Scor-data: 4 settembre 1886

Geronimo s’arrende

di Fabrizio Melodia (*)      

«Io sono nato nelle praterie dove il vento soffia libero e non c’è nulla che ferma la luce del sole. Io sono nato dove non c’erano costrizioni»: così Geronimo nell’autobiografia.

Skeleton Canyon, Arizona. Le truppe statunitensi sono schierate ma non in assetto da guerra, ormai attendono solo l’ultimo atto di una commedia già scritta. A passi lenti e cadenzati, con piglio fiero e senza un’ombra di scherno o derisione o commiserazione, si avvicina l’ultimo baluardo umano contro la lenta ma inesorabile avanzata del governo statunitense nei territori dell’Ovest.

Pochi minuti e il gioco è fatto. Il 4 settembre 1886, dopo innumerevoli scorribande, attacchi di sapiente guerriglia, sempre all’insegna dell’umiltà e della saggezza, Geronimo – Gooyalè, nella sua nativa lingua chirichaua – firma la resa.

E’ la fine di un’epoca, forse il vero tramonto della epopea dell’Ovest e l’inizio dell’ascesa della nazione “americana”, ormai padrona anche degli ultimi territori che non riusciva a controllare.

Gooyalè, uno dei più importanti capi Apache Chiricahua, si era arreso e con lui tutti i suoi indomiti guerrieri.

Era conosciuto come Geronimo, soprannome che gli era stato affibbiato dai messicani contro cui combatteva (è il modo ispanico di dire Gerolamo): Gooyalè significa più o meno «Colui che sbadiglia» e nome meno appropriato non si poteva pensare.

Io preferisco interpretarlo come «Colui che sogna», in virtù del fatto che Geronimo aveva asserito, fin dalla più giovane età, di essere in grado di vedere avanti, di vedere il futuro, di avere ben chiara un’utopia e il modo per non farsela togliere.

Considerato alla stregua di un terrorista da messicani e statunitensi, amato dalla sua gente come combattente per la libertà (un partigiano, si potrebbe dire) Geronimo nacque, probabilmente, il 16 giugno 1829 (anche se oggi si pensa fosse il 1823) in quello che oggi è lo Stato del Nuovo Messico – ma secondo le mappe era allora parte del Messico – e che la sua famiglia considerava terra degli Apache Bedonkohe, vicino al fiume Gila, in Arizona.

Crebbe nella stessa tribù di Cochise (Kociss, ovvero «Coltello»), diventando un rispettato sciamano e un valoroso guerriero: parlava poco ma mai a sproposito.

Il professor James Riding, suo appassionato studioso, racconta: «Divenne leggendario per la sua battaglia contro il colonialismo. La sua lotta alla testa di un piccolo gruppo per difendere la cultura Apache rappresenta un lascito di resistenza e tenacia».

Geronimo scese in campo, con le armi in pugno, dopo che 400 messicani guidati da Josè Maria Carrasco trucidarono la moglie Alope, i loro tre figli e sua madre, nell’estate del 1858.

Nella sua autobiografia, Geronimo racconta che, per vendicare i suoi, chiese aiuto al capo Cochise della tribu Chokonen: «Siamo uomini come i messicani e faremo loro ciò che hanno fatto a noi. Combatterò in prima fila; vi chiedo solo di seguirmi per vendicare il male che ci hanno fatto i messicani. La mia gente è stata assassinata e io sono pronto a morire, se necessario».

Da qui inizia la leggenda a tinte fosche: è rappresentato dai suoi avversari come un sanguinario. D’altronde innumerevoli pellicole hollywoodiane che forgiano l’immaginario collettivo rappresentano così i nativi americani, una vera e propria opera di falsificazione storica. Ricordo film come «Geronimo» (1939), di Paul Sloane, con Preston Foster, Ellen Drew, Andy Devine, Victor Daniels (nel ruolo di Geronimo) che fu visto, nel 1940, dai paracadutisti di Fort Benning la notte del loro primo lancio. Si narra che rimasero talmente impressionati da gridare «Geronimo» poco prima di gettarsi.

Ma ci sono anche «Geronimo» (del 1962) di Arnold Laven, con Martin Ross, Chuck Connors (nel ruolo di Geronimo) e poi, nel 1994, il «Geronimo» di Walter Hill, con Jason Patric, Gene Hackman, Robert Duvall, Wes Studi (è lui nella parte di Gooyalè-Geronimo) che è un autentico e quasi dimenticato capolavoro.

Il professor Marlon Sherman, specializzato in studi sui nativi nordamericani all’università di Humboldt, afferma: «[Geronimo] si è sempre considerato un esperto in medicina e guerra, non un capo assoluto, era un uomo molto umile nei confronti dei compagni di battaglia».

Umile dunque e indomito sognatore, una persona che in seguito a un tremendo atto di crudeltà non rimase con le mani in mano, ma si battè come racconta lui stesso nell’autobiografia.

La sua vittoria più grande contro i messicani arrivò durante la battaglia di Kaskiyeh. Negli anni successivi Geronimo e i suoi uomini divennero l’ultimo baluardo dei guerrieri pellerossa che si rifiutavano di riconoscere il governo degli Stati Uniti.

Venuto a sapere che i suoi principali luogotenenti erano stati fatti prigionieri, Geronimo si consegnò al generale Nelson Miles nel canyon Skeleton in Arizona e portato in seguito a Fort Pickens, in Florida, come prigioniero di guerra.

Nel 1894 venne trasferito a Fort Sill (Oklahoma) dove conobbe la celebrità, comparendo alle fiere e vendendo fotografie, ma non gli fu permesso di fare ritorno alla terra natia. Cavalcò durante la parata inaugurale del presidente Theodore Roosevelt, nel 1905. Morì di polmonite a Fort Sill il 17 febbraio 1909.

Nel 1918 il suo cadavere fu trafugato dalla tomba, forse per una cerimonia d’iniziazione di una società segreta dell’università di Yale, la «Skull and Bones» alla quale apparteneva anche Prescott Bush, nonno di George W. Alcune ossa del leader Apache sarebbero state usate nei rituali della società segreta.

Successivamente, in una lettera, l’università di Yale ha rivelato che i resti di Geronimo erano custoditi in un edificio dell’ateneo. Gli Apache, nella persona di Harlyn Geronimo, pronipote del guerriero, hanno chiesto di riaverli indietro, affinché al loro antico capo venga restituita dignità e, secondo le loro credenze, possa finalmente riposare in pace.

«Il sole si leva, brilla per lungo tempo. Tramonta. Scende ed è perso. Così sarà per gli indiani… Passeranno ancora un paio di anni e ciò che l’uomo bianco scrive nei suoi libri sarà tutto ciò che si potrà ancora udire a proposito degli indiani».

L’indomabile Geronimo però, nonostante i travisamenti riappare nel cuore della cultura popolare.

A partire dai fumetti. Per esempio nella storia «Il vigilante di Pizen Bluff» di Don Rosa (ne «La Saga di Paperon de’ Paperoni»).

Lo ritroviamo nell’episodio di Tex (Willer) «Il carro di fuoco» del 1984, per ripresentarsi con la Sergio Bonelli Editori come coprotagonista negli albi a fumetti 10, 22, 31, 51, 57, 62 e 68 della serie «Il selvaggio West», scritta da Gino D’Antonio e realizzata da vari disegnatori.

Non poteva mancare all’appello nemmeno un “avvistamento” musicale, nel brano «Indian Sunset» di Elton John, pubblicato nel 1971 nell’album «Madman Across The Water». Si dice che Geronimo fu ucciso dal piombo dei soldati americani mentre stava deponendo le armi. In realtà è morto di polmonite in età avanzata (Elton John si confonde con molte storie simili) ma questo nulla toglie a uno dei più bei brani della coppia Elton John/Bernie Taupin.

Che le sue ossa siano o meno riportate al suo luogo d’origine, come sarebbe giusto, Geronimo ormai è immortale.

(*) Sulla «Skull and Bones», società del teschio e delle ossa, vedi qui in blog Wounded Knee e oggi con l’intervista a Lance Henson.

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 4 settembre fra l’altro avevo ipotizzato: 1187: Saladino arriva in Palestina; 1609: Hudson arriva nella baia di Manhattan; 1793: tumulti a Parigi contro la carestia; 1882: Edison illumina a Central Station di New York; 1926: nasce Ivan Illich; 1948: tappa decisiva per il cortisone; 1970: Allende vince le elezioni; 1974: nasce Rita Atria; 1995: si apre la conferenza Onu a Pechino; 2008: l’obelisco di Axum torna a casa.E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – o anchre solo di suggerire qualche data mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Nel post Melodia nomina l’autobiografia di GERONIMO e vale ricordare che l’edizione integrale è uscita in italiano nel luglio 2013 (e subito ristampata, pochi mesi dopo) da Redstarpress -210 pagine per 15 euri – con una utile nota introduttiva di Dario Morgante

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