Scor-date: 25 marzo 1946

Herman e Stravinsky: Ebony Concerto

di Franco Minganti (*)   

Stravinsky si è stabilito negli Stati Uniti nel 1939 e dal 1940 vive a Hollywood. Si sa che apprezza il jazz, lo incuriosisce parecchio e diventa un grande estimatore della musica di Woody Herman: «La sua orchestra mi piace molto, sintetizza bene lo spirito progressivo nel jazz» gli dice quando lo incontra. A metà decennio, Herman è davvero in auge: la sua formazione del 1945 è il non plus ultra delle swing bands, tanto che nel 1946 farà man bassa dei premi come miglior gruppo jazz per Down Beat, Metronome, Billboard e Esquire, avendo ricevuto la nomination dall’ambiente dei musicisti e degli addetti ai lavori. Stravinsky si offre di scrivere qualcosa per quel suo organico – l’herd, il gregge, come Herman chiama la sua orchestra – o forse, come sostengono altri, è lo stesso Herman a commissionare un pezzo al compositore russo, ormai americano d’adozione, il primo di una serie di brani fatti scrivere appositamente per il suo clarinetto e la sua orchestra.

Sia come sia, nel dicembre 1945, mentre il gruppo è impegnato in una serie di concerti al Paramount Theater di New York, tra una performance e l’altra, nella sala prove del teatro Stravinsky introduce l’organico alla partitura che ha scritto per loro. Va detto subito che Ebony Concerto non è propriamente un «concerto per clarinetto e orchestra» come credono molti; l’ascolto non mette in luce uno strumento decisamente solista, anche se è un fatto che il leader dell’orchestra suoni il clarinetto. L’equivoco sta nel fatto che, nel gergo jazzistico dell’epoca, ebony stick – il bastone nero, d’ebano – indica proprio quello strumento, ma – come dirà lo stesso Stravinsky anni dopo – nelle sue intenzioni ebony indica l’Africa, l’Africa nera, con la quale finisce per identificare il blues con le sue radici.

«Le prove sono state toste» scrive Herman nell’autobiografia: «tra noi, quasi nessuno aveva ricevuto un’educazione musicale classica. Abbiamo dovuto imparare gli uni dagli altri. Stravinsky canticchiava a bocca chiusa, fischiettava e teneva il tempo col piede mentre ci conduceva lungo il pezzo. Gli interessava solo che lo afferrassimo, non come lo afferrassimo. Era una grande sfida per lui, così come lo era per noi, dato che aveva dovuto completare il concerto in 4/4. Difficile immaginarlo, ma un tempo semplice come 4/4 ci stava dando enormi problemi. Mi ha detto che per lui era una tortura, ma che così doveva fare, se voleva scrivere per dei jazzisti».

Il concerto alla Carnegie Hall, il tempio della musica classica, è in qualche modo un progetto didattico: come scrive nel programma di sala Leonard Feather, stimato critico di jazz e compositore lui stesso, «l’orchestra di Woody Herman è attualmente impegnata in una prima serie di concerti per illustrare le attuali tendenze della moderna musica americana». Ovvio che la prima del lavoro scritto da Stravinsky appositamente per l’orchestra – Woody Herman pensa che si tratti di un pezzo «molto delicato e molto triste» – sia la ciliegina sulla torta per gli organizzatori della Carnegie Hall.

L’organico – 2 sax contralto, sax tenore, sax baritono, clarinetto basso, corno, 5 trombe, tre tromboni, pianoforte, arpa, chitarra, contrabbasso, tam-tam, piatti, timpani – è quello del “first herd” di Herman, con l’aggiunta di un corno francese e di un’arpa che ne avvicinano la fisionomia a quella di una formazione da «concerto grosso».

Cambi di ritmo radicali, cangianti idee armoniche, melodie contrappuntate di continuo e lanciate con forte energia proiettiva… non è difficile capire perché la musica di Stravinsky piaccia tanto a Charlie Parker – e altrettanto sarebbe piaciuta a Frank Zappa.

E’ un fatto che Ebony Concerto abbia influenzato tantissimo molti musicisti, a esempio un clarinettista eclettico come l’afroamericano Don Byron. «Questa composizione è una delle pochissime cose di Stravinsky non pensate per un organico di musicisti classici» dice: «Non è nemmeno un pezzo di jazz, non era certo nelle sue intenzioni… semplicemente voleva scrivere qualcosa per un organico che avesse quel determinato sound e comincia col piegare quel suono di base alla sua volontà. Qualcosa del genere – prendere i musicisti con i loro tratti idiomatici e cambiare il loro suono, la loro intenzione – è ormai un’agenda per il mio lavoro. Woody Herman era un jazzista vero, il suo gruppo un gruppo di jazz, ma Stravinsky non era un jazzista e forse non gli interessava nemmeno capire come funziona il vero jazz: nella sua musica non c’è mai un approfondimento “colto” su come suoni il jazz». E tuttavia di Stravinsky, suo eroe adolescenziale, nel programma di una recente esecuzione di Ebony Concerto da lui diretta, Don Byron ha scritto: «Nessun altro è mai riuscito a vendere la dissonanza con tanto successo come piacere puro. E’ un talento che pochissimi musicisti hanno: l’abilità di far amare al tuo pubblico il tuo skronk personale».

Per quel suo primo approccio al jazz, Stravinsky si è basato su trascrizioni di ragtime – ha dunque immaginato dei suoni a partire da una partitura – e ha comunque potuto ascoltare jazz dal vivo prima di emigrare negli Stati Uniti. Lì ha ancora ascoltato qualcosa a Harlem, poi a Chicago e New Orleans. Con Ebony Concerto si è forse impegnato ad approfondire gli aspetti culturali del jazz, in maniera da fondere gli elementi jazzistici filtrandoli attraverso la propria sensibilità e temperie compositiva. Ma tutto è rigorosamente scritto e non c’è spazio per improvvisazioni: parrebbe anzi quasi un ritratto, in musica, del jazz. Qualcuno vorrebbe leggere una certa qual influenza del bebop – un bebop anacronisticamente «trascritto» – che Stravinsky va ascoltando in quel momento, quantomeno nel primo dei tre movimenti della breve composizione (meno di dieci minuti). Ben più marcata l’influenza del blues – ammessa e non concessa la separatezza / separabilità fra jazz e blues – soprattutto nel secondo e nel terzo. A chi sottolinea l’uso del sincopato, elemento linguistico fondamentale del jazz, presente un po’ dappertutto nella composizione, viene fatto notare che il sincopato stravinskiano si concilia benissimo con gli ostinati e i cambi di accento caratteristici della sua produzione post-Sagra. Di swing, poche tracce – qualcosa di più si sentirà forse solo nella successiva registrazione in studio con Benny Goodman al clarinetto.

A voler essere un po’ acidi, si potrebbe dire che, tutto sommato, Ebony Concerto resta strutturalmente un pezzo classico, sia pure nel segno dell’evoluzione delle forme musicali classiche più attente alle influenze dell’Afroamerica. Dopotutto il jazz come tale vi figura più come allusione, elaborazione di un’idea approssimativa che come esplorazione fattiva di un linguaggio. Richard Stoltzman, clarinettista pupillo di Woody Herman, frequente interprete di Ebony Concerto, suggerisce di paragonare il modo di comporre per big band di Stravinsky al modo in cui «Picasso vede una bella donna».

Il 25 marzo 1946, per la prima, Stravinsky non c’è, tenuto lontano da precedenti impegni, così che Walter Hendl viene chiamato a dirigere il Concerto. La ricezione in

sala è buona, soprattutto perchè il programma della serata include parecchi pezzi forti del ben rodato gruppo di Herman, ma le successive recensioni mostrano che non tutti sono rimasti convinti dell’operazione. Qualcuno arriva ad accusare Stravinsky di opportunismo e di strizzare l’occhio al mercato: da quando si è stabilito in America, saltabecca da un genere a un altro ed è capace di sfornare il jazzistico Ebony Concerto un giorno e una messa neo-medievale il giorno dopo.

Come coglie bene Leonard Feather, il concerto cade in un momento delicato, seguito alla spaccatura tra “reazionari” e “progressisti”, fra i moldy figs tradizionalisti e musicisti – jazzisti e non – convinti della proficuità di scambi osmotici fra generi musicali diversi, classica e jazz in primis: «esistono solo due tipi di musica» dicono «buona e cattiva».

Il concerto viene registrato ma, per problemi tecnici, nel disco che uscirà anni dopo – At Carnegie Hall, 1946 – sono presenti solo frammenti, faticosamente ricostruiti. Di Ebony Concerto restano solo 4 minuti, così che la versione ufficiale del brano diventa quella registrata da Woody Herman nel 1959 presso il Belock Recording Studio di Bayside, New York, distribuita quello stesso anno. Nel 1953 per celebrare l’avvento della stereofonia, Stravinsky era stato chiamato a dirigere in studio la sua composizione, stavolta con il più swingante clarinetto di Benny Goodman. Poi sarebbero venuti Boulez e cento altri, e non sono in pochi a credere che Ebony Concerto suoni al meglio quando viene eseguito da un’orchestra sinfonica, come nel caso dell’interpretazione della New York Philarmonic diretta da Leonard Bernstein, tanto per tagliare la testa al toro. Per concludere, un fatto abbastanza certo è che questa suite ha avuto parecchia fortuna presso il mondo del balletto moderno: in tanti, e di nome, si sono cimentati a immaginare coreografie su quei suoni comunque sperimentali, concreti e suggestivamente “potenziali”, certamente aiutati dalla relativa brevità della composizione e dalla sua struttura in tre temi distinti.

 

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