su Dacca: terzo post

Bangladesh, la memoria corta su quel capitalismo che fa strage di vite umane

di Paolo Andreozzi

ripreso da “Contro la crisi”

Dacca-strage

Furono 1127 le persone ammazzate a Dhaka sotto le macerie del Rana Plaza in quello che la stampa per giorni si affrettò ad archiviare come il «crollo di un palazzo». E’ il 24 aprile 2013. Sono operaie e operai bengalesi, stipati tutti in un palazzone di cemento già malmesso, sovraccarico di macchinari per la manifattura tessile e non solo. Sono di tutte le età, anche molto giovani o molto anziani come in Occidente non sarebbe consentito. Ma è soprattutto per l’Occidente che producono in quelle condizioni folli, in quel palazzo che viene giù in un istante, tenuto insieme fino a un attimo prima dalla pura logica del massimo risparmio, del profitto ad ogni costo. Del risparmio e del profitto, beninteso, non a vantaggio dei lavoratori bengalesi o del popolo in generale, bensì degli affaristi multinazionali e anche un po’ dei consumatori globali.
1127 esseri umani ammazzati al Rana Plaza, dal capitalismo.

1° luglio 2016, 20 persone ammazzate a Dhaka. All’Holey Artisan Bakery, dal terrorismo. Sono di tante nazionalità, alcuni anche italiani. Di quelle donne e uomini sappiamo nomi e storie personali, così come sappiamo nomi e storie dei loro assassini. Sappiamo cosa gridavano prima che uccidessero, in che modo l’hanno fatto, chi hanno risparmiato e perché. I media parleranno di loro assai più a lungo di quanto non abbiano fatto dell’ecatombe di tre anni fa.
Il terrorismo assassino è molto più facile da raccontare – le sue vittime sono più facili da onorare, i suoi carnefici più facili da esecrare, le sue ricorrenze più facili da commemorare – rispetto al capitalismo assassino. Forse perché di vittime ne fa di meno o forse perché chi racconta e onora ed esecra e commemora del capitalismo sempre fa parte.

NELL’IMMAGINE  gli otto piani del Rana Plaza dopo il crollo: le vittime sono lì sotto, nascoste non solo dalle macerie ma anche dall’informazione. 

Questo è il terzo post di una serie che vorremmo continuare per chiarire qualcosa sulla tragedia di Dacca, sulle sue radici ma anche per ricordare le tante vittime non italiane – ma di italiani – in Bangladesh. La quantità di ignoranza, di consapevoli bugie, di censure, di omissioni, di stupida retorica che anche stavolta i massmedia italiani (con rare eccezioni) hanno scatenato, parlando del Bangladesh, è impressionante e certo non aiuta a capire un Paese, a piangere le vittime e/o trovare una strategia contro il terrorismo. Coincidenza vuole che il settimanale «Internazionale», per la precisione il numero 1160 datato 1 luglio, abbia tradotto un lungo reportage di Simon Perry, con foto di Larry Towell, intitolato «Bangladesh: ancora schiave». Il sottotitolo spiegava: «dopo il disastro del Rana Plaza nel 2013, in cui morirono 1138 persone, le operaie bangladesi continuano essere sfruttate dalle grandi aziende occidentali di abbigliamento». Nell’articolo si nominano H & M, Primark, Benetton e Walmart e altre ditte occidentali del tessile chiarendo che, dopo la strage, «solo 7 delle 1660 fabbriche che producono per aziende occidentali hanno adottato nuove misure» per garantire la sicurezza di chi lavora. Con ogni evidenza non ha senso parlare del Bangladesh senza fornire anche queste informazioni. Se di tutto questo nulla sapete… vuol dire che la vostra principale fonte di informazione restano quei grandi media che “non possono” parlare delle tante “pulite” stragi di Dacca perché fra i loro proprietari e/o sponsor ci sono appunto le grandi aziende tessili. Invece “in bottega” abbiamo più volte dato spazio alla campagna ABITI PULITI: guardate a esempio qui Che Benetton paghi i risarcimenti alle vittime del Rana Plaza oppure qui Campagna «Pay Up!»: Tazreen due anni dopo… Se bisogna piangere tutte le vittime, e non solo quelle occidentali o nate in Italia, forse sarebbe il caso di chiedersi, una volta per tutte, quanto razzismo ci sia nell’informazione quotidiana. (db)

 

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