“Thyssen”: il naufragio in piscina di un’identità operaia

di Gioacchino Toni

Le tristemente note vicende della Thyssenkrupp in Italia, balzate agli onori della cronaca e, soprattutto, colpevoli di aver squarciato il corpo sociale operaio torinese e ternano con morti e disperazione, conquistano il palcoscenico del teatro grazie a Carolina Balucani, artista della Compagnia dei Giovani del Teatro Stabile dell’Umbria, autrice ed attrice di “Thyssen”, atto unico prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria/Terni festival con la regia di Marco Plini.

“Thyssen”, presentato in prima assoluta nel settembre del 2016 al Terni Festival, è un lavoro teatrale che riprende le sorti degli operai delle acciaierie ternane che nel 2014 si vedono annunciare un piano industriale che prevede 550 esuberi, il taglio del contratto integrativo e la chiusura di uno dei due forni. In seguito ad un lungo mese di scioperi e proteste il piano della multinazionale tedesca, rientrando parzialmente, giunge a comportare la riduzione di 290 posti di lavoro attraverso il meccanismo dell’esubero volontario in cambio di 80 mila euro.

La drammaturgia indaga lo sbandamento e lo spaesamento di chi ha scelto, se così si può dire, di abbandonare volontariamente il posto di lavoro in cambio di una fuoriuscita economica e giunge a sentirsi privato della propria identità in una deriva che lo conduce alla perdita del senso di realtà.
Così il regista Marco Plini introduce la messa in scena: «L’autrice affronta l’argomento da un’angolazione specifica, emotiva, quasi privata, e, attraverso quest’ultima, sembra scavalcare le drammatiche vicende di una fabbrica in crisi per interrogarsi sulla condizione dell’uomo che, perdendo il lavoro, smarrisce la sua identità così come avviene quando si è abbandonati da un grande amore ferocemente atteso».

La scena è interamente occupata da uno specchio d’acqua, una sorta di piscina in cui chi ha scambiato il posto di lavoro per un incentivo economico, e con esso la sua identità, la sua rete di relazioni umane, vive in uno stato di perenne vacanza-oblio. È in quello specchio d’acqua che galleggiano, insieme a tante paperelle di gomma, i pensieri di chi ha abbandonato il lavoro. È una piscina che rimanda alla casetta di marzapane di Hӓnsel e Gretel, personaggi che fanno capolino di tanto in tanto tra le righe del testo.

I pensieri di chi vive in questo stato di spaesamento sembrano girare a vuoto, incapaci di avere e di darsi uno sviluppo, piatti ed immobili proprio come l’acqua di una piscina. Pensieri che ben delineano lo spaesamento di chi si è trovato improvvisamente a disporre di una cifra importante e con essa di un tempo libero che fatica però a riempire trovandosi improvvisamente isolato, come in un acquario separato dal resto del mondo.

Questo stato di vacanza forzata è però destinato a finire insieme ai soldi con cui è stata barattata l’identità. Se è pur vero che la “vacanza” ha liberato il lavoratore dai pericoli e dalle fatiche dell’acciaieria, ben presto questa situazione apparentemente idilliaca palesa il disinganno.
Di tanto in tanto emergono riflessioni che si fanno dialogo diretto, ma senza interlocutore, tra il lavoratore che ha accettato di farsi esubero e la fabbrica, più ancora che la proprietà, entità quanto mai eterea celata com’è dietro ad una multinazionale.

Il rapporto che per tanti anni ha legato il lavoratore alla fabbrica assume nei pensieri dell’ormai ex operaio le sembianze di un rapporto di coppia tragicamente terminato con un tradimento. Il lavoratore si sente tradito, dopo tanti anni in cui ha donato una parte importante di sé all’azienda che invece lo ha abbandonato a se stesso. Ma quel che è peggio è che dal soliloquio che riempie la scena emerge anche la consapevolezza di chi ha lasciato l’acciaieria di aver “volontariamente” accettato tutto ciò, di essere stato complice del proprio abbandono, di aver partecipato attivamente allo stato di deriva esistenziale in cui ci si trova.

Nel suo monologo squinternato, l’esubero della Thyssen, se da un lato maledice la fabbrica, dall’altro finisce col prendersela con se stesso, intrappolato com’è nella sua vacanza forzata. Nonostante tutto, il “vacanziere” trova la forza per contare, in un crescendo drammatico, una ad una le paperelle di gomma che abitano lo specchio d’acqua, piatta come la sua situazione esistenziale, dando così almeno un numero ai 290 lavoratori che hanno abbandonato l’acciaieria, non mancando di ricordare gli operai che hanno perso la vita nell’incendio della sede torinese della Thyssen, quando dalla fabbrica si sprigionò «un onda anomala come un’onda del mare, solo che non era acqua. Era fuoco», come ha ricordato uno dei sopravvissuti a quella tragedia che ha un responsabile che le aule di tribunale non potranno mai indicare come colpevole: il profitto.

È attraverso la metafora e la fabula che Carolina Balucani, dopo aver intervistato gli operai ternani, ha saputo raccontare come, tragicamente, il tempo libero ottenuto da chi ha lasciato la fabbrica sotto forma di esubero volontario (figurasi poi da chi l’ha lasciata sotto forma di cenere) non può trasformarsi in tempo di libertà.

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“Thyssen” di e con Carolina Balucani. Regia Marco Plini. Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria/Terni festival, Atto unico di 60′ ca. – Visionato presso: Teatro delle passioni, Modena 27 aprile 2017

 

alexik

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