandiamo a un’altra occasione. Comunque L’ultimo vessillo si legge bene per la stringatezza dello stile e l’efficacia delle descrizioni. Quanto a Ritorno al domani, deve il suo grande fascino all’abilità narrativa di Hubbard,che riesce a descrivere con estrema efficacia la vita e i problemi psicologici degli astronauti del futuro, i quali (nel rispetto delle teorie einsteiniane) faranno viaggi che per loro durano solo poche settimane mentre sulla Terra saranno passati decenni, tanto che l’ultima ragazza lasciata al successivo ritorno sarà ritrovata nonna.

Ci sono opere minori cioè i racconti e romanzi brevi spesso costituenti serie tematiche: quella del Vecchio Doc, quello della Conquista dello spazio, quello dei Kilkenny Cats. Quanto alle opere più recenti, è curioso notare come si tratti di rutilanti opere spaziali, chiaramente ispirate al successo dei film di Guerre Stellari (che però hanno il grande vantaggio delle immagini) nello stile di quelle che venivano scritte negli anni Trenta e che tutto sommato non appartengono del tutto al mondo dell’Hubbard di allora, più preoccupato di scrivere «di uomini e non di macchine». Battaglia per la Terra (poi diventato un film: vedi scheda sotto) vede il nostro pianeta invaso da mille anni dagli alieni psychlos, che ci considerano solo animali, e narra le avventure di Goodboy Tyler per affrancare i terrestri e riportarli alle antiche glorie. Di Missione Terra possiamo accennare che si tratta di una spumeggiante commedia satirica a sfondo fantascientifico, secondo quanto sostenuto dallo stesso autore. Ha scritto comunque Mariella Bernacchi: «È il caso di ribadire che Hubbard quando ci si mette non scherza. Anzi, scherza come nessuno ci è mai riuscito».

Come si è visto, qualunque fosse la trama dei racconti di Hubbard, quale che fosse l’idea alla base della storia (per le quali in ogni caso bisogna riconoscergli una splendida inventiva e una notevole capacità di saper tessere attorno un racconto) egli aveva una particolare attenzione alla caratterizzazione dei personaggi (stilisticamente invece pare che avesse una scrittura molto veloce e non riguardasse mai i manoscritti, cosa che spiega le parecchie incongruenze rilevate nelle sue storie) e al delineare con precisione i loro moventi e le loro psicologie. Questo interesse fece sì che, fra il 1946 e il 1948, egli coniugasse le teorie freudiane con la semantica generale di Alfred Korzybski, ottenendo la teoria della dianetica (dal greco, “attraverso la mente”): una «scienza mentale» che consente di eliminare i disturbi psicosomatici «e aumentare almeno di un terzo le capacità (…) dell’individuo». Della semantica generale si conosce l’uso che ne fece Van Vogt nel suo ciclo del Non-A e quest’uso dovette certo influenzare Hubbard, il quale vide nel protagonista di Non-A, Gilbert Gosseyn (= “go sane” cioè diventa sano) il prototipo dell’uomo “pulito” cui tende la dianetica. E non è certo un caso che lo stesso Van Vogt, dopo aver letto lo scritto del suo collega – che apparve su Astounding (che nel frattempo aveva mutato nome in Analog) nel maggio 1950 – aderì alla dianetica divenendo capo della Chiesa di Chicago e smettendo di scrivere per oltre un decennio.

Ma il punto è ancora un altro. È che in racconti ancora precedenti di Hubbard si trovano in germe le teorie della dianetica. Ora, è vero che si può benissimo trattare di quella interrelazione tra scienza e fantascienza di cui parliamo sempre, che vede i narratori ispirarsi alle novità tecnologiche e gli scienziati stimolati dalle idee fantascientifiche, ma è anche vero che la dianetica (e la scientologia, che da quella deriva pur con rituali mistici e una struttura di tipo massonico – per essere classificata come «chiesa» e non pagare le tasse!) può essere tutta una invenzione. Ha scritto infatti tra gli altri John P. Brennan: «La scientologia rimane la suprema science fiction di Hubbard».

BATTAGLIA PER LA TERRA

(Battlefield Earth, A Saga of the Year 3000, USA 2000, 110 minuti, C)

Regia di Roger Christian.

Sceneggiatura di Corey Mandell e J. D. Shapiro dal romanzo di Ron L. Hubbard Battlefield Earth, 1982 (Battaglia per la terra, Rizzoli 1986; New Era Publications 2000).

Con John Travolta, Barry Pepper, Forest Whitaker, Kim Coates.

Più che brutto, questo film potrebbe essere definito in altre maniere: banale, stupido, inutile, e persino offensivo nei riguardi dell’intelligenza degli spettatori. D’altra parte, non è che il romanzo d’origine fosse meglio, tanto che all’epoca della sua prima uscita in italiano non l’abbiamo neanche finito di leggere. Ron Hubbard è stato autore di successo negli anni Quaranta, ma oggi le sue opere non reggono più (a parte un paio ancora leggibili, come Le quattro ore di Satana o il reazionario L’ultimo vessillo) e tutto sommato la sua creazione fantascientifica migliore è stata la Dianetica, poi sfociata nella Scientologia, una setta pseudo-religiosa (sempre nelle mire della magistratura di tutto il mondo) che lo ha reso miliardario. Non si è mai capito perché agli inizi degli anni Ottanta sia tornato a scrivere, proponendo addirittura una saga in dieci romanzi, stilati secondo i canoni della fantascienza avventurosa anni Trenta e quindi solo per questo improponibile. Ancora meno si è capito perché John Travolta – seguace della chiesa di Scientology – abbia voluto fare questa pellicola, che propone – e male – situazioni già viste altre volte (persino la musica riecheggia quella di Guerre stellari). Il film è sconsolatamente becero, goffo, inattendibile, scarsamente coinvolgente anche a livello tecnico; se ne vedono di tutti i colori, dai selvaggi che di punto in bianco possono pilotare caccia agli alieni simil-klingon fin troppo umani nei loro atteggiamenti, a parte la stupidità (per tutto il film non si può fare a meno di chiedersi come una razza aliena così stupida abbia potuto conquistare il mondo). Soprattutto, una sceneggiatura con dialoghi ai limiti dell’idiozia e una performance di attori tra il cagnesco e il ridicolo involontario, specie nel caso di Travolta, grottesco alieno mal doppiato La trama merita solo un accenno: la Terra dell’anno 3000 è stata conquistata dalla razza aliena dei Psychlon, che ne sfruttano le ricchezze minerarie, mentre la razza umana è regredita a livello brado. L’umano Tyler, particolarmente intelligente e audace, riesce a guidare la rivolta contro gli invasori. (G. F. P.)

(Scheda da «Mondi paralleli: la fantascienza dal libro al film», di Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro, Edizioni della Vigna 2011)

(*) Il libro a cui si riferisce Pizzo è «La prigione della fede» di Lawrence Wright (nell’originale «Going Clear»: sono 530 pagine per 28 euri, tradotto da Milena Zemira Ciccimarra per Adelphi). Ne ho letto una recensione stimolante, del sempre ottimo Tommaso Pincio, sull’ultimo «Alias domenica», supplemento settimanale de «il manifesto»: varrà riparlarne. Già che ci sono intervengo sul primo caso di “colonna sonora” segnalato da Gian Filippo Pizzo per segnalare il secondo (ma potrei sbagliare) nel bellissimo romanzo «Sempre la valle» di Ursula K. Le Guin che uscì nel 1985 – e nel 1986 fu tradotto da Mondadori purtroppo con scarso successo – con allegata la cassetta «Musica e poesia dei Kesh» (13 brani: parole di Ursula Le Guin e musica di Todd Barton). Quel che penso dell’Hubbard scrittore lo scriverò magari in un’altra occasione: comunque per me «Il tenente» non è solo militarista ma orribilmente nazista. Sul versante Scientology chiedo a chi ne sa più di me… di intervenire in “bottega” visto che i suoi seguaci continuano a dragare enormi quantità di soldi (la loro nuova sede a Milano – segnalava «Il fatto quotidiano» del 31 ottobre – è costata 25 milioni di euro) oltreché a infastidire il buon senso. E’ evidente, almeno per chi segue questa “bottega”, che dell’Hubbard filosofo e capo di sette io penso tutto il male possibile (db).

 

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