Scor-data: 24 marzo 2009

Muore Luigino Scricciolo, «7171» in attesa di giudizio (*)

Per ricordare Luigi (per amiche e amici fu sempre e solo Luigino) ho scelto di postare una breve lettera che, al momento della sua morte, «il manifesto» non trovò spazio per pubblicare e poi un successivo ricordo, più lungo, dove recensivo anche il suo libro (guarda caso passato sotto silenzio pure quello) che lo stesso quotidiano – nonostante le molte, molte promesse di un suo redattore – non considerò degno di spazio. Sono polemico? No, ancora indignato e incazzato 4 anni dopo; almeno «il manifesto» questo non doveva farlo. (db)

 

Mercoledì è morto improvvisamente Luigi Scricciolo. La sua vita fu rovinata dalla caccia alle streghe che in Italia si scatenò con il pretesto del terrorismo. Fu arrestato il 4 febbraio 1982, durante i Consigli generali Cgil, Cisl e Uil: davanti ai giornalisti, quando si dice “il senso dello spettacolo”. Bersaglio grosso: Luigi è responsabile del Dipartimento internazionale della Uil. Si strepita che è una spia bulgara, collegata alle Brigate rosse; “concorso esterno” per il rapimento del generale Dozier. Le prove? Nessuna, ma tante inchieste e processi (a partire da quello noto come “7 aprile”) allora vennero gestiti così. I garantisti erano distratti mentre Scricciolo passava quasi 900 giorni in carcere. Poi gli arresti domiciliari. Nessun processo. Ci vogliono 7171 giorni (quasi 19 anni) per il totale proscioglimento: i giudici si ricordano, il 6 settembre 2001, di restituirgli l’innocenza. I giornalisti quel giorno non si emozionano: due righe e via, a chi volete che importi una vita spezzata? Nessuno dei suoi persecutori gli ha chiesto scusa, forse credono di essere bravi “servitori dello Stato”. Servi di sicuro lo sono, come tanti giornalisti che infamarono Luigi. (db)

 

 

«Ho passato molti anni della mia vita, non solo quelli in carcere, convivendo con la paura. Paura se arrivava una raccomandata, a ogni squillo di telefono, se suonava il campanello: agitazione, palpitazioni, tremori, sensazioni di asfissia sono stati i miei compagni di vita per più di 20 anni. Ancora oggi mi capita di fare brutti sogni. Sono in un carcere, ogni volta in un Paese diverso ma la situazione è sempre la stessa. I giorni passano, gli altri detenuti vengono rimessi in libertà mentre io resto recluso e solo».

Così scriveva Luigi Scricciolo nel 2006, alla fine dell’auto-biografico «20 anni in attesa di giustizia». Luigi è morto a Roma, d’improvviso il 25 marzo. Quando venne pubblicato il suo libro feci un piccolo test: chiamai 3 persone, passabilmente informate e chiesi: «ricordi il caso Scricciolo? Come finì?». Tutt’e tre dissero: «mi pare fosse una spia bulgara che fu condannata, vero?». Invece no, come Girolimoni – «il mostro di Roma» – Luigi fu arrestato ma era innocente. Quasi nessuno però ricorda il suo completo proscioglimento.

La schifezza inizia il 4 febbraio 1982: durante i Consigli generali di Cgil, Cisl e Uil, al «dottor Scricciolo» viene notificato un mandato di cattura. Colpo grosso: è responsabile del Dipartimento internazionale della Uil. Si urla che è un doppio-giochista in combutta con i bulgari e con le Brigate rosse; si becca «concorso esterno» per il rapimento del generale James Lee Dozier, si insinua che stava preparando qualcosa contro Lech Walesa. Passa quasi 900 giorni in carcere. Poi gli arresti domiciliari ma su di lui pesano sempre quelle accuse; solo dopo 19 anni – 7171 giorni, 172 mila ore se preferite – arriva il totale proscioglimento. Dal 6 settembre 2001 i giudici ne ammettono l’innocenza. Avrebbe diritto a molte pubbliche scuse da accusatori, giornalisti avvoltoi ma anche da sindacalisti e da amici poco fiduciosi. Ben poche/i hanno avuto il coraggio di vergognarsi, di chiedergli perdono, magari aggiungendo (in un impeto di sincerità) «erano anni orribili, avevamo paura, in nome della lotta al terrorismo abbiamo fatto passare schifezze di ogni tipo». Anni di piombo e anni di merda. Tanto tempo fa Salvemini fece sapere che se, in un certo periodo storico, lo avessero accusato di aver violentato la Madonnina del Duomo prima sarebbe fuggito e solamente dopo avrebbe pensato alla linea difensiva. Non scherzava. Passano gli anni e cambiano i regimi ma in Italia siamo ancora lì: per un Enzo Tortora che riesce a uscire (ma distrutto) dal girone infernale quanti poveri cristi finiscono stritolati senza che si sappia? E se ora si fanno leggi per tutelare i cittadini dalla “cattiva giustizia” è un pretesto per imbavagliare i pochi magistrati che indagano sui gangster in guanti bianchi, soprattutto su quello che aveva in tasca la tessera 1816 della P2 e che fa, come secondo mestiere, il presidente del Consiglio.

Se i giornalisti avessero quella frase Salvemini vicino al mouse, non urlerebbero che l’Italia è piena di terroristi islamici (99 volte su 100 assolti ma, come per Scricciolo, chi strepita sugli arresti poi tace sui proscioglimenti) oppure controllerebbero perché in Sardegna si ingabbiano “i separatisti violenti” e scoprirebbero che contro di loro non esiste uno straccio di prova.

Luigi Scricciolo ha cercato di fare i conti con la sua vita spezzata, ha voluto far sapere di essere stato assolto da ogni accusa, sia pure con quel “lieve” ritardo di 7171 giorni, 172 mila ore circa: così ha scritto «20 anni in attesa di giustizia: dal sindacato al carcere, imputazione spionaggio» (edizione Memori) con una bella prefazione di Mario Capanna. Sperava che quel libro avrebbe scosso molte persone, che forse finalmente qualcuna/o gli avrebbe chiesto scusa. Silenzio quasi totale, anche a sinistra.

Nella prima parte del suo «diario minimo» dominano le vicende drammatiche (l’isolamento, lo sciopero della fame, una cella “con schizzi di sangue e caffè”) mescolate ogni tanto a flash più lievi: la guardia gentile che dà un consiglio saggio mentre tutti gli altri ti trattano da cane oppure la lettera – vista “per censura”- di un amico che per un attimo fa sorridere. La seconda parte è più biografica e intima: un figlio di contadini a mezzadria che si ritrova ventenne giusto nel 1968, che è tra i fondatori di Democrazia proletaria e poi sceglie di far sindacalismo (qualcuno dei suoi ex compagni lo giudicò un traditore) con la Uil. Gli incontri con Solidarnosc, il Fronte Polisario, Agostinho Neto, Olof Palme, in Nicaragua, in Libano. Il ricordo di Walesa che non ama “i sindacalisti occidentali con la cravatta” affiora proprio mentre Scricciolo al collo non ce l’ha… in cella è vietata.

Una piccola vittoria ottenere, a oltre due anni dalle manette, gli arresti domiciliari; bello “svegliarsi a casa” ma – scrive – “la mia vita ora è come un lago senza vento”. Ripartire da zero: riscoprire la passione delle piante per inventarsi il mestiere di giardiniere … fino a che nel maggio ’90 una legge impone la riammissione in servizio di persone “in istruttoria” e dunque Scricciolo viene reintegrato nel vecchio lavoro. Ma anche allora qualcuno protesterà che in Italia c’è troppo garantismo … salvo dire l’opposto se due ore dopo cambia il vento (o il padrone): sempre fedeli a una antica giustizia classista, spietata con i deboli e servile con i forti.

Lo avevo sentito pochi giorni fa: «pensi che a qualche editore interessi un libro sulla rivoluzione portoghese?». Generoso e avventato, pieno di idee, una persona degna. Per quasi tutti era Luigino. Per me era Garabombo, come il protagonista di un romanzo di Manuel Scorza. Non ricordo neanche più il motivo del soprannome ma ho chiaro il clima: era il tempo nel quale ancora in Italia eravamo in tante e tanti a lottare quotidianamente per un mondo migliore. Poi abbiamo smesso di chiederci se contro gli arrestati c’erano prove o solo teoremi. Chi ha rovinato la vita di Luigi? Perché nessuno ha pagato per la sua persecuzione? Non c’era in Italia un Heinrich Boll che scrivesse «L’onore perduto di Luigino Scricciolo»? E noi abbiamo fatto tutto il possibile per lui? (db)

 

Aggiungo che quando Enrico Pili conobbe prima la storia di Luigino Scricciolo e poi lo incontrò decise che avrebbe fatto (a suo modo) l’Heinrich Boll… Di corsa e con passione Pili scrisse un romanzo – non realistico e per molti versi simile al «Mattatoio 5» di Kurt Vonnegut – che intitolò «7171». Qui linko due recensioni apparse in blog.

«7171» di Enrico Pili: fra carcere e cornucopie

7171, recensione di Christiana de Caldas Brito

 

Prima di morire Luigino aveva letto gran parte del libro di Pili e ne aveva riso: certe pagine erano davvero humor nero. Non fece in tempo a vederlo pubblicato perché il suo cuore si spezzò prima.

Di nuovo ciao Luigino-Garabombo, ti ho sempre voluto bene anche quando, per anni, litigammo. E anche il generoso Enrico – un altro cuore troppo presto spezzato – disse di te «imprevedibile e folle ma una persona degna come, di questi brutti tempi, ne girano poche». (db)

 

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 24 marzo avevo ipotizzato: è la giornata mondiale contro la tubercolosi; 1693: nasce John Harrison, «l’orologiaio che cambiò la storia»; 1834: nasce William Morris; 1855; nasce Olive Schreiner; 1883: primo collegamento telefonico Chicago-New York; 1897: nasce Wilhelm Reich; 1905: muore Jules Verne; 1909: nasce «Clyde», il bandito; 1926: nasce Dario Fo; 1933: presunta dichiarazione «di guerra» degli ebrei alla Germania; 1944: Fosse Ardeatine; 1958: istituito Csm; 1966: ucciso Carmelo Battaglia; 1976: golpe in Argentina; 1979: arrestato Mario Sarcinelli; 1980: ucciso Romero; 1989: naufragio della Exxon Valdez; 1999: la Nato attacca la Serbia; 2000: versione finale della «Carta mondiale della Terra». E chissà, a impegnarcisi sopra, quante altre «scor-date» salterebbero fuori su ogni giorno.

Molte le firme (non abbastanza però per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi, magari solo una citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo un gran bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
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