Scor-data: 7 febbraio 1909

Nasce dom Helder Câmara, voce profetica della Chiesa brasiliana

di David Lifodi

Il 27 agosto 1999, quando Dom Helder Câmara morì, fu liquidato superficialmente con lo stesso appellativo che gli era stato attribuito per una vita, quello di “vescovo rosso”. Non a caso, lui stesso amava ripetere: “Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”.

Nato a Fortaleza (Brasile), capitale dello stato del Ceará, il 7 febbraio 1909, monsignor Câmara è stato tra i maggiori  animatori della Teologia della Liberazione e dell’opzione preferenziale per i poveri: nel solco del suo pensiero ha acquisito forza e consapevolezza la corrente progressista della Chiesa brasiliana e latinoamericana. “Vescovo rosso” era il termine utilizzato con disprezzo dal regime militare che imperversò in Brasile tra il 1964 e il 1985, dalla stampa borghese dell’intero continente, ma anche dalle alte gerarchie vaticane: la preoccupazione per l’attivismo solidaristico di dom Helder era evidente, tanto che nel 1985, al suo pensionamento, il Vaticano lo sostituì con un sacerdote di orientamento conservatore. Lo stesso Giovanni Paolo II, che in occasione della sua visita in Brasile nel luglio 1980 lo aveva calorosamente chiamato “mio fratello Helder”, impose una linea intransigente: nessuna contaminazione con la Teologia della Liberazione, i cui spazi dovevano essere ridotti il più possibile.Nel 1972 a Câmara fu negato il Nobel per la pace a causa delle forti pressioni del governo Médici e per l’opposizione della curia di Roma: il premio non poteva andare ad un vescovo del Terzo Mondo. Eppure, come accadde a monsignor Romero molti anni dopo, il percorso di Helder Câmara era partito da posizioni decisamente conservatrici. Ordinato sacerdote nel 1931, a soli ventidue anni, entrò presto a far parte dell’Ação Integralista Brasileira, un movimento dichiaratamente di destra: fu la lettura dell’opera “Humanismo Integral”, di Jacques Maritain, a cambiare radicalmente il pensiero del giovane sacerdote. Il regime lo temeva più delle formazioni guerrigliere: la sua casa di Recife negli anni ’60 fu spesso oggetto delle raffiche di mitra dei militari, gli stessi che, paradossalmente, arrivarono ad offrirgli una protezione per evitare che la stessa estrema destra attentasse alla sua vita e lo uccidesse: sarebbe stato un grave danno d’immagine a livello internazionale per la dittatura. Dom Helder scelse di vivere la sua vita con i poveri e di percorrere le strade dei mocambos, i quartieri più degradati di Recife, la città del Pernambuco (nord-est del Brasile) di cui fu vescovo dal 1964. Celebri alcune sue parole d’ordine, tra cui quel “non c’è pace senza giustizia” che continua ancora oggi ad essere scritto sugli striscioni di molte manifestazioni. Il vescovo brasiliano entrò presto in contatto con la realtà delle favelas e della vita di strada, tanto da scegliere come sua residenza non l’arcivescovado, ma una casa modesta vicino alla cattedrale di Recife, sempre aperta in modo tale che tutti potessero visitarlo. Diceva che teneva ad accogliere personalmente poveri e migranti. Il 21 aprile 1964, quando fu ricevuto per la prima volta nella diocesi di Recife-Olinda, preferì incontrare la popolazione nella piazza antistante la chiesa, in modo tale da poter entrare in contatto con poveri e neri. Dom Helder si presentò dicendo: “ Nel nord-est del Brasile Gesù Cristo si chiama Zé, Maria e Severino. Ha la pelle scura e soffre la povertà”. Il sogno di monsignor Câmara, ha ricordato Frei Betto in un articolo sul quotidiano Brasil de Fato, era quello di sradicare la fame e la miseria nel Brasile e nel mondo. Inoltre, Câmara credeva in quell’umanesimo sociale che, in più di una circostanza, lo spinse a difendere e ad offrire protezione ai perseguitati politici atei, ebrei, protestanti e credenti senza alcuna distinzione di fede: credeva fortemente nell’uguaglianza tra le persone, per questo  aveva scelto di mettersi, incondizionatamente, dalla parte dei poveri. Le sue parole ancora oggi suonano attualissime, in un mondo gestito da un’oligarchia finanziaria che pensa a tutelare esclusivamente i propri interessi economici (e proveniente in gran parte dal mondo cristiano , un particolare da non sottovalutare) ed esclude le fasce sociali più deboli e povere. Inoltre, grazie a dom Helder ebbe un certo risalto il dramma dei migranti “respinti dai nostri paesi e lasciati morire in mare”, uno scenario purtroppo consueto nei paesi occidentali, Italia compresa. E ancora, la sua voce si rivelò una volta di più profetica nel denunciare la corsa del Brasile verso un sistema capitalista che negli ultimi venti anni si è fatto strada nel paese, per certi aspetti anche con la complicità di un partito come il Pt (Partido dos Trabalhadores), dalle cui fila eppure proviene una parte di militanti della sinistra cristiana. Tra i fondatori del Consiglio Episcopale Latino-Americano (Celam) e della Confêrencia Nacional dos Bispos do Brasil (Cnbb), dom Helder è stato più volte fatto oggetto di minacce di morte, tanto che alcuni dei suoi collaboratori furono torturati e uccisi dalla dittatura militare. Il merito di dom Helder fu quello di aprire un dibattito pubblico nel suo paese sui diritti dei poveri, e, contemporaneamente, mettere  in crisi gli aspetti formali di una Chiesa imbalsamata e ripiegata su se stessa. In “Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II”, una raccolta di missive inedite scritte dal vescovo brasiliano durante il suo soggiorno a Roma tra il 1963 e il 1965, dom Helder Câmara scrive che “senza il Vaticano da mantenere le spese scenderebbero moltissimo.. e il Papa potrebbe togliersi dall’imbarazzo dei beni che scandalizzano tanto. Forse il prestigio del Papa crollerebbe. Ma è essenziale che abbia prestigio? Essenziale è che l’umanità non veda nella Chiesa un Regno in più, un Impero in più”. Anche questo è un aspetto di stretta attualità.

Dom Helder fu un pastore sociale nelle favelas e tra gli emarginati: se la Teologia della Liberazione continua tuttoggi ad avere un peso politico in America Latina è anche merito suo.

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