Storia senza donne

Riprendo questo intervento di Lidia Menapace che si collega a quello di Monica Lanfranco che era ieri su codesto blog (db)

Intitolerei volentieri questo pezzo “Storia senza donne” perchè si rispecchia precisamente in ciò che ha notato Monica poco fa, sotto il titolo “Donne senza storia“.

Mentre apparecchio o cucino ascolto sempre le Storie di Augias sul 3, un programma interessante che mi fa spesso  arrabbiare perchè molto maschilista – gentilmente, senza insulti, semplicemente ignorando che esistono le donne e non solo per collaborare (trattate con garbo) al suo programma.  Pochi giorni fa Augias ha chiamato uno storico che si è occupato di famiglia e di violenza in famiglia, e che ha parlato anche  di famiglia patriarcale riformata in meglio da Paolo di Tarso, cioè da S. Paolo, quello che afferma che le donne nelle assemble debbono stare  zitte col velo in testa e che  in famiglia debbono essere sottomesse al marito: sono rimasta senza fiato. Non è nemmeno stato nominato il fatto che la riforma del diritto di famiglia e la legge contro la violenza sessuale  in Italia  furono condotte all’approvazione attraverso un grande movimento di donne delle associazioni femminili e femministe e in rapporto con le parlamentari di sinistra e di centro attraverso tre legislature. Tutto ciò non fa parte della storia d’Italia tra il 1975 e il 1981?
Prima di questi eventi il codice Rocco (fascista, ma grande giurista come dicono sempre i giuristi) a proposito di violenza sessuale sembrava una macelleria, salvo che quando si discuteva  in che tipo di reati si doveva collocare  la violenza “carnale” (si chiamava così),  noi scoprivamo che era collocata tra i reati contro la morale: cioè  una donna veniva violentata e si offendeva la morale. Proposto di mutare il nome in violenza sessuale,  chiedemmo che fosse spostata nei reati contro la persona, che sono più gravi,  ma senza aggravio di pena, perchè il nostro intento non era soprattutto punitivo, dato che volevamo avviare una nuova cultura politica. La Chiesa  si oppose a lungo a questo spostamento, che sottolineava che le donne sono persone. Preparando il testo  della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale scoprivamo intanto cose incredibili, tipo che l’incesto non è reato, se non dà pubblico scandalo. Noi pensavamo che non è reato se avviene tra maggiorenni consenzienti, dato che oggi è possibile con la contraccezione evitare le conseguenze  riproduttive spesso gravi. Scoprivamo anche il “matrimonio riparatore”  e il delitto “d’onore”.
Infatti se una donna andava dai carabinieri per denunciare il marito che abusava delle flglie minori, le veniva chiesto se voleva trascinare nello scandalo la famiglia. Amen!
E se una veniva picchiata e provava a denunciare, le veniva spiegato che il marito e padre ha diritto di correzione (jus corrigendi)  anche manuale (non parliamo poi di parolacce insulti  umiliazioni ecc.) verso la moglie e i figli minori, fino a una ventina di giorni di prognosi e ricovero ospedaliero. Sicchè le casalinghe con lividi in faccia occhi neri e graffi ovunque erano sempre “cadute dalle scale”, o “inciampate in un tappeto” o “sbattute in un mobile”, o “ustionate con una pentola”: il casalingato era uno dei lavori più pericolosi. Amen!
Se una violentata andava a denunciare le veniva chiesto se il violentatore si era offerto di sposarla nel qual caso “il matrimonio riparatore estingue il reato”. Si  accorse quanto questa norma fosse a favore del delinquente e non della vittima  Viola , una ragazza siciliana che si rifiutò di sposare il suo stupratore e lo mandò in galera, ma dovette cambiare città per non sottostare al giudizio negativo dell’opinione pubblica. Amen!
Come si potesse legare l’onore a un delitto sembrava una contraddizione inequivocabile: ma il citato codice Rocco sosteneva che se uno scopriva una donna della famiglia (un uomo restava sempre “onorato” qualsiasi cosa facesse) in atti sessuali con un uomo non dl famiglia, nell’impeto suscitato da tale spettacolo poteva uccidere la fedifraga e il delitto, volto a ristabilire l’onore  della famiglia,  era punito lievemente. Amen!
Del resto nell’adulterio una donna era sospettabile senza prove (se per esempio aveva ricevuto in casa l’idraulico  in assenza del marito: e questo valeva contro di lei nelle cause per la separazione!) mentre il marito per essere dichiarato adultero doveva avere pubblicamente  una relazione con un’altra donna, che risultasse offensiva  per la moglie. Sicchè se aveva l’amante in una città vicina l’adulterio non esisteva. E meno male che era stata abrogata da Gesù Cristo un bel po’ di secoli prima la lapidazione delle adultere, che nell’Antico Testamento presso gli Ebrei vigeva.  Amen!
Ma dunque, dopo aver lottato per ripulire il codice da queste quisquilie, come si poteva definire la violenza sessuale? Nella mancanza di libero consenso di uno dei due, oppure in un consenso  che era stato estorto da una posizione di autorità, come da un carabiniere in caserma, da una guardia carceraria in cella, da un padrone sul lavoro, da un sindacalista in una lotta; anche da una contessa  verso l’autista, o il giardiniere o il domestico filippino, ma era meno  frequente .
A questo punto l’obiezione dei maschi era:” Ma la donna  fa finta di essere contraria, mentre le piace essere violentata”. E qui avanza in tutta la  sua autorevolezza la cultura giuridica romana antica, un monumento della civiltà. Sembra che gli uomini siano convinti che qualsiasi loro “attenzione” nei nostri confronti ci sia gradita  e che noi “simuliamo” ritrosia per antica abitudine a mentire. Esiste nei codici il reato di  simulazione di reato e nel singolo caso spetta al Tribunale provarlo, ma se si sospetta sempre una donna di mentire sulla violenza, questo si chiama pregiudizio e quasi razzismo antidonna.
Qui davvero le radici sono però antIchissime e non saranno strappate se non dopo la piena sconfitta del patriarcato e l’ avvento della Gilania.
Dicevano comunque i Romani che bisogna rispettare al massimo i bambini (“maxima debetur puero reverentia“), ma che invece le bambine amano essere violentate (“vis grata puellae“), perchè altrimenti non arriverebbero mai a conoscete il piacere! Penso che dovremmo essere riconoscenti agli stupratori. Come mai però una enormità di mariti, magari dopo aver disseminato piacere violentando bambine, non si ricordano mai di fare in modo che le loro mogli ci arrivIno? tanto che nella culrura popolare delle donne di un paio di generazioni fa si diceva che era meglio non godere per non restare incinte.
Ma i Greci non sono da meno, loro che con i miti hanno detto quasi tutto. Apollo una volta che voleva prendersi Cassandra, rifiutato, cercò di violentarla, ma fu respinto. Apollo, il bello dei belli! Nessun uomo dovrebbe offendersi se gli capita qualcosa di simile, dato il precedente. Invece Apollo, non volendo ammettere che una donna potesse resistergli  punì Cassandra, che aveva doti profetiche, decidendo che non sarebbe mai stata creduta, anche quando profetava eventi che sarebbe stato  bene poter sventare credendole. E rimase fermo il pregiudizio che le donne mentono simulano ecc.
Per vincerlo  abbiamo fatto una buona legge contro la violenza sessuale (che  magistrati spesso non  applicano)  mettendoci un bel po’ di anni.
Comunque ancora oggi il movimento delle donne consiglia a chi viene violentata di non lavarsi come subito vorrebbe, ma di andare in ospedale, far riscontrare e curare  lividi ferte escoriazioni, e constatare  eventuale sperma in vagina, da cui trarre il dna del delinquente. E sottoporsi alle cure necessarie per escludere di essere magari rimasta infettata da qualche malattia a trasmissione sessuale.
Le legge italiana in proposito è una  delle migliori  in Europa, perchè contiene, sia pure in modo non soddisfacente, anche il reato di violenza da parte del marito.  E per ora basta.  il seguito a una prossima puntata. Amen!
Redazione
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3 commenti

  • Mi permetto due piccole aggiunte-precisazioni su questo importante, necessario esercizio della memoria regalato da Lidia Menapace.

    La ragazza che rifiutò “il matrimonio riparatore” (la “fuitina” si diceva allora nel sud) si chiama Franca Viola. Venne rapita e violentata il 26 dicembre 1965, a 17 anni, da Filippo Melodia, con l’aiuto di 12 amici. Lei era povera, lui ricco (o benestante) e comunque imparentato con la potente famiglia mafiosa dei Rimi. Fu liberata dai carabinieri il 2 gennaio 1966. Il finale era già scritto secondo la “morale” del tempo: svergognata (cioè avendo perso la verginità) avrebbe sposato il rapitore. Grazie all’articolo 544 del Codice penale ogni reato era estinto. Ma la ragazza non accettò e venne sostenuta dal padre. Se sono bene informato, il padre finse di acconsentire alle nozze riparatrici mentre già aveva deciso con la figlia di rompere il muro dell’omertà. Fu minacciato, perseguitato e anche tanti “benpensanti” dell’epoca (giornalisti compresi) si scandalizzarono per quella ragazzina che voleva mettere il mondo sotto sopra.

    La seconda precisazione o forse petizione è per invitare Lidia, nella sua sapienza, a ricordare… la nostra ignoranza. Quando ho letto gilania sono andato in tilt. Fortuna che c’è “anarcopedia”, la cuginetta libertaria di … sua pigrizia wikipedia. Così scopro che la storica e archeologa Riane Eisler ha indicato con il neologismo gilania – dalle parole greche gynè, “donna” e andros, “uomo” – la fase storica millenaria (8.000-2500 avanti Cristo, se vi piace contar così) fondata sull’eguaglianza dei sessi e sulla sostanziale assenza di gerarchia e autorità, di cui si conservano tracce tanto nelle comunità umane del Paleolitico superiore quanto in quelle agricole del Neolitico. Da qui la Eisler sviluppa analisi e ipotesi di estremo interesse e spero che su codesto blog… se ne riparlerà. (db)

  • aspetto incuriosita.
    grazie, Daniele.
    cb

  • Io invece mi sono depresso. Si possono reggere i racconti dell’orrore non l’orrore di certe verità.

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