«Segui il filo», un report

«Alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature»

Molte più aziende dell’abbigliamento e delle calzature dovrebbero unirsi alle 17 che già sono in linea con una nuova importante iniziativa per la trasparenza, secondo il rapporto lanciato oggi da una coalizione di gruppi di difesa dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. L’iniziativa impegna le aziende a pubblicare le informazioni che permettano a sostenitori dei diritti, lavoratori e consumatori di scoprire dove vengono realizzati i loro prodotti.

Il rapporto di 40 pagine Segui il filo: alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature, arriva poco prima del quarto anniversario della tragedia del crollo del Rana Plaza in Bangladesh. Chiede nello specifico ai marchi di adottare l’”Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature”. Le aziende che vi aderiscono si impegnano a pubblicare informazioni che identifichino le fabbriche che realizzano i loro prodotti, rimuovendo un ostacolo fondamentale per sradicare pratiche di lavoro abusive e aiutando a prevenire disastri come quello del Rana Plaza.

La coalizione ha contattato 72 aziende e chiesto loro di adottare e dare piena attuazione all’iniziativa. Il documento riporta le loro risposte in maniera dettagliata e valuta le pratiche di trasparenza messe in atto in relazione all’impegno richiesto dall’iniziativa stessa.

Un livello minino di trasparenza nella catena di fornitura dell’industria tessile dovrebbe essere la norma nel 21° secolo” dichiara Aruna Kashyap, Senior Counsel della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch. “Un atteggiamento di apertura rispetto ai propri fornitori è utile per i lavoratori, per i diritti umani e mostra la buona volontà delle aziende nel prevenire abusi lungo la catena di fornitura”.

Il crollo dell’edificio Rana Plaza il 24 aprile 2013 ha ucciso in Bangladesh più di 1.100 lavoratori tessili e ne ha feriti più di 2.000. Fu preceduto da due grossi incendi,  uno divampato nella fabbrica Ali Enterprises in Pakistan e l’altro alla Tazreen Fashions in Bangladesh, che uccisero più di 350 persone e ne ferirono gravemente molte altre. Non potendo determinare quali aziende si rifornissero presso quelle fabbriche, i sostenitori dei diritti dei lavoratori dovettero andare alla ricerca di etichette tra le macerie ed intervistare i sopravvissuti per scoprire chi fossero i responsabili.

Alla fine del 2016, almeno 29 marchi globali dell’abbigliamento avevano pubblicato alcune informazioni sulle fabbriche che confezionano i loro prodotti. Sulla scia del momento favorevole, nel 2016, una coalizione di nove organizzazioni sindacali e di difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha ideato l’Iniziativa, il cui obiettivo è creare parità di condizioni nel settore dell’abbigliamento e portarlo verso uno standard minimo di pubblicazione delle informazioni sulle fabbriche fornitrici.

La coalizione è composta da: Clean Clothes Campaign, Human Rights Watch, IndustriALL Global Union, International Corporate Accountability Roundtable, International Labor Rights Forum, International Trade Union Confederation, Maquila Solidarity Network, UNI Global Union e Worker Rights Consortium.

I membri della coalizione hanno scritto a 72 aziende – comprese 23 che già stavano pubblicando informazioni sui fornitori – chiedendo loro di adottare e dare attuazione all’Iniziativa per la Trasparenza. In quel momento molte aziende, tra le quali alcune che si riforniscono in paesi con persistenti violazioni dei diritti dei lavoratori, non avevano pubblicato alcuna informazione sui loro fornitori.

L’Iniziativa per la Trasparenza prende spunto dalle buone pratiche delle aziende globali nel settore dell’abbigliamento e stabilisce un requisito minimo, e non un limite massimo, per la trasparenza nella catena di fornitura. Chiede ai marchi di pubblicare importanti informazioni sui fornitori e sui loro subfornitori autorizzati. Queste informazioni contribuiscono all’affermazione dei diritti dei lavoratori, allo sviluppo delle pratiche di business responsabile e di applicazione della due diligence sui diritti umani. Infine stimola la creazione di un clima di fiducia tra i vari attori così come previsto dai Principi Guida dell’ONU su imprese e diritti umani.

Molti importanti investitori hanno iniziato a chiedere ai marchi di pubblicare informazioni sui loro fornitori. Recentemente, la Corporate Human Rights Benchmark, supportata da 85 investitori che rappresentano 5,3 trilioni di dollari in asset, ha inserito nelle schede di valutazione dei marchi la trasparenza della catena di fornitura, chiedendo loro di pubblicare almeno i nomi delle fabbriche che producono per loro.

Dopo il Rana Plaza e gli altri disastri, i gruppi in difesa dei diritti umani, i sindacati e alcune aziende e investitori hanno capito quanto la trasparenza sia importante per prevenire gli abusi ed assicurare responsabilità” dichiara Ben Vanpeperstraete, coordinatore delle attività di lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign. “Le aziende devono mettere in pratica la trasparenza per dimostrare che rispettano i diritti umani e garantiscono condizioni di lavoro dignitose”.

La trasparenza è uno strumento molto potente per promuovere la responsabilità di impresa verso i lavoratori del tessile lungo tutta la catena di fornitura, secondo la Coalizione. Permette alle organizzazioni ed ai lavoratori di avvertire le aziende riguardo agli abusi nella fabbriche fornitrici, e facilita il ricorso più veloce a meccanismi di reclamo per abusi dei diritti umani.

Delle 72 aziende contattate, 17 saranno perfettamente in linea con gli standard dell’iniziativa entro il 31 dicembre 2017.

Gli standard di molte altre aziende restano invece al di sotto: cinque hanno quasi raggiunto gli standard, 18 si stanno muovendo nella giusta direzione rivelando almeno i nomi e gli indirizzi delle fabbriche di confezionamento e sette stanno muovendo piccoli passi verso la pubblicazione di informazioni relative alla lor catena di fornitura – ad esempio, su una parte dei loro fornitori, o almeno i nomi in base ai Paesi, entro dicembre 2017.

Altre 25 aziende non pubblicano alcuna informazione sulla fabbriche che confezionano i loro prodotti. Queste aziende non hanno risposto oppure non si sono impegnate a pubblicare le informazioni richieste.

La Coalizione chiede alle aziende che non hanno ancora aderito all’Iniziativa di farlo entro dicembre e di impegnarsi attivamente per portare il settore verso una soglia minima di trasparenza nella catena di fornitura.

Assicurare un livello minimo di trasparenza nelle catene di fornitura, come richiesto dall’iniziativa, darebbe un importante contributo agli sforzi per assicurare le responsabilità delle aziende” dichiara Judy Gearhart, executive director dell’International Labor Rights Forum. “Le aziende possono fare di più, ma dovrebbero quanto meno partire con questo passo basilare”.

Alcune aziende hanno dichiarato che rivelare le informazioni potrebbe svantaggiarle commercialmente. Ma questa affermazione è palesemente contraddetta dalla pubblicazione effettuata dalle altre aziende. Come ha dichiarato Esprit, una delle aziende che si è impegnata per la trasparenza: “Rivelare queste informazioni non è facile per molte aziende, ma è arrivato il momento di farlo”.

(*) ripreso da http://www.abitipuliti.org. Se guardate nell’archivio della “bottega” – digitando Abiti puliti – trovate numerosi altri post sulle campagne in Italia e a livello internazionale. [db]

 

Redazione
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