La «forza maggiore» e la “mejo” fantascienza

Recensione a «Sognavamo le macchine volanti»

In primo luogo il libro: è una bella antologia, ve la consiglio assai. In secondo luogo il contesto ovvero l’introduzione “politica” di Claudio Asciuti: come in ogni melodia celeste ci sono accordi e disaccordi.  

Tutte e tutti ricorderete i funerali di Bob Dylan e quel che ne seguì… Davvero non rammentate, anzi negate le esequie? Va beh, ci arriveremo.

Con «Sognavamo macchine volanti» (210 pagine; libro + e-book 15 euri) debutta Cordero editore. Auguri. Varrà la pena seguirla anche perché annuncia: «i nostri supporti informatici […] ci danno modo di produrre opere che vanno al di là del tradizionale e-book o del “libro parlato”, studiate anche per non vedenti o persone con diverse problematiche legate all’apprendimento, come la dislessia,e che consentono all’utente una reale interazione con il testo». Molto interessante, mi piacerebbe riparlarne (ehi lassù ci siete? Dico a voi della Cordero, sì. Che faccio, vi intervisto?)

Ciò detto torniamo ai racconti e partiamo dai funerali di Robert Allen Zimmerman (l’uomo che si volle Bob Dylan) ovvero dal breve “sogno” di Walter Catalano intitolato «Come venne la rivoluzione». Si sa che quando la rivolta serpeggia e l’ingiustizia regna basta a volte un evento simbolico a scatenare la rivoluzione. Così accadde nel 1966 quando Bob Dylan morì e si sparse la voce che «la moto fosse stata sabotata per ordine dell’Fbi». Ed ecco Allen Ginsberg, Jimi Hendrix, Angela Davis ma anche lo psicologo (e delfinologo) John Lilly e alcuni guru della fantascienza trovarsi in questa imprevista curva della storia che Catalano sa raccontare con un misto di realismo e delirio. Se leggete questo post al mattino – prima del caffè (o altra droga risvegliante) – voglio rassicurarvi: Bob Dylan è vivo o meglio lo è il suo corpo perché su “mac” (cioè mente, anima, coscienza) ci sarebbe da discutere visto che negli anni il ribelle si è trasformato in una odiosa Spa.

Tutti piacevoli e ben scritti gli altri racconti di Danilo Arona, Carlo Bordoni, dei quasi giovani Denise Bresci e Ugo Polli, di Vittorio Catani (che in cor mi sta), del giovanissimo ed esordiente Oskar Felix Drago, di Renato Pestriniero, di Franco Ricciardello, di Stefano Roffo e di Giampietro Stocco.

Tutti belli ma io ho le mie preferenze stilistiche, tematiche e misteriosamente empatiche. Che in questo caso vanno a «La vacanza» di Catani (che era già uscito altrove ma sembra magicamente mirato per questa antologia… a tema, come poi dirò).

Intrigantissimo «Compagno di viaggio» (capirete bene il titolo solo se arrivate all’ultima nota) di Ricciardello con un bell’omaggio a Laika (ricordate?), a Jurij – o Yuri, come si scriveva in passato – Gagarin ma anche a quel Sergej Korolev al quale Paolo Aresi ha dedicato un suo recente romanzo (ne ho parlato con entusiasmo in blog) con imprevisti incontri «del primo tipo», i Beatles e una nuvola di hashish pakistano.

Periferie romane verissime (sì, purtroppo) e zingari fantastici in «La legge» di Stocco che oscilla sapientemente tra fantascienza e altre declinazioni del fantastico.

Grazie anche a Pestriniero per averci ricordato che (forse) siamo solo «ritagli». Ma se il protagonista Saverio ha ragione perché fare pubblicità gratis due volte a Jack Daniel’s?

Il racconto che mi ha stregato è «Mommy» di Roffo per la capacità di aggiungere un tassello geniale all’edificio (che si credeva già completo anzi sovraffollato) di sua disgrazia la distopia. Non dirò della trama per lasciare a chi legge il gusto di sorprendersi (almeno due volte) ma accennerò alla teoria, della «forza maggiore» – derivata da Winston Chruchill, come si vedrà – che sorregge la vicenda: «la causa di forza maggiore non solo può far accettare imposizioni fastidiose ma può anche e soprattutto far sì che non ci si interroghi troppo sulla sensatezza o liceità di certe richieste» […] All’Inizio cose che alla gente possono sembrare “per il suo bene” […] poi imposizioni la cui sensatezza sfugge ai più. […] Un ragazzino fa i compiti assegnati dal maestro… e non ha idee politiche perché quelle nascono dall’interrogarsi sulle cose, sul domandarsi, per esempio, se è giusto che quella guerra venga dichiarata, se è giusto che lui debba andare a combatterla». E ora un piccolo esercizio di telepatia: vedo (veeeeedo) nelle menti di molte/i di voi che, leggendo di «forza maggiore», si sono accese le parole «crisi», «terrorismo», «larghe intese», «patria»… Ci ho azzeccato vero?

Fin qui la recensione con un sincero grazie ad Asciuti per aver pensato e coordinato questa antologia che – come spiega la quarta di copertina – è “tematica” o meglio centrata sugli anni Sessanta del secolo scorso.

Sul contesto ovvero sulla introduzione “politica” di Claudio Asciuti ho invece profondi accordi, talune perplessità nonché radicali disaccordi.

Sempre grazie alla telepatia «vedo» (veeeeeedo) che ad alcune/i di voi tutto ciò interessa e dunque espongo, brevemente o quasi.

D’accordo con l’elogio della rivoluzione giovanil-mondiale e pure approvo (come ho più volte scritto, anche in coppia con Riccardo Mancini) la feroce critica del cyberpunk e l’amore sviscerato di Asciuti per «Dangerous visions» di Ellison e in generale per gli anni Sessanta.

Aggiungo anche un abbraccio caloroso per chi ha sbeffeggiato Alberto Moravia quando insultò Luce D’Eramo (rea di «fantascienza»).

Qui però il mio accordo si ferma. Mi pare assai più complessa la valutazione della fantascienza dopo i ’60 che io considero viva e ancor graffiante (nonostante i tempi foschi) e, siccome ne ho più volte scritto in blog, non sto a ripetermi.

Qualche puntualizzazione. Se proprio si vuole nominare quasi tutta la fantascienza italiana del passato perché dimenticare Primo Levi?

E’ necessario – mi suggerisce Severo De Pignolis – essere molto precisi sulle datazioni storiche: se è vero che Johnson scaraventò le truppe Usa in Vietnam (con esiti molto simili a quelli del racconto di Bresci e Polli) la guerra non iniziò sotto la sua presidenza – come scrive Asciuti – ma prima e per una precisa volontà degli Usa con tanto di«incidente del Tonchino» fabbricato ad arte.

Mi spiace assai invece che una persona intelligente come Asciuti banalizzi destra e sinistra (che sono ovviamente, oggi più di ieri, idee e pratiche ben diverse dai partiti che dicono di rappresentarle). Che dimentichi di ragionare sulla coppia “assalto al cielo” e ‘ambiguità dell’utopia (zia Ursula sì, che significativamente è degli anni ’70) scrivendo invece di «rivoluzioni terreno d’esercizio per torridi e illusi intelletti» O che scriva di «mai chiarite responsabilità, addebitate ora ad anarchici e ora a neofascisti» per la strage di piazza Fontana: che quella bomba sia fascista è verità storica, il resto sono stronzate di cattivi (o loffii) “dietrologi”.

Infine non cessa di stupirmi il diritto di «apoliticità» che viene garantito a un dichiarato fascista come Gianfranco De Turris che a quanto pare non dovrebbe essere criticato da chi è antifascista, forse in nome della xcomune passione per fantascienza e dintorni. Un po’ come se i vegetariani non potessero mettere in discussione ciò che ha fatto Hitler. Eppure le cattive idee portano spesso cattive frequentazioni: Gianluca Casseri, cioè il killer dei due senegalesi(a Firenze nel dicembre 2011) che era attivo in Casa Pound, aveva pubblicato «La chiave del caos», vagamente fantascientifico, con la prefazione appunto di De Turris. Non credo sia un caso o un infortunio. Le differenze tra picchiatori e assassini rispetto a fascisti “in guanti bianchi” ci sono e non le nego ma – a mio avviso – sempre di nemici si tratta. E i rivoltosi degli anni ’60 non avevano dubbi che i fascismi fossero contro di noi. E dunque noi contro di loro.

Redazione
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Un commento

  • Dopo aver letto questa recensione, l’ho subito acquistato, grazie per il suggerimento. E sì, Cordero Editore, fatevi intervistare perché l’iniziativa merita di essere approfondiate, per un uso evoluto della tecnologia che, per quello che so, è abbastanza inedito in Italia, oppure non divulgato.

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