RRS 5 – Anabasi o catabasi

La quinta puntata (*) – proposta da Walter Catalano – di una Round Robin Story (**) che sarà in “bottega” per qualche sabato

RRS-polipo5

– …Anabasi o, forse meglio, catabasi. Ma in fondo che importa ?…

Chi aveva parlato ? La voce si era persa in una nebbia fluttuante vagamente verdastra. Silenzi e bisbigli o soffi che si alternavano: un suono – sistole/diastole – che ricordava il flusso e riflusso delle maree ma che non era quello dell’oceano. Per un attimo, davvero, aveva anche stretto, o creduto di stringere fra le mani una conchiglia, una di quelle immense conchiglie del pacifico, tutta spirali e convolute. Poi anche quella era caduta o si era disciolta, come la voce, nella nebbia sempre più fitta e verde. C’era acqua da qualche parte, livida e melmosa, una specie di fiume e lui lo stava attraversando: era come sbarcare dall’altro lato di qualche posto, su una riva deserta e limacciosa.

Lui – diceva – terza persona singolare maschile. Ma lui chi? Ebbe paura. Davvero non sapeva più nemmeno chi era? La nebbia si era presa anche la sua memoria. Era conscio, più o meno, di una specie di missione, di un compito: come una ricognizione e una testimonianza; a quale scopo e per conto di chi non se lo ricordava più. Ce l‘aveva sulla punta della lingua, era a un passo, proprio lì, sotto la superficie della coscienza, ma non riusciva a ritrovarlo: il bandolo della matassa gli era sfuggito. Matassa? Quale matassa? Il peggio era non solo non avere idea di cosa gli fosse sfuggito, ma soprattutto non sapere nemmeno a chi fosse sfuggito quel qualcosa che era sfuggito.

Non perdiamo la calma. Si disse. Avanzò con passi tremanti. Due piedi (i suoi), due gambe attaccate ai piedi. Più in alto, un tronco di corpo nudo: sesso maschile; pancia leggermente prominente; pelame castano scuro, non troppo folto. Fece entrare le due mani nel campo visivo: c’erano. Due mani, grandi e ben disegnate, attaccate a due braccia moderatamente muscolose. Arrivava a vedersi fino alle spalle e, se incrociava lo sguardo, un’indistinta ombra rosa gli faceva intuire che c’era pure il naso. Se avesse trovato una superficie abbastanza lucida da specchiarlo si sarebbe visto anche il volto. Il volto di chi ? Usò le mani e si toccò: calvo, ma rasato: sentiva le radici dei peli punteggiargli il cranio, regolarmente dolicocefalo; stessa peluria sul resto del volto, regolare anch’esso: naso piccolo e corto, bocca carnosa, occhi appena sporgenti, sopracciglia folte, collo corto, non esattamente magro. Con la lingua esplorò la chiostra dentaria: accettabilmente regolare; sulla destra mancavano vistosamente un molare e un premolare, lasciando un’ampia cavità vuota. Niente di familiare. Un perfetto sconosciuto. Cercò di pensare. La risacca gli evocava correnti sottomarine… “Fleba, il Fenicio, morto da quindici giorni, dimenticò il grido dei gabbiani e il flutto profondo del mare e il profitto e la perdita. Una corrente sottomarina gli spolpò l’ossa in sussurri…”. Ma questo è T. S. Eliot… Eliot chi? Allora era lui Eliot? Era lui Fleba? Forse o forse no.

Alzò lo sguardo. La nebbia si era diradata. Il verde ora era un lucore diffuso che mostrava ampie caverne, labirintici percorsi sotterranei che si perdevano in una progressiva oscurità di fronte a lui. Alle spalle il clangore fragoroso di enormi portali che si chiudevano. Nell’aria suoni: un caos frastagliato di bisbigli, urla, risate, pianti, bestemmie (in molte lingue: si accorse di capirne diverse). Un brivido gli percorse la schiena, mentre qualcosa di remoto ma in qualche modo familiare si affacciava alle soglie brumose della sua mente : …“Quivi sospiri, pianti e alti guai/ risonavan per l’aere sanza stelle,/ per ch’io al cominciar ne lagrimai. / Diverse lingue, orribili favelle,/ parole di dolore, accenti d’ira,/ voci alte e fioche, e suon di man con elle /facevano un tumulto, il qual s’aggira/ sempre in quell’aura sanza tempo tinta,/ come la rena quando turbo spira“. Manca Virgilio, si disse. Virgilio?

Una figura zannuta e meno umana che animale gli si fece incontro con passo claudicante. Grigiastra, setolosa, incurvita, occhi giallognoli di minaccioso e straordinario lucore.

– Dove se’ tu Farfarello? – Gridò. La voce era roca e sferragliante come quella di un pupazzo meccanico.

– Qui sto Malacoda! E son meco Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane e Rubicante!

Una voce più profonda e ancora più sferragliante risuonò fra le nebbie mentre emergevano dai pinnacoli fumiganti altre simili, contorte figure.

– Dentro a la nebula di colore di fuoco io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi lo guardasse; ma non se’ tu Barbariccia! Barbariccia, non ti veggo!

Venni a quello ch’io non sapea ove io mi fosse! Et meco son Libicocco, Cagnazzo e Calcabrina! … E Scarmiglione? … Ohè Scarmiglione!

– Ohè, son qua et meco è Alichino! Ecco che la fortuna a’ nostri cominciamenti è favorevole, et hacci davanti posto homo lo quale volentieri et guida et servidor nostro ne sarà, se di prenderlo a questo uficio non schiferemo.

– Io voglio andare a trovar modo come non esca di qua entro senza esser più veduto; e per ciò stea pianamente infino alla nostra tornata.

Gli zannuti claudicarono avanti riempiendo goffamente il campo visivo di Fleba. Fleba ? Chissà perché si identificava con Fleba, morto per acqua. Forse perché, se gli era oscuro il suo passato, il suo nome, il suo scopo, restavano vivide in lui le memorie di figure, nomi, personaggi che – ne era sicuro – quel qualcuno che lui era stato aveva letto in qualche libro remoto, in giorni remoti e luoghi remoti. Pagine letterarie più vivide dei momenti oscuri e cancellati della sua vita passata. Pagine di Eliot e – a poco a poco ne era sempre più consapevole – di Dante. Uno psicodramma dantesco si svolgeva intorno a lui. Mentre le grinfie scagliose di quegli esseri grotteschi – neri, alati, armati di bastoni uncinati – gli si stringevano intorno, si chiedeva se davvero fosse in Inferno e se davvero anche lui potesse sperare in un Virgilio, una guida e un protettore nel regno di tenebra che la sua mente gli ordiva intorno.

  • Decuria de le Malebranche infiocina e scortica lo malo venuto. State in là, voi, mentr’io lo ‘nforco, prima ch’altri ’l disfaccia! – la voce sferragliante echeggiò di nuovo, minacciosa.

  • Virgilio, ora o mai più! – Pensò intensamente Fleba, alzando le braccia per proteggersi dalle fiocine uncinate che gli saettavano vicino al volto.

  • Eccomi – bisbigliò una voce accanto a lui – hai fatto bene a chiamarmi. In realtà non ti avevo mai lasciato ma aspettavo un segno esplicito da parte tua. – Poi gridò imperiosa: – Voi Malebranche, bestie dannate, tornate nelle Malebolge da cui siete usciti! Via, via!

I diavoli, goffamente come erano apparsi, si dispersero tra le nebbie mentre l’uomo sopravvenuto agitava il suo bastone nell’aria densa e vaporosa: era alto, sottile e anziano. Capelli bianchi, leggermente scarmigliati; indossava un’elegante giacca di tweed, una cravatta di seta. Quando girò il volto a suo favore, Fleba si accorse che era cieco.

  • Caro amico, non abbia paura: bisogna accogliere le idee religiose e filosofiche per il loro valore estetico e anche per quello che racchiudono di singolare e meraviglioso. Facciamo parte tutti di un gioco. La storia universale è solo la storia di alcune metafore, la storia di un uomo solo: un sogno guidato, come la letteratura.

  • Queste parole le ho già sentite…

  • Certo che le ha sentite. Si guardi bene intorno.

L’uomo battè il bastone a terra. A perdita d’occhio gallerie esagonali…

  • vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze.”… Le dice nulla ? – Il cieco sorrise. – Dunque, amico mio, lei non arriva a caso.

  • Lei è solo una citazione. Qui tutto quanto è una citazione.

  • La vita stessa è una citazione. E anche questo nostro piacevole incontro, ovviamente, è una citazione. Ma, le ripeto, lei non arriva a caso, amico mio. Il problema del tempo, della storia, dei passaggi tra un mondo e l’altro, passa per di qui, passa per l’immaginazione. La memoria dei momenti vissuti e di quelli immaginati, depositati nel gran magazzino della memoria – la mia, la sua, quella dell’universo – passano per di qua. Solo qui – quassù, quaggiù, che importa? – troverà la risposta alle sue domande. Anche a quelle che in questo momento non ricorda. Ricorderà al momento giusto. Per adesso giochi il gioco del caso. Estragga una carta dal mazzo.

  • Quale mazzo?

  • Questo – mosse il bastone intorno ad indicare la Biblioteca – Estragga un libro a caso. Il libro la condurrà nel prossimo sogno e di sogno in sogno arriverà alla verità, che pure è solo l’ennesimo sogno. Le faccio un’altra citazione: “A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna una riga, di quaranta lettere di colore nero”. Ho modificato il mio sogno eliminando la regolarità e tutte le infinite pagine senza senso, ho limitato le permutazioni innumerevoli delle lettere mantenendo solo quelle che per lei ne avrebbero uno; ho cambiato la Biblioteca introducendo il caos, il suo caos personale, il suo inconscio se preferisce. Non vi troverà la regolarità, ma le garantisco che quello che estrarrà sarà un libro vero, sensato, almeno per lei, non un elenco di lettere a caso… Provi.

  • E poi?

  • E poi avrà fatto un altro passo nella direzione giusta, cioè in tutte le direzioni. Avanti.

Fleba avanzò verso il primo scaffale. Sfiorò timidamente con la mano le costole dei libri – trentadue? – Il formato non era affatto regolare: vi erano tomi grandi e piccoli, rilegature diverse, antiche e moderne, in pelle e in tessuto, arcane pergamene e protuberanti in folio. Si lasciò guidare dal caso, dal caos. Estrasse un tomo vetusto dalla copertina rinsecchita e scrostata. Ne sfogliò le pagine e, mentre cercava di leggere il titolo, in tortuosi caratteri gotici, alzò lo sguardo sulla sua guida, come a cercare incoraggiamento: il distinto signore cieco era scomparso e al suo posto si ergeva un uomo più giovane e più alto, olivastro, snello e sinistro, alle cui spalle si proiettava sul muro, allungandosi sinuosamente, l’ombra gigantesca di un tentacolo o di una chela. Decifrò il titolo con un brivido sottile: – Abdul Alhazred, Necronomicon… – lesse in un tremito. Nell’improvviso spazio dalla geometria non euclidea echeggiò la sorda cacofonia di folli tamburi e flauti blasfemi mentre una voce che non era una voce eruttava l’empio, inconcepibile distico: – Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn. Iä! Shub-Niggurath !

[LA RRS CONTINUA fra 7 giorni]

(*) qui trovate la prima puntata http://www.labottegadelbarbieri.org/rrs-1-horty-ci-prova, la seconda RRS 2 – La Giornata della memoria e la terza RRS 3 – Phil, il cieco e la quarta xxx…

(**) Cos’è una «Round Robin Story»? E’ un gioco di scrittura… Una storia dove autori/autrici si susseguono, a turno, per scrivere “al buio” (cioè senza una sceneggiatura) pezzi di una storia; di solito chi inizia… è “condannato” anche a concludere, cioè a tirare fuori il finale.
Divertente ma difficile.

Qui in “bottega” alcune persone hanno accettato di giocare, come vedrete. Ogni sabato… finché ci saranno giocatori/giocatrici: abbiamo messo nel conto una decina di puntate, forse due di meno (diserzioni?) o forse due di più (altre pazze e altri pazzi si vogliono aggiungere?). Giocare al “buio” fa paura e affascina.

Il logo della nostra RRS – Round Robin Story appunto – è stato disegnato da Energu che lo varierà (sempre?) un poco a seconda dell’estro, del sole o no, della variabile Zyx, del vino.

Ci ritroviamo qui fra 7 giorni. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • E vai! Dibbi sarà sempre più orgoglioso di noi. Splendido Walter. Grazie

  • Concordo con Bianca. Un incubo a occhi aperti, iniziando da una situazione tipicamente dickiana, passando per T.S. Eliot e i demoni danteschi, scivolando nella Babele con Borges come Virgilio per poi comprendere che in realtá Achille e la tartaruga sono qualcosa di più di un paradosso logico… e sentire la voce del Solitario di Providence echeggiare ancora.. il tutto senza perdere il sorriso e il gusto del gioco citazionistico… wow.. walter, sei un geniaccio 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.