Senso del lavoro nelle economie diverse – uno studio interdisciplinare

di Giorgio Gosetti, Antonia De Vita, Lucia Bertell, Federica de Cordova (Franco Angeli Milano, 2017)

recensione di ALBERTO MELANDRI (PONTEGRADELLA IN TRANSIZIONE e CIES FERRARA)

Lo splendido lavoro del gruppo di autrici (e autore) di questo testo  è ricchissimo di punti di riflessione utili per tutti coloro che sono impegnati a realizzare e a progettare o almeno a sognare dei ‘pezzi’ di “economie DIVERSE “, altre rispetto all’economia tradizionale neoliberista in questi anni dominante.

Per rimarcare meglio una volontà di effettuare , come dicono nella loro introduzione , “ da una parte una smarcatura materiale, linguistica e simbolica rispetto alla (..) economia tradizionale e dall’ altra una sicura continuità, SENZA COINCIDENZA, con l’economia detta alternativa, solidale, sociale di giustizia”, le autrici accostano ad ‘economie’ l’attributo ’diverse’  raccontando le ”sperimentazioni esistenziali e lavorative di donne e uomini che fuoriescono dalle traiettorie tradizionali del lavoro e si fanno pionieri in prima persona di ‘tracce di un diverso lavorare’ ”.

La scelta della denominazione ‘DIVERSITA’  ha anche un altro significato: quelli raccontati sono “movimenti molteplici e plurali, NON RICONDUCIBILI AD UN’ UNICA MATRICE, e con livelli di elaborazione teorica diversi(..) collocati in luoghi geografici e condizioni politiche differenti” . Una duplice diversità, quindi.

Queste scelte denominatorie  alludono, come le “101 PICCOLE RIVOLUZIONI”  di Paolo Cacciari, alla constatazione che “il mondo contemporaneo non incarna UN processo di cambiamento, ma vede in corso un insieme di cambiamenti paralleli, non organizzati tra loro, confliggenti, che non indicano una direzione, ma diverse forme potenziali. “Si accende la luce su spazi di smagliatura simbolica e di rotture concrete che si possono aprire dall’interno verso il sistema dominante che produce disagio e sofferenza.”

E’ in questo quadro generale di riferimento, orientato verso una trasformazione radicale dell’economia, del lavoro, della vita delle persone,  che si inseriscono i quattro protagonisti delle scelte di un lavoro “ che ha a che fare con la vita, non con il profitto” . Sono Silvano, un panificatore di pane biologico di Verona, Umberto, un panificatore di pane tradizionale, e Marisa, un’agricoltrice biologica, entrambi sardi, e Giandomenico, un agricoltore biologico della provincia di Vicenza.  I due agricoltori provengono da famiglie contadine, ma hanno convertito delle piccole aziende  tradizionali in biologiche, i due panificatori facevano prima uno l’elettrauto, l’altro il gommista.

Che cosa accomuna, pur nella loro diversità, le quattro scelte di vita?  Innanzitutto “una critica al presente, ed in particolare a quella visione di progresso lineare che ci mette in una condizione di superamento e perdita rispetto al passato” . Sono scelte di resilienza, di sobrietà, di rifiuto dell’aspirazione ad una accumulazione (dice uno di loro che non gli interessa guadagnare tanto per comprarsi un fuoristrada).

I quattro protagonisti  condividono anche ‘nuove e diverse modalità di stare al lavoro’ .  Quindi pensano che ”cultura del lavoro e qualità della vita lavorativa siano inevitabilmente intrecciate” .  Guardano alla dimensione relazionale nei rapporti tra produttori e consumatori, hanno una prospettiva di rete fra produttori, di scambi di saperi, anche con i fornitori,  si sentono radicati “nel tessuto socio-economico e culturale locale delle esperienze economiche e di lavoro” , si muovono all’interno di una prospettiva politica ”capace di sottrarsi alle dinamiche proprie dell’economia dominante” .

Anche la relazione con l’ambiente viene considerata gratificante, anche nei momenti di difficoltà. Dice uno di loro “ All’inizio anch’io ho avuto difficoltà nelle coltivazioni, invasioni di lumache spaventose, poi piano piano si è stabilito un certo equilibrio (..) poi sono ritornati i rospi senz’altro sono quelli che mi aiutano con le lumache. Adesso io lumache non ne ho neanche nei carciofi, nel tradizionale usano sacchi di antilumaca, poi se ce n’è qualcuna … ce ne deve essere è normale”.

Le scelte di Marisa, Umberto, Silvano e Giandomenico  sono anche scelte di amore ( “quell’amore che non troviamo nel pane che compriamo al supermercato”), di relazioni nonviolente, di spiritualità concreta, “un nome della profonda attenzione che si può riservare ai cicli della natura, alle relazioni umane, a quelle con la terra, ai legami tra i soggetti e i saperi ”; sono anche frutto di continui apprendimenti.

La condizione esistenziale dei quattro protagonisti non è certo priva di difficoltà anche economiche. “Tuttavia le difficoltà sono ben identificate con condizioni ed elementi concreti, che evitano di assimilare i soggetti ai loro problemi” . In questa prospettiva si pone anche la ricerca di ‘sostenibilità’  per le loro imprese, un termine ambiguo che a volte non si riesce a non utilizzare.

In conclusione si esce dalla lettura di questo libro con un senso di speranza di cambiamento, di respiro verso prospettive di lavoro e di vita non opprimenti e  maggiormente fiduciose .

 

 

 

Redazione
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2 commenti

  • Sì lavora per vivere e non il contrario, come ha sempre predicato il paleo’capitalismo nostrano (quello neo si si limita ad aggiungere il consumismo). Quando a 38 anni ho scelto il part-time avevo in mente proprio questo; trovare tempo per la mia passione (che non ha mai trovato il modo di diventare professione) mi ha aiutato allora come adesso (33 anni dopo). Inoltre quella scelta mi ha anche permesso di seguire più da vicino il crescere di mia figlia, altro investimento nella vita vitale.

  • Daniele! Si continua a parlare di nuovo, di diverso. Non è così. È tutto molto più semplice. Il mondo intero di sta ristrutturando per ritornare ad un equilibrio tra Homo e natura che si è interrotto con l’avvento della chimica. In due parole. Siamo 7.000.000.000 presto saremo 10.000.000.000, insostenibile. È già partito e da anni un processo di equilibrio demografico. La soglia è 2 figli. Tutto in capo ad onlus e ad enti nazionali e sovranazionali. Il problema non è la Cina o l’India è l’Africa. Se non riescono li da 750.000.000 passeranno in poche decine di anni a 2.500.000.000!
    Dobbiamo arrivare alla soglia dei 4/5.000.000.000 volenti o nolenti. Nolenti perché si parla di pandemie e di confusione sessuale (è giá iniziata in specie animali e si sta propagandi nella soecie homo) dovuta alle sostanze chimiche dei cibi. In India è confusione mentale, il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 2 circa. Da quando ci sono le TAC mobili si fanno abortire le madri con femmine in pancia. Quando riescono a far si che invece di fare dai 6 ai 10 figli, distribuendo preservativi o far passare almeno 2 anni tra una gravidanza e l’altra, la donna si rende conto di poter fare altro e non più una fabbrica di esseri umani. In poco tempo il tasso di crescita di ferma e diminuisce. Chi non vuole questo? I produttori, il capitale. Ma sa che non può farci niente. Per cui si sta organizzando per produrre cose che danno una redditività molto più alta. Meno quantità, più qualità (?!) e a prezzo più alto, prezzo di vendita non di produzione.
    Quello che non sapevo è che sono progetti noti e in funzione da decenni. Ecco perché la crescita non è stata, fino ad ora, quella prevista dalle previsioni degli anni 60.

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