Sette modi di ammazzare un gatto

Intervista a Matias Nespolo (*)

E’ dura la vita nel barrio, cioè in un quartiere povero dell’Argentina. Nel 2001, mentre l’Argentina esplode, due ragazzi devono fare i conti con «padri feroci» che si chiamano «fame, destino, paura». «Sette modi di ammazzare un gatto» (pubblicato in Italia da Socrates, nella traduzione di Luca De Feo: 162 pagine per 10 euri) di Matias Nespolo è un romanzo impressionante per ritmo, verità e stile ma è anche la metafora di una società impoverita in tutto. A dicembre Nespolo è passato in Italia e ha accettato un’intervista.

Il romanzo è ambientato nel 2001 e incrocia le grandi proteste popolari: furono una fiammata o vero riscatto?

«Il mio libro è una storia di iniziazione del narratorre, il Gringo, ma ancor più una storia di sopravvienza, egoistica e individualista. Lentamente si evolve in una storia collettiva. La crisi del 2001 fu essenzialmente una rivolta popolare, con tutti i suoi eccessi, che imboccò una strada positiva: la rigenerazione dell’Argentina a ogni livello. La gente insorse contro la corruzione della classe dirigente, le strategie neoliberali che avevano portato il Paese alla rovina e un’idea della politica a favore di una piccola minoranza. Lo sviluppo economico e sociale degli ultimi 10 anni è il frutto di quella svolta».

Gringo inizia, per caso, a leggere «Moby Dick» ma un ragazzo gli dice: «è un autore decadente». Non credo lei la pensi così…

«No, di certo. Le opinioni, l’ideologia e la morale dei personaggi possono coincidere o essere totalmente opposte a quelle del narratore. Nel caso del ragazzo che attacca Melville volevo indicare certa sinistra dogmatica e miope, tipica degli anni ’70».

«I lavoretti si fanno fuori». Dunque il barrio è (e forse sarà sempre) un altro mondo, con le sue regole?

«La povertà estrema, l’emarginazione, il delitto sono un altro mondo, il lato oscuro della Luna. Una diversità così temuta che conviene non vederla e non darle voce. Soprattutto l’America latina di favelas e baracche. Ma anche questo mondo ha le sue regole. E’ interessante vedere come i grandi cambiamenti sociali possono rompere o modificare questi codici».

Dal 2001 lei vive a Barcellona. Una scelta (amore, lavoro, curiosità) o una costrizione? Che rapporto ha, 11 anni dopo, con la sua argentinità? E cosa ha scritto dopo?

«Andai in Argentina nel 2001 con l’idea di passare in Europa un breve periodo. Tanti motivi mi hanno tenuto qui e non mi dispiace. Mantengo con il mio Paese una relazione intima e appassionata, torno ogni volta che è possibile. Da allora ho scritto molti racconti, poesie e ho cominciato un secondo romanzo».

Il suo libro può ricordare «Capitani della spiaggia» di Jorge Amado. Lei lo ha letto? Per noi italiani furono romanzi e film di Pier Paolo Pasolini a raccontarci le periferie: lei lo conosce?

«Molti critici hanno segnalato l’influenza di Pasolini, soprattutto “Ragazzi di vita” che però non ho letto e neppure conosco il romanzo di Amado. Sinceramente io di Pasolini ricordo “Teorema” che mi impressionò. Mi ha influenzato “Il giocattolo rabbioso” di Roberto Arlt ma devo molto anche a Rodolfo Walsh, Antonio Di Benedetto e Haroldo Conti».

(*) Questa mia intervista è uscita il 2 febbraio, in versione leggermente ridotta, sulle pagine libri del quotidiano «L’unione sarda». (db)

 

Redazione
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  • bello! Da appassionato di Argentina e letteratura argentina non posso che andare a cercarmi subito questo libro!
    “devo molto anche a Rodolfo Walsh, Antonio Di Benedetto e Haroldo Conti”…
    una motivazione in più per leggerlo.

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