Santiago Maldonado e la post-verità

La denuncia di Sergio Maldonado, fratello del più noto desaparecido argentino al tempo della presidenza di Mauricio Macri, non potrebbe essere più diretta e indignata: solo due giorni prima delle elezioni politiche, il 21 ottobre, dopo 81 giorni di vergognoso silenzio, Macri ha chiamato sua madre per farle le condoglianze

di Patrizia Larese (*)

Il mistero che ha avvolto per mesi la scomparsa di Santiago Maldonado, alla fine purtroppo è stato svelato: il suo corpo senza vita è stato ritrovato il 18 ottobre nel rìo Chubut. L’attivista argentino era svanito nel nulla lo scorso 1 agosto mentre, nei pressi di Esquel (Patagonia argentina), stava sostenendo una protesta mapuche che si era conclusa con una violenta repressione da parte della Gendarmeria. Il suo cadavere, grazie ai tatuaggi, è stato riconosciuto dal fratello Sergio. La salma trovata nel fiume, intrecciata con rami d’albero, aveva indosso gli abiti scuri che il giovane portava l’ultimo giorno in cui è stato visto vivo. Il corpo si trovava a circa 300 metri dal luogo in cui i testimoni affermano di aver visto Santiago per l’ultima volta, prima che venisse portato via da agenti della gendarmeria. Non è possibile che il fiume abbia trascinato il corpo controcorrente, dal momento che il cadavere è stato recuperato dai sommozzatori a monte di dove si trovava il giorno della manifestazione. Ciò farebbe pensare alla possibilità che sia stato collocato in quel luogo durante una delle incursioni delle forze di sicurezza.

L’autopsia preliminare effettuata ha stabilito che non presentava lesioni, ma ora occorrerà chiarire le cause della morte: «Ci vorranno più di due settimane per avere i risultati finali dell’esame autoptico», ha chiarito il giudice, Gustavo Lleral, che ha assunto l’incarico del caso dopo che il primo magistrato, Guido Otranto, aveva manifestato segni di collaborazione con la Gendarmeria. Era stato lo stesso giudice Otranto a dare l’ordine di reprimere con pallottole di gomma di 9mm. la manifestazione del 1 agosto. In seguito il giudice Otranto era stato rimosso dall’incarico per richiesta della famiglia Maldonado.
Lo scorso 4 ottobre l’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani aveva chiesto alle autorità argentine di «intensificare gli sforzi» per risolvere il caso di Santiago. Il responsabile dell’UNHCR per l’America Latina, Amerigo Incalcaterra, aveva espresso la sua «preoccupazione per l’assenza di progressi nell’inchiesta sulla sparizione di Maldonado», sottolineando che risultava «prioritario stabilire le possibili responsabilità della Gendarmeria su questo fatto». Il governo di Mauricio Macri è stato accusato dall’opposizione di aver dato poca importanza alla misteriosa sparizione del 28enne o perfino di aver coperto azioni illegali della Gendarmeria.

A sostegno della famiglia Maldonado era intervenuta anche l’associazione delle madri dei desaparecidos (Madres de Plaza de Mayo) che da tempo protesta contro Macrì, accusato di voler minimizzare i crimini commessi dalla dittatura di Videla fra il 1976 e il 1981. Anche l’ex presidente Cristina Kirchner si era unita alla protesta contro il governo in vista delle elezioni parlamentari del 22 ottobre scorso, in cui era in corsa per un posto al Senato. La Kirchner aveva offerto 28mila dollari come ricompensa a chi avesse dato notizie sulla sua scomparsa.

Manifestazioni in favore di Maldonado si sono svolte ripetutamente in tutto il Paese nel periodo in cui era un ’desaparecido’. Il primo settembre, ad un mese esatto dalla sparizione, decine di migliaia di persone si sono radunate in Plaza de Mayo. C’era un unico slogan: “Verità su Santiago”. La protesta si era conclusa con scontri nel centro di Buenos Aires. Le immagini, riprese in diretta da tutte le tv nazionali ed entrate nelle case, hanno colpito le famiglie, imponendo una realtà che nessuno vuole più vedere. L’Argentina è nuovamente divisa: una parte chiede di voltare pagina, l’altra ricorda l’impegno preso con la fine della dittatura: “Nunca más, mai più”. L’ultima manifestazione a favore di Santiago si era svolta il primo ottobre sempre in Plaza de Mayo a Buenos Aires.

Chi era Santiago Maldonado? Non si hanno molte informazioni su di lui. Il giovane, nato nel villaggio di Venticinco de Mayo, in provincia di Buenos Aires, dopo un diploma di Belle arti aveva cominciato un’attività da artigiano nella capitale. A detta dei suoi genitori, Santiago in gioventù non aveva mai mostrato particolare interesse per l’attivismo. Pochi mesi prima della sua scomparsa, però, aveva deciso di trasferirsi a El Bolson, nello Stato di Rio Negro, la “città argentina degli hippy”, dove aveva iniziato a fare tatuaggi per lavoro. Nella scorsa estate il giovane aveva deciso di spostarsi più a Sud, nella provincia del Chubut, per unirsi alla protesta degli indigeni mapuche.

I Mapuche (il popolo della Terra da mapu=Terra e che=uomo) sono in lotta da anni contro i Benetton, i maggiori latifondisti stranieri in Patagonia. Nel 1991 la ditta di abbigliamento italiana acquista un terreno di quasi 900 mila ettari, nella provincia del Chubut, per cinquanta milioni di dollari. Qui pascolano quasi 100 mila pecore che forniscono il 10% della lana utilizzata per confezionare i capi dell’azienda trevigiana. Una porzione del territorio, però, è rivendicata dalla comunità indigena dei Mapuche che chiedono la restituzione (la recuperación) dei territori ancestrali, appartenuti ai loro antenati. Per protesta i nativi hanno occupato alcuni terreni della famiglia Benetton che si è rivolta al governo chiedendo protezione.

Nel frattempo, però, il caso dei Mapuche è salito agli onori della cronaca in tutta l’Argentina e molte Ong si sono mobilitate in difesa degli indigeni.

La “recuperación” di questa parte dei territori ancestrali mapuche inizia il 13 marzo 2015 nella estancia di Leleque, proprietà dei Benetton, per recuperare 150 ettari vicino al fiume Chubut. La comunità indigena non può accedere alla fonte d’acqua poiché i Benetton non lo permettono, adducendo come pretesto il fatto che non esistono documenti che provino l’autenticità della proprietà alla comunità mapuche.

Santiago aveva abbracciato la causa dei nativi ed il primo agosto stava manifestando al loro fianco. Il gruppo dei dimostranti aveva occupato la via nazionale, la leggendaria Ruta 40 che attraversa longitudinalmente tutta l’Argentina.

Il 27 giugno 2017 la Gendarmeria Civil aveva arrestato Facundo Jones Huala, leader del movimento Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) e della protesta della comunità indigena di Cushamen, cittadina nei pressi di Leleque. Il Cile, dove Huala è considerato un terrorista e ritenuto responsabile dell’incendio di un latifondo, ne ha chiesto l’estradizione al governo argentino.

Gli attivisti mapuche stavano chiedendo il rilascio di Huala quando la Gendarmeria, per ordine del giudice Otranto, inizia a caricare i manifestanti. Diversi testimoni hanno dichiarato che gli agenti avrebbero utilizzato manganelli e proiettili di gomma, costringendo i dimostranti alla fuga verso il Rio Chubut. Dall’altra parte del fiume, quelli che erano riusciti a fuggire hanno visto Santiago rimanere lì accovacciato per 20 25 minuti, fino a quando lo hanno perso di vista. In seguito hanno sentito la voce di due gendarmi che avrebbero urlato “Abbiamo qui uno” e intimato “Sei in arresto”. Un’attivista mapuche ha riferito di averlo sentito gridare ai gendarmi «Smettetela di picchiarmi, mi sono già arreso».

La ministra della Difesa Patricia Bullrich è stata molto criticata perché in un primo momento ha cercato di incolpare i dimostranti, poi ha assegnato le indagini alla polizia nazionale, cioè lo stesso corpo armato che aveva eseguito lo sgombero dell’accampamento degli attivisti. Dopo il ritrovamento del corpo di Maldonado i partiti politici argentini avevano sospeso la campagna elettorale, in vista delle elezioni del 22 ottobre, che si sono risolte con la vittoria di Macrì.

L’omicidio di Santiago Maldonado è diventato uno dei simboli della lotta dei popoli nativi ed il secondo evento tragico del governo Macrì. Il primo è stata la sparizione forzata, nel novembre 2016, di Marcelino Claire, nipote del capo della Comunità Qom, Félix Díaz, che dichiarò ad un giornalista, durante il periodo in cui Santiago era desaparecido, “Se Maldonado fosse indigeno, non avrebbe la stessa visibilità”.

Santiago è stato ucciso in nome della criminalizzazione dei popoli indigeni. Da Salta, nord dell’Argentina, al Chubut, da Formosa a Neuquén i popoli indigeni muoiono per denutrizione, per mancanza d’acqua pura, per terre deserte ed incolte che i diversi governi hanno concesso loro, territori in cui non crescono né semenze né speranza e dove i loro spiriti non abitano più i boschi e le piante a causa del terribile disboscamento messo in atto dalle multinazionali che distruggono il suolo ed il sottosuolo dell’Argentina. A seguito di ciò i popoli nativi sono costretti a vivere in mezzo al Nulla e a soccombere.
Le popolazioni indigene chiedono il rispetto della Costituzione dell’Argentina, in particolare dell’articolo 75, comma 17, che, tra le altre cose, proclama “Riconoscere la preesistenza etnica e culturale dei popoli originari, garantire il rispetto della loro identità e il possesso e le proprietà comunitarie da loro tradizionalmente occupate”.

A dicembre Papa Francesco riceverà la famiglia di Santiago Maldonado. Secondo quanto riferisce il quotidiano “La Nacion”, il pontefice argentino riceverà i suoi connazionali al ritorno dal viaggio in Bangladesh e Myanmar che effettuerà tra il 27 novembre e il 2 dicembre del 2017.

(*) tratto da https://comune-info.net

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