Su «Infoguerra» di Cory Doctorow

Un cinema che cresce in una notte. Ma anche «sciami di insetti robot» per pulire,  «piccole macchine volanti intelligenti», una «foresta di dolci». Un mondo meraviglioso per la tredicenne Valentine.
Nella città senza nome la rivoluzione ha trionfato, 3 anni prima. A quel che capiamo (ma spesso bisogna leggere fra le righe) la principale differenza con l’oggi è che qui fra i “beni comuni” si annovera non solo il no-copyright ma anche l’uso di «stampanti» che in un attimo mettono a disposizione, a costo zero, palazzi, cibi o medicine. Proprio le medicine a prezzi troppo alti, che rendevano impossibile curare «gli zombie» avevano scatenato la rivoluzione.
Quel che Valentine non sa (chi legge deve dedurlo o immaginarlo) è che «i vecchi nemici», insomma chi brevetta tutto a suo esclusivo beneficio, non si sono rassegnati: «dicono che siamo ladri senza legge che rubano tutte le loro royalty». Così, in quel bel cinema sorto dal nulla, il secondo spettacolo è interrotto da un attacco. Inizia un lungo assedio. La guerra sarà più infernale del solito anche perché lo «zombismo» è un’arma efficacissima.
Morti, attacchi chimici, stupri di guerra, razionamento, fame, trucchi per sopravvivere, corpi smembrati. Ci si abitua a tutto? Chi legge scoprirà, con Valentine, perché molti cadaveri sono senza natiche e con lei dispererà che si possa rompere l’assedio. In una vicenda sempre più cruda – diffamare ogni guerra è un dovere e Doctorow lo fa efficacemente – c’è spazio per «un mago»? E se invece di magia quello strano tipo sorridente portasse spionaggio o peggio? In ogni caso quando Valentine riceve da lui la «cioccolata atzeca», un «inalatore» (per non sentire stanchezza e dolore) e altre delizie può solo pensare che vengano «da un altro pianeta, forse dal paradiso».
Il titolo italiano dovrebbe aiutarvi a capire che nel romanzo almeno una sorpresa concerne uno dei mestieri più antichi (e schifosi) del mondo: ma cosa avete capito? E’ il giornalismo, ovviamente.
Il lieto fine e il breve “10 anni dopo” sono poco verosimili ma «Infoguerra» (Delosbooks: 104 pagine per 7,80 euri; traduzione di Luca Volpino; il titolo originale era «After the Siege») ha meritato i premi e le lodi che ha avuto dalla sua uscita nel 2007. Non conoscevo lo scrittore, giornalista e blogger quarantunenne Cory Doctorow  – canadese come Robert Sawyer e Margaret Atwood – anche perché di lui ben poco è stato tradotto sinora ma spero di poterlo rileggere quanto prima. Come scrive Salvatore Proietti nell’introduzione, Doctorow si conferma come una punta della «rinnovata social science fiction».
A chi passa da qui per la prima volta segnalo che la collana Odissea della Dellosbooks è specializzata in fantascienza e privilegia – con rare eccezioni – romanzi brevi: finora (53 titoli) ne ha sbagliati pochissimi.
A chi invece è (come me) un po’ ossessionato dalle omonimie faccio notare il rischio di confondere il canadese Cory con un altro Doctorow, l’ottantunenne statunitense Edgar Lawrence (“E. L.” nelle copertine dei libri), autore di romanzi preziosi come «Il libro di Daniel» e «Ragtime», entrambi finiti sul grande schermo con due grandi registi (rispettivamente Sidney Lumet e Milos Forman). Ho i miei motivi per pensare che se «Infoguerra» si trasformasse in film, le due moderne divinità (il mercato e il pensiero unico) che controllano le nostre vite lo inserirebbero nella lista degli «invedibili» o dei «peccati mortali».

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